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Il profumo di quel mosto selvatico – The End

Il pensiero di quei ricordi mi regala un sorriso.

Prendo il mio bicchiere, appoggio l’indice ed il medio della mia mano destra sulla base e lascio che scivoli sul pavimento creando dei cerchi, dando modo ancora una volta che i profumi inebrino i miei sensi, un sorso e ritorno…li’ in quel giardino…

“Mio padre indossa una camicia a quadri rossa e grigia, usurata, le maniche sono risvoltate, lasciando le braccia scoperte fino al gomito. I pantaloni sono quelli di una tuta. Nella mano destra ha delle forbici comuni, con la sinistra sostiene il grappolo d’uva, in modo che non cada, per poi riporlo nell’apposito secchio. Le sue grosse mani, rugose, e segnate dalle cicatrici procurate dal saldatore, si muovono delicatamente, come a sorreggere la dama in una danza da un lato ad un altro.

Il taglio è netto, le forbici compiono un gesto secco, e Tac. Il profumo ci invade. Erba, qualche acino esploso, e l’aria si riempie di gioia… la nostra vendemmia.

Non possiamo stare ferme a guardare, vogliamo partecipare a quell’evento e allora mio padre assegna i compiti: mia sorella ripone i grappoli nel secchio, io controllo che non ci siano resti di foglie e acini cattivi. Siamo una macchina perfetta. Di tanto intanto mamma e nonna ci osservano dalla finestra.

Io: “Papi ora che abbiamo finito che si fa?”

Lui: “Ora dobbiamo lavare tutti i grappoli per bene e lasciamo ad asciugare poi domani, quando l’uva sarà asciutta la lavoriamo”.

Io: “Che vuoi fare il vino? E come si fa? Lo hai mai fatto? Lo possiamo provare?”

Lui: “Faccio un esperimento, non l’ho mai fatto, proviamo, vediamo che succede, al massimo lo usiamo per condire l’insalata” e sorride.

Ma che schifo come fai a condire l’insalata con il vino, penso ad alta voce, e mia sorella piu’ sveglia, mi spiega che se il vino non riesce si puo’ fare l’aceto e con quello puoi condire l’insalata….

Ahhhhhh ecco…

I giorni seguenti sono una continua sorpresa. Papà raccoglie tutta l’uva la ripone in una bacinella, in un’altra c’è dell’acqua calda dove poggia i suoi piedi e li lava con cura. Tra un dito e l’altro, poi usa uno spazzolino per le unghie, insomma un lavoro certosino. Prende un telo che ha precedentemente appoggiato sullo schienale della sedia e tampona prima uno e poi l’altro piede.

Entrambi i piedi poi finiscono nella bacinella con l’uva. Papi non riesce ad alzarsi dalla sedia da solo e chiede il nostro aiuto. Poste su entrambi i lati, sosteniamo il peso di quell’uomo tanto robusto fino a quando non è in equilibrio, ci ringrazia ed inizia a pigiare l’uva.

Fantastico, inizia una danza tutta sua, si diverte. Alza prima una gamba che affonda e poi l’altra. Soffro di invidia mi sembra una cosa pazzesca voglio farla…ma non posso. Guardo mio padre che continua a pigiare… l’uva inizia a trasformarsi in una sorta di melma. Qualche acino schizza fuori dalla bacinella creando irripetibili momenti di ilarità. Papi rimane a pigiare fino a quando non è sicuro che tutti gli acini siano perfettamente schiacciati e compatti. L’ odore ora è forte è acre e dolce…Quella strana danza dura per un po’ di tempo, tra i sorrisi e le chiacchiere.

Lui: “Bimbe aiutatemi ad uscire”

Tutto è compiuto i piedi finiscono nella bacinella con l’acqua e dopo aver ripetuto il rito, infila gli zoccoli e poi con una cucchiaia gira quello che è rimasto dell’uva, copre la bacinella con un panno bianco immacolato.

Michy: “Ed ora che si fa?”

Lui: “Si Attende!”

Il tempo scorre mio padre al rientro da lavoro, ogni giorno controlla la bacinella e gira il contenuto, che intanto ha iniziato a fermentare. Dopo la prima settimana il mosto è già profumato, la cantina è pregna di quell’odore dolciastro.

