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Il profumo di quel mosto selvatico – The End

Il pensiero di quei ricordi mi regala un sorriso.

Prendo il mio bicchiere, appoggio l’indice ed il medio della mia mano destra sulla base e lascio che scivoli sul pavimento creando dei cerchi, dando modo ancora una volta che i profumi inebrino i miei sensi, un sorso e ritorno…li’ in quel giardino…

“Mio padre indossa una camicia a quadri rossa e grigia, usurata, le maniche sono risvoltate, lasciando le braccia scoperte fino al gomito. I pantaloni sono quelli di una tuta. Nella mano destra ha delle forbici comuni, con la sinistra sostiene il grappolo d’uva, in modo che non cada, per poi riporlo nell’apposito secchio. Le sue grosse mani, rugose, e segnate dalle cicatrici procurate dal saldatore, si muovono delicatamente, come a sorreggere la dama in una danza da un lato ad un altro.

Il taglio è netto, le forbici compiono un gesto secco, e Tac. Il profumo ci invade. Erba, qualche acino esploso, e l’aria si riempie di gioia… la nostra vendemmia.

Non possiamo stare ferme a guardare, vogliamo partecipare a quell’evento e allora mio padre assegna i compiti: mia sorella ripone i grappoli nel secchio, io controllo che non ci siano resti di foglie e acini cattivi. Siamo una macchina perfetta. Di tanto intanto mamma e nonna ci osservano dalla finestra.

Io: “Papi ora che abbiamo finito che si fa?”

Lui: “Ora dobbiamo lavare tutti i grappoli per bene e lasciamo ad asciugare poi domani, quando l’uva sarà asciutta la lavoriamo”.

Io: “Che vuoi fare il vino? E come si fa? Lo hai mai fatto? Lo possiamo provare?”

Lui: “Faccio un esperimento, non l’ho mai fatto, proviamo, vediamo che succede, al massimo lo usiamo per condire l’insalata” e sorride.

Ma che schifo come fai a condire l’insalata con il vino, penso ad alta voce, e mia sorella piu’ sveglia, mi spiega che se il vino non riesce si puo’ fare l’aceto e con quello puoi condire l’insalata….

Ahhhhhh ecco…

I giorni seguenti sono una continua sorpresa. Papà raccoglie tutta l’uva la ripone in una bacinella, in un’altra c’è dell’acqua calda dove poggia i suoi piedi e li lava con cura. Tra un dito e l’altro, poi usa uno spazzolino per le unghie, insomma un lavoro certosino. Prende un telo che ha precedentemente appoggiato sullo schienale della sedia e tampona prima uno e poi l’altro piede.

Entrambi i piedi poi finiscono nella bacinella con l’uva. Papi non riesce ad alzarsi dalla sedia da solo e chiede il nostro aiuto. Poste su entrambi i lati, sosteniamo il peso di quell’uomo tanto robusto fino a quando non è in equilibrio, ci ringrazia ed inizia a pigiare l’uva.

Fantastico, inizia una danza tutta sua, si diverte. Alza prima una gamba che affonda e poi l’altra. Soffro di invidia mi sembra una cosa pazzesca voglio farla…ma non posso. Guardo mio padre che continua a pigiare… l’uva inizia a trasformarsi in una sorta di melma. Qualche acino schizza fuori dalla bacinella creando irripetibili momenti di ilarità. Papi rimane a pigiare fino a quando non è sicuro che tutti gli acini siano perfettamente schiacciati e compatti. L’ odore ora è forte è acre e dolce…Quella strana danza dura per un po’ di tempo, tra i sorrisi e le chiacchiere.

Lui: “Bimbe aiutatemi ad uscire”

Tutto è compiuto i piedi finiscono nella bacinella con l’acqua e dopo aver ripetuto il rito, infila gli zoccoli e poi con una cucchiaia gira quello che è rimasto dell’uva, copre la bacinella con un panno bianco immacolato.

Michy: “Ed ora che si fa?”

Lui: “Si Attende!”

Il tempo scorre mio padre al rientro da lavoro, ogni giorno controlla la bacinella e gira il contenuto, che intanto ha iniziato a fermentare. Dopo la prima settimana il mosto è già profumato, la cantina è pregna di quell’odore dolciastro.

Le settimane trascorse sono ormai due e papi continua a girare, mescolare, e ricoprire la bacinella con il prezioso contenuto. Un giorno aggiunge un po’ di zucchero un altro un po’ di acqua…poi decide che tutto era pronto…

Chiede a mia madre di portargli lo schiacciapatate, mi chiedo a cosa possa servire.

Presto detto.

Il mosto è pronto per diventare vino dopo la macerazione e va spremuto. Non avendo i mezzi tecnici, da buon napoletano si arrangia con lo schiaccia patate ed inizia a pressare il mosto. Quello che ne deriva è un liquido rosato che papi con cura versa in una botte di vetro, tramite imbuto. Questa operazione è molto lunga, in quanto lo schiacciapatate riesce ad accogliere solo un paio di mestoli per volta. 

I miei sensi sono cosi’ attenti a cogliere ogni movimento, ogni sensazione, ogni odore. I gesti di mio padre sono attenti e precisi. La pressione posta sul mosto fermentato scatena una miriade di profumi che sono diffusi nell’aria dalla lieve brezza autunnale…

La botte è quasi piena e la bacinella vuota.. Papi ha scartato le bucce, riposte su vecchie pagine di un giornale.

La botte è finalmente piena , papi affaticato ma felice in volto, richiude la botte con un grosso tappo di plastica:

Lui:”Ecco fatto, e ora dobbiamo attendere e vedere cosa è venuto fuori”.

