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Il Malocchio

 

Maria,
la Signora Maria così si chiamava.

 

Il villaggio, ovvero le così dette “palazzine americane”, costruite nel dopoguerra su stile americano, erano abitate da personaggi rari e surreali, me inclusa.
I miei occhi osservavano attentamente.
C’era La Comara T., non so perché la chiamassero così, ma so che lavorava in un posto grazie al quale sapeva tutto di tutti e tutti le chiedevano questo o quel favore.
C’era Josuè, uomo buono e di cuore, la sua famiglia numerosa e molto cattolica, sua moglie era una donna molto gentile, mi accolse amorevolmente quando chiesi se fosse possibile farle un’intervista per la scuola, credo fosse proprio sull’importanza della famiglia o cose del genere: ” Gesu’ è nostro fratello, nostro padre il nostro miglior amico:” mi disse.
C’era Gennariell, uomo magro magro, carnagione scura, viso segnato dal dolore e dalla sofferenza, di lui si raccontavano cose non adatte alle orecchie dei bambini, ma io lo vedevo solo come un uomo triste.
C’era  Don Ciro con la Signora Vittoria, che coppia. Erano i miei vicini. Lei donna prosperosa, abbondante, il viso con le gote rosa e sempre luminoso, molto napoletana, lui il mio bidello alle scuole elementari. Mi aiutava ad attraversare la strada, aveva sempre pronto un sorriso al suono della campanella e mi riaccompagnava a casa quando, dopo aver vomitato anche l’anima, a causa dell’influenza, non riuscivo a reggermi in piedi.
Poi, dietro i vetri di una bianca finestra c’era lei, la signora Maria.

 

La vedevo seduta a quella finestra la maggior parte del tempo, o meglio, tutte le volte che andavo e rientravo da scuola o quando nel pomeriggio uscivo. Era sempre lì. Dalla sua finestra aveva tutto sotto controllo, non c’era estraneo che potesse entrare senza che passasse sotto il suo vigile sguardo.
In estate la vedevo seduta sul portico su una di quelle sedioline di legno con la seduta in paglia, e stava lì, con i suoi capelli bianchi, un vestito a fantasia floreale le sue ciabatte aperte sulle dita, tra le sue ortensie e piante aromatiche ed i suoi gatti, tanti gatti. Proprio per questo ho sempre pensato bene di lei, una persona che ama gli animali come li amava lei, doveva essere una persona buona.

 

Da bambina ero spesso malata a causa delle tonsille.
Mia nonna un giorno decise che non potevano essere solo le tonsille infiammate a farmi ammalare:
“Sta creatur ten l’uocchj n’ guoll, ten o mal uocch”. (questa bimba ha gli occhi addosso ha il malocchio).
Il malocchio a Napoli, è una cosa seria e molte persone soprattutto anziane la considerano come una vera e propria malattia e come tale va curata.
Secondo la leggenda napoletana il Malocchio deriva semplicemente dall’invidia e dalla gelosia, dalle maldicenze di altre persone, che causano energia negativa che si trasforma poi in mal di testa, insonnia etc.
Mia nonna aveva un rimedio, sapeva come rimuovere il malocchio, o meglio una persona che potesse effettuare il rito, eh già era un vero e proprio rito.

 

Un pomeriggio ripresa dal mio stato influenzale, mia nonna disse a me e a mia sorella che avremmo dovuto accompagnarla a fare una cosa.
Mia sorella ed io non obiettammo in merito.
Lasciata casa facemmo 57 passi circa e la nonna si fermò al cancello della Signora Maria, che avevo già scorto essere nella sua posizione di “guardia”, dietro la finestra.
Ci accolse in casa con il sorriso.
Era la prima volta che entravo in quella casa, non ero perfettamente a mio agio. Attraversata la porta d’ingresso c’era un piccolo disimpegno, a sinistra c’era la camera da letto e a destra dopo aver attraversato un archetto si entrava nel soggiorno. L’ambiente era molto in ombra, una luce fioca illuminava l’arredamento di legno scuro. Numerosi centrini, di quelli fatti ad uncinetto sparsi qua e là sulla tavola rotonda. Nell’aria odore di cera, una candela posta davanti a dei santini bruciava. Il mio sguardo girava in tondo, foto di bambini, vecchie riviste appoggiate in un angolo.