Le settimane trascorse sono ormai due e papi continua a girare, mescolare, e ricoprire la bacinella con il prezioso contenuto. Un giorno aggiunge un po’ di zucchero un altro un po’ di acqua…poi decide che tutto era pronto…

Chiede a mia madre di portargli lo schiacciapatate, mi chiedo a cosa possa servire.

Presto detto.

Il mosto è pronto per diventare vino dopo la macerazione e va spremuto. Non avendo i mezzi tecnici, da buon napoletano si arrangia con lo schiaccia patate ed inizia a pressare il mosto. Quello che ne deriva è un liquido rosato che papi con cura versa in una botte di vetro, tramite imbuto. Questa operazione è molto lunga, in quanto lo schiacciapatate riesce ad accogliere solo un paio di mestoli per volta. 

I miei sensi sono cosi’ attenti a cogliere ogni movimento, ogni sensazione, ogni odore. I gesti di mio padre sono attenti e precisi. La pressione posta sul mosto fermentato scatena una miriade di profumi che sono diffusi nell’aria dalla lieve brezza autunnale…

La botte è quasi piena e la bacinella vuota.. Papi ha scartato le bucce, riposte su vecchie pagine di un giornale.

La botte è finalmente piena , papi affaticato ma felice in volto, richiude la botte con un grosso tappo di plastica:

Lui:”Ecco fatto, e ora dobbiamo attendere e vedere cosa è venuto fuori”.

Io:”Papi ma non lo possiamo provare”.

Lui:”Certo attendiamo che si posi per qualche giorno”.

Non vedo l’ora, per me e mia sorella sarebbe la prima volta, una sorta di iniziazione, e quale miglior modo se non con il vino fatto in casa.

I giorni trascorrono e non faccio altro che vantarmi a scuola della bravura di mio padre, anche la maestra è attenta ai miei racconti, e sembra conoscere tutti i passaggi che elenco.

Il fine settimana impiega poco ad arrivare, e sulla tavola imbandita per la domenica, tra un piatto di tagliatelle e le polpette al sugo della nonna, fa la sua apparizione anche una bottiglia anonima, con tappo di plastica.

Papi: “Siete pronte, che dite lo vogliamo assaggiare o no?”

Solo in quel momento ho capito che il vino era finalmente pronto.

Con una leggera pressione della mano, papi stringe il tappo e con un movimento ballerino che spinge il tappo un po’ avanti e un po’ indietro riesce a rimuoverlo ed ecco il “Ploof” di felicità che fa scaturire l’applauso…

Papi: “Allora prima alla nonna, così se il vino è cattivo, la nonna è anziana…” mi strizza l’occhio

Nonna: “Azz grazie Angiulill, ” e scoppiamo tutti in una fragorosa risata.

A seguire papà versa il vino a mamma, poi a Michy, a me e conclude versandolo nel suo bicchiere.

Lui: “Allora salute, buona domenica”.

Noi: “Salute, cin cin”.

I bicchieri si toccano in un gentile tintinnio, sono emozionata è la mia prima volta. Mia sorella ed io ci guardiamo per un attimo, i nostri sorrisi evidenziano la nostra gioia. 

Avvicino il mio bicchiere, e il profumo prepotentemente arriva ai miei sensi. Respiro profondamente e lo lascio entrare, mi godo ogni sensazione. Lentamente il liquido rosso scivola nella mia bocca a piccole dosi. Si ferma sulla lingua e poi scivola nella gola… E’ pastoso, compatto, forte e dolce allo stesso tempo. Senza accorgermene finisco il mio bicchiere…

Lui:”Uè piccirè chian che ti ubriachi” ( piccola piano che ti ubriachi)

Allora con lo sguardo smarrito, metto giù il bicchiere e sento che la lingua si muove sul labbro superiore a cercare i residui del nettare, fermandosi su di un lato.

Mi sento osservata, anche mia sorella ha gli occhi puntati su di me..

Nonna: “Ah ti è piciut”.

Sono imbarazzata e non riesco a rispondere, sorrido abbasso lo sguardo e iniziamo a ridere, per la gioia e chissà forse anche per il vino…”

 

Il mio bicchiere è vuoto, la puntina non scorre più sul vinile, il tempo riprende a scorrere, e non dimentico di respirare e di sorridere.