Io:”Papi ma non lo possiamo provare”.

Lui:”Certo attendiamo che si posi per qualche giorno”.

Non vedo l’ora, per me e mia sorella sarebbe la prima volta, una sorta di iniziazione, e quale miglior modo se non con il vino fatto in casa.

I giorni trascorrono e non faccio altro che vantarmi a scuola della bravura di mio padre, anche la maestra è attenta ai miei racconti, e sembra conoscere tutti i passaggi che elenco.

Il fine settimana impiega poco ad arrivare, e sulla tavola imbandita per la domenica, tra un piatto di tagliatelle e le polpette al sugo della nonna, fa la sua apparizione anche una bottiglia anonima, con tappo di plastica.

Papi: “Siete pronte, che dite lo vogliamo assaggiare o no?”

Solo in quel momento ho capito che il vino era finalmente pronto.

Con una leggera pressione della mano, papi stringe il tappo e con un movimento ballerino che spinge il tappo un po’ avanti e un po’ indietro riesce a rimuoverlo ed ecco il “Ploof” di felicità che fa scaturire l’applauso…

Papi: “Allora prima alla nonna, così se il vino è cattivo, la nonna è anziana…” mi strizza l’occhio

Nonna: “Azz grazie Angiulill, ” e scoppiamo tutti in una fragorosa risata.

A seguire papà versa il vino a mamma, poi a Michy, a me e conclude versandolo nel suo bicchiere.

Lui: “Allora salute, buona domenica”.

Noi: “Salute, cin cin”.

I bicchieri si toccano in un gentile tintinnio, sono emozionata è la mia prima volta. Mia sorella ed io ci guardiamo per un attimo, i nostri sorrisi evidenziano la nostra gioia. 

Avvicino il mio bicchiere, e il profumo prepotentemente arriva ai miei sensi. Respiro profondamente e lo lascio entrare, mi godo ogni sensazione. Lentamente il liquido rosso scivola nella mia bocca a piccole dosi. Si ferma sulla lingua e poi scivola nella gola… E’ pastoso, compatto, forte e dolce allo stesso tempo. Senza accorgermene finisco il mio bicchiere…

Lui:”Uè piccirè chian che ti ubriachi” ( piccola piano che ti ubriachi)

Allora con lo sguardo smarrito, metto giù il bicchiere e sento che la lingua si muove sul labbro superiore a cercare i residui del nettare, fermandosi su di un lato.

Mi sento osservata, anche mia sorella ha gli occhi puntati su di me..

Nonna: “Ah ti è piciut”.

Sono imbarazzata e non riesco a rispondere, sorrido abbasso lo sguardo e iniziamo a ridere, per la gioia e chissà forse anche per il vino…”

 

Il mio bicchiere è vuoto, la puntina non scorre più sul vinile, il tempo riprende a scorrere, e non dimentico di respirare e di sorridere.

 

Don’t Forget to Smile

Raf

 

 

 

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Buon compleanno The Sun’s Smile

Ho iniziato a scrivere perché il mio cuore spinto dalla passione mi chiedeva di farlo. Il mio cuore aveva ragione.

Oggi sono due anni che scrivo, ed il mio blog è diventato un bellissimo sito ricco di cose interessanti ed i miei racconti prendono vita trasformandosi in immagini. 

Sono molto orgogliosa di questo mio piccolo successo…chi l’avrebbe mai detto…non abbiamo mai dimenticato di sorridere. Continua a leggere

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Visto per Voi – In Arte Nino

Alla terza edizione del ” Perugia Love Film Festival” è stata proposta la visione di “In arte Nino”, film per la tv, diretto da Luca Manfredi, scritto ed interpretato da Elio Germano.

In 100 minuti “In arte Nino” racconta gli anni della formazione e degli esordi di Manfredi, dal 1939 al 1959.

Il film si apre con il protagonista Saturnino, che si trova in un ospedale romano, ammalato di tubercolosi, dove ha lottato a lungo per la propria sopravvivenza, senza perdere mai la forza vitale, che lo spingeva a strappare un sorriso ai compagni di “sventura”, anche nei momenti più drammatici, con una battuta e una canzone suonata alla chitarra. Da lì l’iscrizione, non molto convinto, alla facoltà di Giurisprudenza, dove conseguirà la laurea, e poi la scoperta, quasi casuale, della passione per la recitazione e l’ingresso nell’Accademia d’Arte drammatica Silvio D’Amico. Infine l’incontro con la moglie, l’indossatrice Erminia Ferrari,rimasta al suo fianco per cinquant’anni.

Nino è interpretato da uno strepitoso Elio Germano, che non si è risparmiato, e si vede, nell’interpretazione dell’artista da lui amato e seguito. Un Film che è ” Un abbraccio sentito a mio padre“, così lo definisce Luca Manfredi,” Un ti voglio bene che non sono mai riuscito a dirgli“.

In arte Nino è un film che trasmette il coraggio di un uomo che dimostra la sua caparbietà nel raggiungere i suoi sogni.

In arte Nino presto in Rai.

‘In arte Nino’ Elio Germano

Cast:

Erminia Manfredi, interpretata da Miriam Leone, inoltre presenti Stefano Fresi, Duccio Camerini, Leo Gullotta, Anna Ferruzzo e Giorgio Tirabassi.

The Sun’s Smile

Raffaela Anastasio

 

 

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Sanremo il Festival

Febbraio 2017

Come da tradizione sono posizionata davanti al televisore, sintonizzata sul primo canale della tv nazionale e pronta alla 67’ edizione del Festival di Sanremo.