 

“Ja assittatv o facc o cafe’? ( Sedetevi , faccio il caffè)
” No Marì grazie”.
“Allora facimm stu fatt” ( allora facciamo questa cosa)..

 Mentre le due signore chiacchieravano, mia sorella ed io eravamo in attesa di capire che cosa mai facessimo a casa della Signora Maria.

 

“Mo torn”. (ora torno)

 

La signora Maria si allontanò per rientrare con un piatto all’interno del quale c’era dell’acqua ed una tazzina con all’interno dell’olio.

 

“Viè piccire’ assittet ca” (vieni piccola siediti qua)

 

Senza nessun tipo di obiezione seguì le indicazioni della Signora Maria, non con serenità al dire il vero, ma c’era mia nonna, per cui qualsiasi cosa fosse successa, avevo un parente accanto a me, pensai.
Silenzio e la signora Maria prese il piatto con l’acqua e lo portò sul mio capo, senza appoggiarlo. Sentivo bisbigliare qualcosa, ma non riuscivo a capire che cosa stesse dicendo, intanto incrociavo lo sguardo di mia sorella, che rideva cercando di non farsi vedere. Era proprio surreale mi sentivo a casa di una strega che di li’ a poco mi avrebbe trasformata in una maialino rosa,(già all’epoca guardavo molti film).
Dopo qualche minuto Maria portò il mignolo all’interno della tazzina dell’olio, per raccoglierne qualche goccia da far scivolare nel piatto, qualche istante e disse:

 

“Ah sti ftient, eccoli eccoli!!” ( ah questi cattivi, eccoli, eccoli).

Mia sorella ed io ci trattenemmo dal ridere, ma l’esclamazione della nonna ci aiutò a capire.

 

“Ten l’uocchi n guoll, eh vist! ( ha il malocchio , hai visto!).

 

La signora Maria ci mostrò il piatto all’interno del quale aveva fatto cadere le goccioline di olio che nell’acqua avevano formato tanti piccoli cerchietti ed in gruppo si spostavano da una parte all’altra della superfice. Maria ci spiegò che quelli erano occhi invidiosi  e parole cattive delle persone attorno a me. Non ero molto convinta di quello che stavo vedendo, ma in ogni caso, lo accettai come vero.
Quel rito durò per qualche minuto successivo, poi Maria sputò nel piatto e andò a buttare tutto nel water. Tornando si fermò a dire una preghiera.
Maria riprese il rito con mia sorella, con le stessa sequenza, concludendo poi nuovamente con una preghiera.

“Mi raccomando, mettete o santin n’piett,”. ( Mi raccomando ora mettete un santo sul petto).

Mia nonna ringraziò, salutammo ed uscimmo accompagnate dai gatti.
Ritornammo dalla Signora Maria altre due volte, la leggenda del malocchio vuole che il rito si effettui per tre volte consecutive, per eliminare del tutto le energie negative.
Dopo quella esperienza ricordo che mi ammalai ancora, fino a quando il mio medico non decise di asportare le tonsille, l’unica causa della mia salute cagionevole.

 

Ora incuriosita da quei ricordi, ho provato a cercare quali fossero esattamente le parole pronunciate dalla signora Maria durante il rito, ma purtroppo non ci sono notizie in merito.
Si narra che la persona che pratica il rito contro il malocchio abbia una sensibilità particolare e che quello sia un rito che venga tramandato di generazione in generazione e solo in punto di morte viene trasmessa l’eredità inclusa di “parole magiche”.
Sapete non mi importa sapere se il malocchio esista oppure no, mi piace pensare di aver preso parte a qualcosa di inspiegabilmente speciale e magico.

 

 

Raf

Dont’ forget to smile

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