 

Don’t Forget to Smile

Raf

 

 

 

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Il profumo di quel mosto selvatico

“Il vino eleva l’anima e i pensieri, e le inquietudini si allontanano dal cuore dell’uomo.” Così Pindaro, poeta greco, dedicava il suo pensiero al vino.

Ho salutato da qualche giorno l’estate con l’ultimo tramonto a Venezia e ho dato il benvenuto all’autunno che non ha tardato a presentarsi con qualche pioggia e la sua aria frizzantina.

Tutto in pieno movimento, ti ritrovi a girare come una trottola e non ti accorgi che il tempo ti sfugge e inevitabilmente la vita. Allora bisogna fermarsi e dedicarsi del tempo. Un giorno qualsiasi o magari durante il fine settimana stappo una profumata bottiglia di vino, non uno qualsiasi, il mio preferito è L’Amarone di Valpolicella, gentilmente fornito da mia madre, sommelier.

Ormai è un rito. Prendo la bottiglia dalla mia piccola cantina, con l’apribottiglie estraggo il tappo come il più esperto dei sommelier, lo annuso, e verso il contenuto nel mio “balloon”. Il profumo non tarda a raggiungere i miei sensi. Continua a leggere

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INTERVISTANDO – IRON MAN

Ho sempre associato l’eroe della Marvel “Iron Man”a Robert Downey junior, l’attore che ne interpreta il ruolo nel famoso film. Ma a volte senza esserne a conoscenza, scopri che in fondo c’è un “Iron Man” in ognuno di noi.Non è solo un personaggio dei fumetti, è anche una persona comune, magari presente nella tua vita. Molte volte la vita di persone comuni non è raccontata perché priva di aneddoti interessanti…

Considerazione al quanto sbagliata.

Mi sono divertita ad interpretare il ruolo di una giornalista, con una persona a me cara e grazie a qualche domanda mi si è aperto un mondo sconosciuto. La vita di una persona apparentemente comune diventa quella di un “comune” supereroe.

Questa è la storia del mio Iron Man.

Nato il 9 gennaio del 1936, primo di 9 figli.

Nel 1936 la seconda guerra mondiale è alle porte, un soffio di vita si intrufola nelle fessure della porta di casa Coppola, dove si sente il gemito di una nuova creatura, Raffaella Esposito dà alla luce Luigi,  suo primogenito.

“La guerra era ovunque, avevo solo 3 anni, molti non mangiavano che pane e cipolla o baccelli dei piselli. Mio padre, Giuseppe Coppola, aveva un laboratorio di sartoria in centro, aveva studiato a Parigi, ed era benvoluto dagli “stranieri”, lo chiamavano il sarto parigino, per cui non siamo mai rimasti senza cibo. Loro gli chiedevano dei piccoli lavori sartoriali e noi mangiavamo. Ma un giorno qualcosa è andato storto. Giunse alle orecchie dei tedeschi che mio padre fosse Ebreo, non so perché, o chi avesse messo in giro questa voce. Una mattina 3/4 rappresentanti dell’esercito tedesco portarono via papà dalla sartoria. Io ero solo un ragazzino e rimasi fermo immobile nel retro bottega, impotente e terrorizzato. Avrei voluto urlare “Ferma lasciate mio padre non ha fatto nulla”, ma ero solo un ragazzino impaurito. La nonna , scusa , mia madre non si perse d’animo e grazie ai suoi contatti riuscì a smuovere le acque. Un sergente delle SS, cliente della nostra sartoria, si fece garante per mio padre, giurando che non fosse ebreo, che venne così rilasciato. Furono dei giorni tremendi, sono passati tanti anni ma quelle immagini e quelle emozioni sembrano di oggi”.

 

Luigi, ha frequentato le scuole primarie fino alla seconda media. Come molti ragazzi della sua età, però non amava studiare, per cui con i soldi della retta che suo padre gli consegnava per pagare l’istituto delle suore, andava a Napoli a fare baldoria con i suoi coetanei.

