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La Signora

Benzina, ferro, sale, ecco gli odori che riempivano le mie narici quel giorno.
Quella fu la mia prima volta, quella che ti rimane negli occhi, nelle orecchie, nel sangue.
Angelo Antonio Anastasio, questo il nome di un giovane saldatore, operaio della Fincantieri, che passava le giornate nei doppi fondi, assemblava pezzi di metallo e dava loro una forma, ne faceva qualcosa di buono:

“qua si fanno le navi, che vanno per i mari grossi” mi disse.

Il sorriso del sole, illuminava la giornata, come spesso nella mia terra.

Angelo Antonio ci attendeva all’ingresso, indossava la tuta da lavoro, talmente usurata che non era facile distinguerne il colore, e quelle scarpe orrende, io le chiamavo “carri armati”. Il viso un po’ provato, stanco, le mani rugose, qua e la sporche di grasso, non mi impedivano di abbracciarlo, ero orgogliosa del mio papà.

Ci condusse all’interno della fabbrica di navi, sicuro e deciso, ovviamente sapeva bene dove andare. Ogni passo era un saluto ad un collega,

“ papi è proprio famoso“ pensai.

Di tanto intanto qualche omone gridava qualcosa di incomprensibile, in lontananza rumori graffianti come il gesso strofinato sulla lavagna, la forchetta strusciata nel piatto di porcellana, ma con effetto triplicato e amplificato.
L’odore di benzina mescolato al metallo era sempre più forte.

“We Peppì e port a fa nu gir” (Peppino le porto a fare un giro).

I miei occhi impressionati da quella immensità.

“Accort o’ scalin!”

Imboccammo una porta per gli gnomi, eh si, era veramente piccola.

Papà ci fece strada attraverso dei cunicoli illuminati da luci rosse, lungo tutto il percorso i nostri passi furono accompagnati dal rumore delle scarpe sul metallo. Lunghi corridoi, scale, cabine, scale a chiocciola, oblò e la sala macchine, pazzesca… Non ricordo quanta gente ci fosse, ma mi sembrò di vedere una compagnia di danzatori, che a tempo di musica, quella scandita da ticchettii e ventole in accelerazione, danzavano la loro coreografia perfettamente studiata.

Riprendemmo un corridoio e una nuova scala a chiocciola, mi sentii come Alice che usciva dalla tana del bianconiglio. Un sferzata di vento mi diede il benvenuto e poi… Wow!
Rimasi senza fiato.
Eravamo sulla prua.

“Là poi ci mettono i container per trasportare la merce”.

Non sentivo. Quello che vidi lassù annullò tutti gli altri sensi… ero senza parole.

Il porto, il mio amato Vesuvio, il mare senza fine, giu’ la folla in attesa.
Estasiata, in compagnia della brezza marina, iniziai a scorrazzare avanti e indietro, non volevo perdermi nulla, ma fui richiamata all’ordine, era tardi bisognava andare.
Iniziò la cerimonia. Un uomo in cravatta prese posizione davanti ad un microfono sorretto da un’asta, e parlò, parlò… non so di cosa… poi un applauso mi distolse dalle mie fantasie sulla “Signora”.
La folla girò la testa in un’unica direzione, gli occhi fissi sulla bottiglia di champagne legata ad un filo, che con velocità elevata impattò sulla parte metallica…. e il contenuto della bottiglia si sparse ovunque…
il boato della folla, gli applausi, la gioia…
Immediatamente si susseguirono operai che correvano a destra e a manca, molti sistemati ai lati della “Signora”.
Voci che incitavano, martelli sul legno, ritmo sostenuto, graffi di ferro, …ancora e ancora…
La signora iniziò a muoversi, e lentamente a scivolare verso quello che era il suo destino… solcare i “mari grossi”.
Il mare, dapprima non era felice di accoglierla, ma la maestosità della “Signora” si impose, suo malgrado il mare cedette, si divise e quindi indispettito creò onde che si diffusero fin sulla costa.
“La Signora” fiera e calma si adagiò e si fermò.
Il sudore, la fatica, i sorrisi e gli abbracci degli operai emozionarono tutti.
Angelo Antonio, era fiero, felice, soddisfatto:

“E pur chest e fatt!”.

Raf
Don’t forget to smile

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