Carlo Conti e Maria De Filippi i conduttori dell’evento.
Il Festival anche se è mutato nel tempo, ha sempre un suo fascino, tanti ricordi ruotano intorno a questa manifestazione.
Il Festival ha inizio soltanto quando collegata via social con mia sorella, iniziano i commenti per ogni canzone ed ogni vestito indossato da questo, o quell’artista.
Molto diverso da quando eravamo solo delle ragazzine….

“Registratore pronto, cassetta da 90 minuti inserita, posizione strategica per catturare il suono nel migliore dei modi.

“Signori e Signore benvenuti alla nuova edizione del Festival di Sanremo”. La voce imponente di Pippo Baudo, annunciava l’inizio della tanto attesa manifestazione.

La folla impazzita, applausi, urla di incitamento, mia sorella ed io in attesa della prima canzone.
Il solenne annuncio, presentazione del direttore d’orchestra per quell’artista e rec…silenzio in casa…
Era tutto così magico.

Ad una settimana prima dell’evento “TV sorrisi e canzoni”, pubblicava in copertina i cantanti finalisti.

All’interno la rivista, proponeva tutti i testi dei brani, che mia sorella ed io studiavamo attentamente inventando la base musicale.

Mia madre ci consegnava 5000 lire per comprare le audio cassette nel nostro negozio di fiducia “Somma”. Le cassette costavano 2.500 lire l’una e dovevano essere della Sony e di 90 minuti.
Il sabato della finale tanto atteso, non tardava ad arrivare.
Si cenava rapidamente per poterci preparare alla registrazione. Mia sorella ed io ci spostavamo nella stanza del pianoforte

Stereo pronto.

Per non rischiare di perdere qualche nota avevamo imparato che bisognava mandare avanti un po’ il nastro e fare in modo che arrivasse sulla pellicola scura.

Fatte le dovute prove di rito eravamo pronte.
C’era l’emozione di assistere a qualcosa di immensamente bello.
Ad apertura del festival la fantastica sigla dell’eurovisione, che mi rendeva fiera, forse mi sentivo parte di qualcosa di importante, di grandioso.
Gli occhi puntati sulla TV.
L’inquadratura puntava sul palco del Teatro Ariston, flash di luci e colori, si muovevano a tempo di musica. Con fatica si intravedevano i tanti elementi d’orchestra, che erano posizionati ai lati della famosa scala che dava i brividi, a chi avrebbe dovuto percorrerla, ma allo stesso tempo fierezza.
Mia sorella ed io eravamo ovviamente affascinate dalle vallette che negli anni si alternavano, non per il personaggio, ma per gli abiti che avevano la fortuna di indossare. Brutte o belle sembravano sempre delle principesse, vestite dagli stilisti che hanno fatto la storia della moda in Italia, Valentino Armani, Versace..
Noi due rimanevamo lì a guardarle, mentre scendevano le scale acclamate ed applaudite con i loro sguardi emozionati e fieri, sognando, un giorno, di poter indossare quei capi meravigliosi.

L‘incanto terminava con l’annuncio della canzone del primo big in gara.

Silenzio che ora comincia”.
La presentazione di Pippo impeccabile.
Applausi e..

Clik. Rec.
La cassetta iniziava a girare con un movimento non precisamente circolare, o almeno quella era la mia impressione quando controllavo che fosse partita la registrazione.

Quel rumore che somigliava ad un fruscio, lento ed incostante.
Il cantante iniziava con le prime parole, noi eravamo attente e curiose.
Poi a bassa voce mia madre: “Sta andando”?
La mia faccia non aveva bisogno di parole, mia madre sarebbe rimasta immortalata nella cassetta dedicata al Festival di Sanremo, bastò uno sguardo tra me e mia sorella, per esplodere in una risata “silenziosa” che non riuscivamo a trattenere, a seguire mia madre, che teneva la mano sulla bocca.
La canzone terminò con gli applausi e
Stop.
Mia madre esplose in una risata che coinvolse tutti.
La nonna che era in cucina con mio padre, non capiva cosa fosse successo, urlava dall’altra parte chiedendo il motivo di tanta confusione, ma nessuna di noi riusciva a darle una spiegazione.
Quel momento di ilarità però si concluse all’ annuncio del nuovo artista in gara.
Pippo…
Silenzio
Rec

Il rito durò per tutta la serata, controllando la cassetta. Non potevamo correre il rischio di dover cambiare lato nel mezzo della canzone.

“Antone è fnnut a lavatrice”. ( Antonella la lavatrice ha terminato).
Anche la nonna era stata immortalata, ufficialmente era diventata una nuova artista del Festival di Sanremo.
La serata scorreva come la pellicola della cassetta. Tra sorrisi e commenti, per qualche artista che aveva osato troppo nell’abbigliamento o con lo stesso brano. Ci divertivamo a fare le nostre classifiche personali, ovviamente totalmente diverse da quelle ufficiali.
Il Festival era un momento di ritrovo, di condivisione, momento per ascoltare della buona musica e degli artisti con la “A” maiuscola.
Gli artisti si dedicavano anima e corpo all’esibizione sul palco. Riuscivamo a percepirne l’emozione ad ogni nota.

Quei Brani poi ci avrebbero accompagnato per tutto l’anno, nelle nostre passeggiate, nei nostri viaggi per le vacanze, ovunque. Qualsiasi momento sarebbe stato buono per premere play al nostro wolkman o al nostro stereo. Avremmo cantato a squarciagola la domenica mattina, cercando di memorizzare tutte le parole. Il nostro percorso di vita sarebbe stato segnato nel tempo da “Terra promessa”, “ Si può dare di più”, “Perdere l’Amore” “E Poi” e “ Luce”…”

In un messaggio mia sorella: “Certo tutto più moderno ora, però che bello quando ancora ci emozionavamo insieme a loro”.