“ Non avevo proprio voglia di studiare, appena il sorriso del sole mi sfiorava il viso, organizzavo una gita lampo a Napoli, dove mi divertivo con i miei amici. A sedici anni  però sono dovuto capitolare. Mio padre non accettava il mio comportamento, e  lasciata la scuola, ho iniziato a lavorare nel suo laboratorio , rubando qui e lì i segreti del mestiere. Un giorno normale diventò un giorno speciale, quando mio padre per premiarmi della costanza sul lavoro che gli avevo dimostrato, mi comprò una bicicletta da corsa, una “Legnano” (a quei tempi pochi potevano permettersela). Quella bici mi ha fatto sognare, regalandomi tante soddisfazioni. Dopo duri allenamenti, sono stato campione di 1 Km in pista, gareggiando nel velodromo ad Arenella (cittadina di Napoli).”

Luigi cresce sano, ma in fretta, sono lontane le gite a Napoli, cresce la famiglia, crescono le sue responsabilità di primogenito. Come la maggior parte dei napoletani, nel suo sangue scorre la musica, dove si rifugia nel suo tempo libero. Si dedica allo studio della batteria, con passione, con tenacia, e dedizione. Riesce a creare un gruppo, una piccola Band, con la quale si esibisce in alcuni locali con le cover di Renato Carosone. Grazie a queste esibizioni, viene notato da Peppino di Capri, il quale rapito dalla passione di quest’uomo per la musica, gli propone di suonare con lui in tournè.

Ma ben presto le passioni passano in secondo piano, se la tua famiglia ti chiede supporto.

“La famiglia cresceva, e non potevo soltanto pensare a cosa piacesse a me, per cui ho dovuto iniziare a lavorare seriamente per sostenere mio padre e tutte le spese che bisognava affrontare in casa. Ho trovato un lavoro che mi calzava a pennello. Il rappresentante di abbigliamento. Ho sempre amato il contatto con la gente, poter comunicare, confrontarmi. Ho viaggiato tanto e incontrato molte persone, da ognuna di loro ho appreso molto.  Ero giovane ed ero come una spugna assorbivo tutto ciò che poteva interessarmi. Si, ho avuto molte soddisfazioni, in più ho raggiunto il mio obiettivo: sostenere economicamente la famiglia, che cresceva… 11 persone in casa non erano poche da sfamare, da vestire..”.

Luigi  diventa un uomo responsabile, capace di provvedere a se stesso ed anche agli 8 fratelli.

Arriva anche per lui il tempo dell’Amore.

“Il destino ha portato sul mio percorso di vita Rosa, una bella donna, dai colori mediterranei. Dopo averla corteggiata per qualche tempo, con le dovute precauzioni per l’epoca, sai quello che hai visto nei film è vero.. Ti ricordi la canzone ” Ie mammt e tu” ecco, noi usavamo queste accortezze senza mettere a repentaglio la reputazione delle giovani signorine. Nel 1961, avevo solo 25 anni, mi sono sposato. Una bella cerimonia , una bella festa. Da questo amore, nasce Giuseppe. Ero pronto, ero preparato, mi sentivo padre da sempre, ho cercato di dare sempre il meglio a mio figlio, come mio padre aveva fatto con me”.

La vita andava avanti con alti e bassi, Luigi non ha mai mollato. E’ sempre stato il primo figlio, l’uomo di casa insieme a suo padre, ma quando quest’ultimo viene a mancare tutto crolla, tutto diventa più complicato. Iron Man ha piccoli segni di cedimento…

La vita riserva sempre delle sorprese.

To be continued…

 

Raf

Don’t forget to smile

 

CINECITTA’ WORLD: LA NUOVA STAGIONE – UN MONDO DI DIVERTIMENTO

Il giorno 8 Aprile si è tenuta l’inaugurazione della nuova stagione di Cinecittà World, parco tematico della capitale.The Sun’s Smile invitata dall’amministratore delegato Stefano Cigarini, è andata a curiosare per Voi.

“I miei occhi sono pieni del maestoso ingresso protetto dalle fauci del Grande Maloch, attraversato il quale si entra nel fantastico mondo del cinema. Si attraversa Cinecittà Street, strada newyorchese degli anni 20, set del meraviglioso Gangs of New York.

Sono circondata dal profumo di Oscar in ogni dove, e poi chioschi, stores, dove potersi rinfrescare o acquistare dei gadgets da portare via in ricordo della giornata.

Lungo la strada è possibile catapultarsi nel fantastico mondo della realtà virtuale, diventando protagonisti di “La guerra dei mondi” . L’AD mi spiega che ho una grossa responsabilità, salvare l’umanità da un attacco alieno. Indossata la maschera e impugnati i joystick, mi lancio alla difesa della terra. Purtroppo non riesco a sconfiggere l’alieno, ma porto a casa 1590 punti , niente male per una principiante che ne dite?

Il mio giro al parco continua seguendo una scia di persone che si dirige verso un autobus diretto sul set del pluripremiato Ben Hur. Le hostess all’interno dell’autobus mi accolgono con un sorriso e mi consegnano una casacca color porpora da indossare. Mi sento una vera ” antica romana”. Sono arrivata nella nuova area del parco, in cui mi fanno salire su una originale biga, con due cavalli bianchi che hanno attraversato l’arena al galoppo. Un’esperienza unica al mondo, per la prima volta sono stata anche protagonista di un film cult, eh già, la mia corsa è stata ripresa da telecamere e montata proprio come in un vero film. Che spettacolo!

Il giro continua c’è ancora tanto da vedere.

Aktium attira la mia attenzione, decido di imbarcarmi. L’attrazione aquatica, che mi toglie il fiato.Ci sono due grandi discese che si affrontano a 70 km/h, credo di non aver mai riso cosi’ tanto. Pazzesco.

Sono carica per tentare Altair, una montagna russa unica in Italia con 10 spirali concatenate per creare la sensazione di “viaggio interastrale”. Il treno viene tirato sulla rampa fino a 33 metri di altezza per poi essere rilasciato e iniziare la vertiginosa discesa, raggiungendo la massima velocità di circa 90 chilometri all’ora. Emozioni elevate all’ ennesima potenza.

Wow!

Sono incontenibile…

Entro nell’area del Far west. Vecchie carovane, saloon e Labirinto. Nuovo angolo del parco, dedicato alla realtà virtuale. Indossato il visore, afferrate le armi, cerco di sconfiggere gli attacchi degli scheletri. Sono inquietanti, e vicini… Non sono riuscita a sconfiggere il mostro, veramente spaventoso. Ma mi vendicherò presto…

Dopo la sconfitta devo sollevare il mio morale, e cosa c’è di meglio se non entrare  all’ “Inferno”?. Mi accolgono all’ingresso queste parole:”Lasciate ogni speranza voi che entrate”, bene come accoglienza non è male. Sono intimorita ma curiosa.

Una montagna russa al buio con un’impressionante scenografia e suggestive proiezioni che mi immergono nei gironi dell’Inferno. Devo confessare che ho tenuto gli occhi chiusi per gran parte del giro, però ho riso come mai, avvinghiata al mio amico Fabrizio Pacifici, al quale credo di aver stritolato un braccio.

Ho bisogno di una pausa, Gangs of Musical, fa al caso mio.

Un gruppo di attori e ballerini si scatena in un middley  di brani, tutti dal vivo, tratti dai Film Musicali più famosi della storia: Flashdance, Footlose, Grease, Cabaret, A Chorus Line, Chicago, Dirty Dancing, Mamma Mia, Moulin Rouge, Aggiungi un posto a tavola.

Il pubblico applaude ed è coinvolto dalla bravura dei giovani ragazzi.

In un baleno sono quasi le 18.00, il parco è quasi vuoto, siamo in pochi ancora a girovagare, è ora di andare. E’ Il momento di tornare al mondo reale.

A malincuore saluto l’AD Cigarini, ringraziandolo per lo strepitoso lavoro che sta facendo insieme al suo staff gentile e cortese.  La passione per il proprio lavoro è stata messa in ogni attrazione, in ogni gesto, in ogni sorriso degli assistenti ai giochi.

Un parco adatto a tutte le età, tutti possiamo ancora divertirci.

Memorabile sabato alternativo.”

Grazie AD tornerò presto, magari supportata dai miei nipotini, devo sconfiggere gli alieni per salvare il mondo…

Raffaela Anastasio

The Sun’s Smile

 

Cinecittà World With: Cristina Verre, Fabrizio Pacifici.

 

 

 

 

 

 

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Nuovo Anno

Il nuovo anno, una nuova agenda, una nuova penna.