Altri tempi, altra storia, altre emozioni.
Ora del Festival guardo solo la prima puntata se riesco a rimanere sveglia e l’ultima, cercando di capire quali sono i big e quali sono i giovani o gli artisti estratti da Youtube.
Gli anni passano, ma a volte è bello poter dare uno sguardo al passato con il sorriso e ricordare che in una di quelle cassette troverai sempre un pezzo della tua vita.
Raf
Don’t forget to smile
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Day off – 2

Stordita tentavo di aprire gli occhi, al mio fianco i miei amici.

Mi sollevai dallo schienale, guardai oltre il vetro del finestrino e mi resi conto di aver dormito per tutto il viaggio. Un sorriso incredulo, un respiro ed iniziò una nuova avventura proprio come allora.

Luca ci fece strada, era l’esperto di quei posti. Scaricati i bagagli ci dirigemmo verso un luogo incantato, “Le camosciare” dove si accedeva tramite un posto chiamato l’anfiteatro. Un insieme di montagne riunite a formare un anfiteatro, un luogo magico e suggestivo. Lungo il percorso nessuno aveva chiesto del cellulare. Finalmente stavamo vivendo il momento, godendo di quella meraviglia intorno a noi.

L’aria era frizzante, i colori quelli dell’inverno. Luca ci accompagnò fin su alla piccola sorgente di una cascata, dopo quasi 1 ora di cammino. Un’ora in cui imparammo a conoscerci. I nostri ricordi da bambini, le emozioni, i figli, i primi innamoramenti, ed insieme apprezzammo quello che la natura ci offriva.

Dei cellulari nemmeno il ricordo.
Unica donna in un gruppo di 4 uomini, mi adeguai al loro modo di fare, assecondando il loro linguaggio, e non meravigliandomi di storie o racconti un po’ …ecco un po’ oltre. Dovevo essere una di loro, non un elemento discordante. Riuscì ad amalgamarmi ,anche incuriosita per il loro modo di pensare talvolta molto vicino al mio.

Dopo un po’, l’appetito iniziò a farsi sentire e ci accomodammo su di un tavolo di legno, in tono con l’ambiente, mangiammo un pezzo di pizza preso al forno del paese. Non sapevamo che ore fossero, non ci importava, quel pezzo di pizza sembrava essere il più buono mangiato fino a quel momento. La condivisione di quel tempo, valeva ogni secondo.

Quella passeggiata era stata rigenerante. Aria pulita, mente sgombra, i sorrisi sui nostri volti distesi.
Nessuna traccia del cellulare.

Rientrati in paese, Luca ci guidò all’interno del borgo vecchio. In quel posto il tempo si era fermato. Tutto era come avevo sognato, come l’avevo vissuto tempo fa, la finestra sul cortile, i fiori , le decorazioni… I miei occhi lucidi di gioia.

La luce fece spazio al buio, quando stanchi rientrammo a casa.

Sul tavolo prelibatezze di ogni genere, ma non sane. Nutella, biscotti, marshmallow ed una bottiglia di spumante con cui brindammo alla nostra amicizia e a quel meraviglioso weekend senza “notifiche”.

La serata continuò, tra sguardi e risate, racconti e giochi “retrò”. Serata esilarante.

Dei cellulari nemmeno l’ombra.
Notte fonda decidemmo che forse era il caso di andare a dormire, l’indomani Luca ci avrebbe fatto visitare altri posti, avremmo vissuto altre emozioni e ci saremmo conosciuti ancor di più.
La notte trascorse serena. Dalla finestra della mia camera da letto, un paesaggio che mi tolse il fiato, dopo molto tempo riuscì a vedere di nuovo milioni di stelle brillanti. La calma, la pace cullarono la mia anima , come il cielo quelle stelle.

Il nostro esperimento funzionò. Per due giorni i cellulari rimasero fuori dalla nostra vita.

Basta così poco per rendersi conto che la vita vera non è quella che trascorri nascondendoti dietro uno schermo del telefono, dietro uno sguardo “fotoshoppato” di una foto riuscita male, dietro un messaggio scritto in codice morse. Basta poco e puoi respirare emozioni che un telefono non ti può dare. Puoi vedere gli occhi lucidi di un tuo amico che si commuove parlando dei suoi figli, le smorfie birichine di Fra, mentre ti racconta aneddoti piccanti della sua vita. Puoi sentire un abbraccio complice, aver le mani libere per sfiorarsi, per immergerle nell’acqua e bere, come facevi da ragazzina, ritrovi il piacere di parlare con le persone anche solo per chiedere un’informazione…

Basta alzare gli occhi, per vedere un mondo oltre quello schermo pieno di notifiche…un sole che sorride…

Basta solo alzare lo sguardo.
Raf
Don’t forget to smile

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Day off

I cellulari ci stanno spegnendo il cervello.

Ormai trascorriamo la maggior parte della nostra giornata con gli occhi sullo schermo del nostro telefono intelligente e noi diventiamo stupidi, perdendoci il bello degli occhi degli altri, i sorrisi, l’espressioni…quindi basta.

C’era bisogno di prendere dei provvedimenti seri per disintossicarci da quella smania di guardare facebook, o le svariate chat di whatsapp. Avevamo bisogno di spegnere il cellulare e accendere il cervello, con esso tutti i nostri sensi. Dovevamo partire allontanarci dalle tentazioni. Un mio amico ha una splendida idea:

“Si parte, ma i cellulari saranno consegnati a me, provvederò ad imbustarli e custodirli fino al nostro rientro, che ne dite?”.

Silenzio, di quelli che fanno comunque chiasso. Sguardi dubbiosi, sospiri e poi:

“Perfetto, io sono d’accordo, se vogliamo fare questa cosa va fatta bene così non avremo tentazioni, neanche per vedere l’orario, io ci sto”!

Sabato mattina appuntamento alla metro e poi tutti a fare colazione. Giunse il momento di consegnare il cellulare. Tanto timore e titubanza, ma dopo aver spento il telefono e averlo imbustato e sigillato, tutti in macchina senza ripensamenti.

Il nostro viaggio iniziò, direzione Pescasseroli.
La strada scorreva veloce. Le immagini scivolavano dagli occhi… il tepore all’interno dell’auto si posò sui miei occhi, coccolandomi in un sonno leggero..

“Raffa, Raffa sveglia siamo arrivati”.

 

Indolenzita per aver dormito con la testa appoggiata al finestrino, apro gli occhi a fatica. La voce di mia madre mi incitava ad uscire dalla macchina. Erano tutti fermi eravamo arrivati a Pescasseroli, fermi ad una piazzola di sosta per il campeggio libero. Papi aveva già sganciato la roulotte e tirati giù i piedini per bloccarla.L’aria era fredda, il mio fiato prendeva vita ad ogni parola emessa, era divertente. Iniziammo a scaricare la macchina. La nonna in roulotte iniziò a preparare il suo meraviglioso sugo, il profumo era inconfondibile. Mia sorella ed io, incapaci di stare ferme, emozionate per quella nuova esperienza, iniziammo a girovagare, ad esplorare la zona. I nostri occhi si fermarono su di uno scorcio bellissimo, una distesa di colline imbiancate, la neve non poteva essere più bianca, da lontano qualcosa si mosse dietro ad un albero. Michy ed io ci prendemmo la mano per scappare via, poi apparve un animale meraviglioso, imponente. Non si accorse di noi. E noi facemmo in modo che non se ne accorgesse. Rimanemmo immobili ad osservarlo.Con voce bassa dissi a mia sorella: “Michy guarda che tipo vanitoso, mica le ha solo lui le corna?”. Mi guardò e disse: “Cretina”.

 

Quel meraviglioso animale spaventato da chissà cosa, poi scappò via e noi ritornammo alla roulotte a raccontare quello che avevamo appena visto. Durante il pranzo mio padre ci raccontava il programma della giornata, sembrava tutto molto interessante e noi eravamo emozionate. Visita al parco Nazionale degli Abruzzi, giro in città.

Mia madre ci fece indossare dei maglioni corposi, in effetti il freddo era pungente, e dopo pranzo ci dirigemmo in macchina all’ingresso del parco.
La guida ci spiegò che quello non era uno zoo come pensavamo, ma un luogo dove molti animali venivano curati e poi rimessi in libertà. Che buffe le civette, inquietanti, il loro sguardo ci seguiva in qualsiasi movimento noi facessimo…poi l’area dei lupi.
Molti lupi erano magri, quasi non si reggevano in piedi, i loro sguardi erano tristi. Chiesi alla nostra guida come mai fossero così tristi, con un sorriso mi disse: ”Perché non sono a casa loro, ma devono rimanere qui per essere curati e poi torneranno ad essere felici”.
Un lupo si avvicinò alla rete, mio padre impavido gli accarezzò il muso. Era dolcissimo aveva solo voglia di coccole, ed io lo imitai sebbene mia madre non fosse d’accordo. Amavo quegli esseri, avrei voluto fare di più per loro, ma ero piccola e sotto sorveglianza, pensai: “Quando diventerò grande”.
Il percorso continuò con gli orsi.

Mia sorella ed io eravamo estasiate da tanta maestosità. La natura era pazzesca. La guida ci raccontava dei vecchi aneddoti del miele, degli orsi e di quanto erano birichini.

La guida poi ci salutò regalando a me e a mia sorella un adesivo con il logo del parco nazionale degli Abruzzi, rappresentato da un orso seduto.In macchina dissi per la prima volta alla mia famiglia: “Da grande voglio diventare una veterinaria”.
Nessuno emise un suono, poi mio padre: “Brava, devi studiare tanto”.La macchina intanto andava e dal finestrino fantastici paesaggi innevati, incantevoli. Arrivammo nel borgo di Pescasseroli.Tutto sembrava fatto su misura, sembrava uno di quei borghi raccontato nei libri di favole. Da lontano piccoli vortici di fumo facevano capolino tra un tetto e l’altro, la neve rendeva tutto così magico. Piccole finestre decorate con fiori colorati e finta edera davano vita a quei vialetti suggestivi che profumavano di antico. Il pomeriggio trascorse così in quei vicoletti e al bar con una cioccolata calda. Il sorriso del sole lasciò il posto alla sorridente luna, ed io mi feci coccolare da quella luce lieve, nel rientro al campeggio, mi addormentai stanca, ma felice sulla spalla della nonna…
“Raffa, Raffa siamo arrivati, Daje bella addormentata”.
Una voce interruppe il mio riposo.

To be continued

Raf
Don’t forget to smile
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Ottobre 2009

Venerdì 27 gennaio, ore 18.25 finalmente anche questo w.end sta per iniziare, ed un altro giorno  lavorativo si è concluso.

Non mi va di tornare a casa, ho bisogno di tempo per me, di fermarmi dal trambusto di slide per riunioni, richieste da soddisfare, sorrisi da elargire, ancora riunioni, appuntamenti da fissare, telefonate da fare, budget, numeri, pianificazioni annuali…

Stop!
Decido di non tornare a casa, non mi va, ho bisogno di me.