Con la canzone di Lucio Dalla “l’anno che verrà”, che per me è ormai inno ufficiale per accogliere i nuovi 365 giorni, ecco gli oggetti che mi ricordano che il nuovo anno è arrivato. Oggetti normali a vedersi, utensili da lavoro (è così che mi piace definirli), immobili, senza vita…

Almeno era quello che credevo…  ma l’apparenza inganna. Quei due oggetti dediti a segnare impegni, orari, incassi, budget, numeri di telefono, a scaricare la tensione colorando le pagine immacolate con kg e kg di inchiostro, allo scoccare delle ore 00.00 del 31/12  si trasformano, si animano … prendono vita…

Come è possibile?

Ebbene quei piccoli oggetti  diventano una costante della mia giornata,  un’ossessione, ovunque volge il mio sguardo, sono lì a fissarmi in attesa, sul comodino accanto al letto , sulla scrivania, sul tavolo della cucina, sul pianoforte, in terrazza durante un minuto di relax, perfino in bagno…diventano il mio incubo. Quando rientravo in casa mi chiedevo cosa avessero fatto in  mia assenza se avessero fatto baldoria o se avessero soltanto fatto nuove conoscenze con la nuova “bic” o con il nuovo calendario. I mostri nella mia mente mi conducevano a pensieri folli…
Il 6 gennaio pronta per ritornare a Roma, non perché io avessi finito il turno da Befana, ma semplicemente perché terminate le vacanze si ritorna alla quotidianità dell’ufficio, dai meandri piu’ oscuri di casa, un urlo disperato di mia madre raggiunge le mie orecchie e il suo viso riempie i miei occhi, sembra tanto quello del gatto con gli Stivali del film” Shrek”, gli occhioni di chi ha capito che un tizio di una delle tante serie televisive è morto a causa della sua stessa madre, ma resusciterà presto… e l’agenda aperta nella pagina di copertina…: “ma che, nun me scritt a dedic e bon augurji”.

Non ho scritto la dedica?! Non Ho scritto la dedica di buon auspicio! Ecco perché agenda e penna mi seguono.

Sono anni che mia madre segue questo rito. L’agenda spesso è stata trasportata anche a Roma…nulla poteva impedirle di raggiungermi. Dovevo necessariamente inaugurare la prima pagina  della sua agenda con una dedica perché di buon auspicio.

Questo nuovo anno cara mamma ti stupirò, non avrai bisogno di inseguirmi, ecco la tua dedica per la tua nuova agenda.

“Arriva un nuovo anno straniero, ancora, ma non per molto.

Tutto inizia sempre per trasformarsi in qualcosa di diverso, di più grande, di più maestoso.

Tu hai la capacità di creare, di trasformare tutto a tuo piacimento.

Hai la forza propria solo ad una madre.

Hai l’energia della tua terra nel tuo sangue.

Il sole accompagna le tue giornate, ti farà da guida sempre.

A volte potresti essere stanca,  sfinita, ma l’abbraccio dei tuoi nipoti ti darà nuovo vigore.

Non rammaricarti di non aver potuto fare di più, lo hai già fatto.

Non dimenticare mai da dove sei partita e dove sei ora grazie alla sola tua tenacia.

Non rimproverarti di avere due figlie un po’ stronze, due figlie diverse, una dedita alla famiglia, l’altra in balia dei sogni.

Le hai cresciute bene, la vita non è sempre così educata, hai fatto un buon lavoro, faticoso , intenso ma ottimo lavoro.

Nonostante tutto non hai mai mollato e so che non lo farai mai.

Il tuo animo generoso, indistruttibile quanto fragile sarà il tuo punto di forza.

Ti auguro di essere più serena, anche la tua gastrite ne sarà felice.

Non ti chiederò di fare tanti soldi, come in passato, quelli che abbiamo per fortuna ci bastano.

Ti auguro per questo nuovo anno di pensare un po’ più a te, di darti più tempo, più spazio, il tempo perso non ritorna.

Ti auguro di sentirti amata, anche se spesso non ti sarà dimostrato, ma il tuo cuore lo saprà sempre.

Ti auguro di essere sempre orgogliosa di ciò che sei.

Ti auguro di rientrare la sera orgogliosa del tuo operato, e di poggiare leggera la testa sul cuscino.

Ti auguro di non smettere mai di sorridere!

Buon lavoro”.

Raf

o.e.p.s
Don’t forget to smile

ps. In agenda segna che il sabato non lavoro,  Non Chiamarmi all’alba!
ps: ora stampa e incolla almeno non dovrai inseguirmi per tutta casa.