Respiro, sorseggio uno spritz e mi godo il mio tempo, in un bar vicino all’ ufficio. Pieno di gente. Sembra strano ma anche se è relativamente presto per un aperitivo, i tavoli sono tutti pieni. Scelgo una postazione lontana dall’ingresso, l’unico angolo più tranquillo.
Se alzo gli occhi dal mio quaderno ho tutto sotto controllo. Ho una prospettiva completa di ciò che succede.
Alla mia sinistra, tre persone chiacchierano di una start – up e l’uomo che mi siede accanto continua a gesticolare per dare forza al suo pensiero, non si contiene, il mio spritz potrebbe morire sul pavimento.
Alla mia destra l’intero bancone del bar è in movimento, ragazzi che servono bevande, cocktails ed i classici stuzzichini chiamati ”finger food”, che fa tanto internazionale.
In centro un gruppo di adolescenti con gli occhi puntati in un’unica direzione, smartphone.
Un gruppo di adulti seduti in fondo, proprio in direzione del mio sguardo. Anche loro sono appena usciti dall’ufficio. Te ne accorgi subito, dalla cravatta allentata e dal fatto che non indossano più la giacca, ma che invece è poggiata sulla sedia…
Il popolo del venerdì che cerca il proprio spazio, il proprio tempo.

Per fortuna la musica del mio ipod mi isola dalla confusione e dalle chiacchiere. Mi perdo nei miei pensieri, nei ricordi di quando tutto è cominciato. Non so perché… o forse si lo so.
– Ottobre 2009 impaurita suonai alla porta del mio futuro, via Orazio 10. Ad aprirmi una donna molto elegante. Un tailleur con pantalone e giacca dorata. Capelli corti biondi, occhiali, ed un sorriso pieno di energia.  Mi fece accomodare su di un salottino, in attesa di effettuare il colloquio di lavoro, che in ogni caso avrebbe inciso sulla mia vita.

Quel sorriso mi accolse tutte le volte successive, per 7 anni.
Così iniziammo un lungo percorso. La signora bionda mi accompagnò per mano verso il mio futuro.
Avrei dovuto prendere il suo posto, perché era prossima alla tanta attesa pensione. L’impiegata, lasciò ben presto posto alla persona e a quell’anima pura che ho imparato a conoscere. Sei diventata la mia Patty.

Ed ora scrivo di te.

Immagino il tuo viso in questo momento, emozionato e curioso. Tranquilla non dovrai vergognarti di me.
Sei la mia Patty.
Qualche giorno fa mi hai detto: “Raf, anche io voglio la dedica sulla nuova agenda”, sorridendoti ti ho risposto che ci avrei pensato.
Ed eccomi qua.

Non riuscivo a pensare ad un modo migliore per esprimere la gratitudine e la stima e l’affetto profondo che ho per te.

Mi hai accompagnata su una strada a me sconosciuta, insegnandomi tutto il tuo sapere.

Non mi hai mai mollata. La tua pazienza immane, nei confronti di una trentenne timida, inesperta.

Mi hai aperto le tue braccia per sostenermi nei momenti incasinati della mia vita.

Il tuo sguardo dolce, comprensivo, proprio come quello di una madre, mi ha sostenuto in tutte le piccole cose.

Sei sempre stata pronta ad ascoltarmi, hai sempre avuto il consiglio giusto al momento giusto ed hai anche saputo riprendermi quando, inevitabilmente ero pronta a fare qualche cavolata.

Sei sempre stata mia complice discreta, asciugando le mie lacrime.

Voglio dirti grazie, te lo dico così, come il cuore mi suggerisce.

Per avermi fatto sentire a casa nonostante tutto, per aver incentivato ogni mia idea stramba, per la tua amicizia. Per questo blog, che è nato anche grazie a te che mi hai detto:”Raf prova che hai da perdere, se ti piace”.

Mi hai dedicato il tuo tempo nei miei primi racconti, sei tra le mie più forti sostenitrici e lettrici.

Sei semplicemente tu, senza inganno, pulita, sincera, la tua saggezza, la tua esperienza mi hanno indicato il sentiero.

Sei la mia amica, mamma romana.

Grazie Pattina.

Ps: ora stampa tutto e incolla nella nuova agenda, lo so un po’ scomodo però è divertente, come sarà divertente vedere il tuo sorriso lunedì.

Grazie
Raf
Dont’ forget to smile
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Bianco respiro

La notte la sentii arrivare.

Il tepore delle coperte, il calore del camino non riuscirono a camuffare il suo arrivo.

Un grosso respiro, lungo intenso.
Annusai l’aria. Ancora un respiro profondo. Lo capì, lo capì dall’aria che stava arrivando.
Ero in un residence di montagna, non avevo ancora compiuti forse i 7 anni.
Era notte fonda, nell’appartamento regnava il silenzio, ed in silenzio scivolai fuori dal letto e quasi trattenendo il respiro, mi avvicinai alla finestra che dava sul balcone. Non volevo svegliare gli altri, mia madre non mi avrebbe permesso di uscire fuori con quelle temperature. Passo dopo passo, con fare furtivo, arrivai alla maniglia, ora avrei dovuto aprire la finestra…
La mia mano fredda, si piegò afferrando la maniglia, che fissai disperata pensando: “ti prego apriti senza fare rumore”, intanto il cuore pompava sangue aumentando il suo battito.

In apnea, a labbra strette, iniziai a fare una leggera pressione verso il basso, fu inevitabile un leggero tonfo e allora diedi uno strappo veloce, il cigolio, come nella casa degli orrori (che trovi al Luna Park), non tardò ad arrivare.

Accovacciata, guardai prima in basso, ma avevo l’orecchio teso verso le altre stanze, il mio viso contrito in una smorfia, in attesa che mia madre o mio padre iniziassero ad urlare, poi con calma, come in slowmotion ruotai il viso, alzai lo sguardo e nulla…

Ripresi a respirare.

Rilassai il volto.

Sgattaiolai fuori come un gatto, chiudendo la finestra alle mie spalle con cautela.Una valanga di emozioni mi sorprese quando un’ondata di aria fresca penetrò nelle mie narici, quella sensazione di libertà, di infinito. Ancor di più percepì la sua presenza, ma non era ancora lì.Rimasi con il naso in su, il mio sguardo puntato verso il cielo blu cobalto, a scrutare cosa stesse succedendo tra quelle stelle così luminose quella notte.

Un brivido mi sorprese sulle braccia scoperte. Ero in attesa.

Poi qualcosa si mosse.

Sul mio viso si poggiò un chicco, che si sciolse quasi subito al contatto con la mia pelle, era sfuggito al mio sguardo attento… poi ancora un altro sul mio naso ed un altro, un altro…Granello dopo granello, fiocco dopo fiocco, migliaia, milioni di chicchi magici, che accompagnati dalla leggerezza del vento iniziarono ad appoggiarsi sulla terra intorno a me.

Il cielo ora era in festa.

Finalmente era arrivata. Il mondo, pensai, ora cambierà colore.

Fiocchi, vortici, turbini di cristallo in qualsiasi forma arrivasse mi andava bene.

Ero sua amica.

Avrebbe accompagnato i miei giochi, pensai  alla slitta, il pattinaggio, i miei scivoloni lungo la collina con le buste nere, quelle per raccogliere i rifiuti, le palle, i pupazzi di neve a cui avrei mangiato il naso.

Così delicata eppure così forte da piegare i rami di grossi alberi sotto il suo peso.

Eri arrivata.

Il mio sorriso silenzioso ti accolse, il mio cuore ingenuo gioì.

Anche quella volta non mi ero sbagliata.

Avevi annunciato il tuo arrivo.

Mi distesi, supina sulla poltroncina che era lì, ti guardai danzare tutta la notte e mi addormentai coccolata dal tuo abbraccio.

L’indomani il mondo aveva cambiato il suo colore. Quello che vidi al mio risveglio, oltre allo sguardo inferocito di mia madre, fu pura e strepitosa meraviglia…

I miei occhi pieni di stupore e gratitudine.

Sono passati 30 anni da quel giorno e ancora ti sento arrivare, ancora mi emoziona la tua danza, il tuo tempo.

Siamo ancora amiche.
Sei  ancora il mio bianco respiro.
Raf
Dont’ forget to smile
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Speciale Natale – I loro desideri e le loro speranze – 4B + 1

Volevo rendere questo Natale speciale, ho chiesto a mia nipote cosa desiderasse come  dono da scartare sotto l’albero e lei mi ha risposto inviandomi  la “letterina” che aveva scritto per Babbo Natale.
Allora, curiosa di capire come si comportano i bimbi in questo periodo dell’anno, cosa vogliono veramente, ho chiesto a mia nipote se i suoi compagni di classe avessero voglia di scrivere qualcosa a Babbo Natale, così poi avrei potuto dare loro una mano ad inviare le ” letterine” tramite internet. Ed ecco cosa hanno scritto a cuore aperto…
A parte mio nipote Thomas che ha fatto un elenco dettagliato, lista precisa di ciò che desidera, sono rimasta piacevolmente colpita da cio’ che gli altri bimbi hanno richiesto.
Certo a modo loro, con la loro semplicità e la loro mano incerta.
 Il loro cuore buono, puro, attento.
 Questo quello che chiedono: serenità, pace nel cuore dei terroristi.
Un pasto caldo ed una casa per coloro che sono stati vittime del terremoto.
La fine di queste assurde guerre.
Niente più lacrime per i bambini, basta con la sofferenza.
 L’innocenza e la sincerità in ognuna delle parole scritta in queste lettere è disarmante. Non hanno bisogno di panegirici… Sono diretti. Veri.
Ed ora tocca a  me…..
Caro Babbo Natale,
forse non ho alcun diritto di scriverti queste poche righe,per di più anche fuori tempo massimo, ma ho necessità di farlo.
Si lo so che sei impegnato con la tua fabbrica di giocattoli e avrai tanto da fare, ma ti chiedo solo 1 minuto.
Lo so che non ho più l’età e che ormai non è più tempo di importunarti, ma oggi, oggi è un giorno speciale.
NO, non ti chiedo nulla per me, io ho tutto quello che mi serve, un tetto sulla testa che mi copre dalla pioggia, un lavoro che mi sostiene, le mie passioni che mi danno gioia, ho le spalle forti della mia famiglia sulle quali appoggiarmi nei momenti un po’ pesanti, ho il sorriso del sole sul mio viso e su quello dei miei amici, che mi scalda il cuore..
Io ti scrivo affinché tu possa realizzare i sogni ed i desideri di questi bambini, e di tutti gli altri.. ovunque nel mondo…
Eh si ti chiedo una grande impresa…
Ti prego fa che possano crescere…
Crescere con la speranza che qualcosa possa cambiare, che loro possano cambiare le cose.
Non portare via quella spensieratezza che dona la luce nei loro occhi.
Dona loro la consapevolezza della meraviglia di vivere la vita senza limiti ne condizionamenti. Da’ loro la possibilità di respirarla a pieni polmoni e goderne poi a piccoli respiri.
Porta via dai loro occhi le lacrime di tristezza.
Accresci in loro il senso di giustizia, di rispetto e di compassione.
Sono il nostro futuro loro non dovranno mai arrendersi…
grazie Babbo tutto qua, per te ed i tuoi assistenti sarà un gioco da ragazzi vero?
Buon Natale, Buon lavoro Caro Babbo.
Raf
Don’t forget to smile
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IL SINDACO NERONE 2

“Un cucciolo di cane abbandonato cresce nelle strade di Castellammare di Stabia. Si ciba dei resti di un cassonetto, la sua dimora una panchina, la morbida sabbia, o un vicolo. Il piccolo cucciolo cresce con la consapevolezza di essere parte integrante di una cittadina tranquilla, per cui si dimostra sempre buono con i bambini, si sottopone a qualsiasi “tortura” per ottenere un sorriso e una coccola.
Ama girovagare per la città.

Ascolto mio padre che mi racconta di quanto questo cane sia una presenza diventata fondamentale per la nostra città.

“Papi in che senso presenzialista?”.
“Lui è presente a qualsiasi manifestazione, che sia un matrimonio, una comunione, uno sciopero, un comizio, una processione per il patrono, è sempre una presenza costante. Nerone, è un pastore belga, lo hanno chiamato così perché il suo pelo è scuro, è diventato ormai la nostra mascotte. Come se avesse una devozione nei confronti di questa città. Io non conoscevo bene la storia allora un giorno per appagare la mia curiosità,(ecco il gene curioso da chi mi è stato trasmesso, pensai), ho chiesto un po’ in giro e ho scoperto che Nerone è stato adottato da Angelo, proprietario di un negozio che vende kebab.

Sono andato a parlarci. Mi ha confermato che Nerone è una cane docilissimo, è affettuoso, adora i wurstel.

Un cane fuori dal comune che, come ti dicevo, è sempre in prima fila quando si va in processione per S. Catello (santo patrono di Castellammare di Stabia), lo trovi nel cortile di una chiesa, se si è accorto che all’interno si sta celebrando un matrimonio. Pensa, che durante i giorni che precedono la nostra tradizione di onorare la Madonna Immacolata, Nerone guidava il corteo dei devoti alle 5 del mattino. 
Raffa è un cane normalissimo a vedersi, ma quando Angelo mi ha raccontato questo aneddoto, proprio non volevo crederci. Ho pensato che fosse una reincarnazione di…che ne so un santo, qualcuno che ha vissuto nella nostra città secoli fa…”

Mio padre è così entusiasta di ciò che sta per dirmi, la sua voce è squillante ed incredula, sento che mentre racconta il suo viso sorride e mi trasmette vibrazioni positive. Stupefacente, quanto questa storia lo coinvolga emotivamente e coinvolge anche me.

“A maggio, come sai, è il mese dedicato alla Madonna, persone devote sono solite andare a piedi a Pompei per chiedere la grazia. Nerone effettua tutto il percorso con il gruppo di fedeli, incredibile,  segue il gruppo fino a Pompei. Arrivati, dopo qualche ora di cammino, a destinazione, Nerone accompagna il gruppo di fedeli fino al santuario, poi attende Angelo, sul bordo della strada che passi in macchina per portarlo a casa.”

Papi ma Angelo era nel gruppo di fedeli?

“No, Angelo ha saputo  che Nerone andava a Pompei, solo quando una persona che faceva parte del gruppo lo aveva avvertito, per cui ora ha imparato; calcola i tempi del percorso, chiude il negozio e passa prendere il suo amico peloso.”

Wow a volte si vedono queste cose solo in altri paesi, non pensi mai che possano capitare sotto i tuoi occhi.
“Ma non è finita qui. Purtroppo Nerone una volta è scomparso”.

“Si  ho letto anche l’articolo su un quotidiano della città, in cui veniva spiegato che Nerone era stato ritrovato sul Monte Faito e che è stato riportato a casa da una coppia di giovani che lo avevano riconosciuto”.

“Esatto, ed è stato bello sentire che un’intera cittadina si era mobilizzata per cercarlo. Perlustrati vicoli, le spiagge, tutti i posti che abitualmente amava frequentare, le chiese, ma di lui nessuna traccia. Neanche gli annunci tramite internet erano serviti a ritrovarlo. Per fortuna il lieto fine.
Questo cane ha segnato il cuore di molte persone. Tutti uniti per un unico scopo.
Il sindaco di Castellammare ha riconosciuto la potenza emotiva di questo che ormai è diventato il simbolo della nostra città e ha voluto onorare la sua devozione nominandolo Sindaco Onorario di Castellammare di Stabia.

Sono al telefono e solo un’ espressione ingombra la mia mente ” WOW”.
Wow, perché ho letto articoli di amici animali eletti presidenti, sindaci, candidati alla Casa Bianca, ma tutti “eletti” dai cittadini, per denigrare il proprio gruppo politico, perché scontenti di come il loro paese non riuscisse a rialzarsi da disastri assicurati, provocati da cattivi governanti e per questo preferivano un  mulo, un gatto e persino un rinoceronte che potesse affrontare i problemi di petto. Ma un cane sindaco, perché fa sentire la sua presenza, è di compagnia e supporto, perché fa sorridere le persone, perché i bambini si sentono al sicuro se incrociano il suo sguardo, perché ha la capacità di tenere uniti cittadini, che ha le qualità che un sindaco umano dovrebbe avere….wow, non lo avrei mai pensato.
Mi accorgo di aver lasciato mio padre in attesa al telefono e commento con lui il cuore immenso di un cane “randagio”, cresciuto a wurstel e sorrisi del sole.
“Non c’è fedeltà più fedele di quella di un cane”, dice mio padre.
È tempo di andare a conoscere questo meraviglioso sindaco.

Raf
Don’t forget to smile