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FRIZIONE – FRENI E FAP – UNA BANALE STORIA D’AMICIZIA 5

“Bottanuco è un comune italiano di 5 113 abitanti, della provincia di Bergamo, in Lombardia. Situato nell’isola bergamasca, sulla riva sinistra del fiume Adda, dista circa 22 chilometri a ovest dal capoluogo orobico, ecco cosa dice wikipedia.

Il sole ormai aveva preso il suo posto del cielo terso. Parcheggiammo l’auto in uno spazio dedicato accanto alla chiesa della cittadina. Scendendo dall’auto mi avvolse un senso di inquietudine, e non fu solo una mia sensazione. Il silenzio irreale ci travolse, e se prima si sorrideva pensando a qualcosa che era stato, ora un migliaio di domande frullavano nella nostra testa. Sembrava di essere su un set di un film, ecco si, proprio un film… ” Io sono leggenda”, Willy Smith andava in giro con il suo cane nella città silenziosa e poi all’improvviso degli strani esseri, che un tempo erano stati uomini e donne, sbucavano fuori per attaccarlo…mi ritrovai a guardarmi le spalle inconsciamente e a controllare che Savio ed Antonio mi fossero sempre accanto.

Tranquilla, troppo tranquilla Bottanuco per chi ha sangue napoletano che scorre nelle vene.

Iniziammo a fare domande in giro, a quelle poche anziane anime che sedute ad un bar bevevano il caffè, non avevamo l’indirizzo preciso, ma sapevamo che in un paesino come quello sarebbe stato facile… infatti avevamo ragione.

In silenzio seguimmo le indicazioni che ci avevano fornito, il silenzio dominava anche tra noi. Quei pensieri, quelle domande riecheggiavano nelle nostre menti…” Ma come cazzo c’ era finito qua!”. Eravamo all’esterno della sua abitazione, quei muri malandati, diroccati, stanchi, erano esattamente lo specchio di cio’ che aveva vissuto la sua anima…

Teste basse, occhi gonfi di lacrime, ci allontanammo, era ancora presto, ora dovevamo far finta di nulla e farci forza l’un l’altro. Riprendemmo l’auto e decidemmo di andare a cercare un posto dove andare a mangiare qualcosa. Entrati in macchina, ebbi la sensazione di essere protetta. Come se gli sportelli dell’auto avessero lasciato fuori quella solitudine, quel silenzio assordante che ci aveva avvolti. Respirai.

Scegliere il luogo dove ristorarci non fu facile. Chiedere a google non ci aiutò molto. Alla fine ci ritrovammo in un centro commerciale nel mezzo del nulla, a mangiare pizza e, a bere birra. Solo al pensiero di quella immagine sorrido. Tre napoletani in un centro commerciale di Bottanuco che mangiano pizza!!. Commentando la situazione, ci ritrovammo a sorridere e non eravamo piu’ solo in tre. Tra battute, amuchina, e mascherine, si era fatta l’ora di andare…

Da questo momento tutto quello che accadde sarà solo per noi, resterà nei nostri abbracci, nei nostri occhi, nelle nostre lacrime. Una cosa posso condividere: la disperazione composta di una madre, spenta da quella immensa sofferenza. Ascoltammo ed osservammo inermi, i racconti di come aveva vissuto…

Il resto fu silenzio.

Ripartimmo con l’anima in lacrime, quei ricordi e quelle domande che non avrebbero più avuto risposta. Qualcosa ruppe quel senso di irrequietezza… Il telefono di Savio squillò.

Quella frizione proprio non si trovava…

Antonio ed io in uno sguardo complice iniziammo a ridere. Una di quelle risate liberatorie, piene, vere….. era con noi.

Il viaggio del rientro fu davvero lungo, ma piacevole. Ci fermammo in un autogrill, per un caffè e per mangiare qualcosa… Savio aveva fame.  Ci posizionammo in un tavolino lontano da assembramenti che facevano sempre paura, ed i ragazzi si alternarono per andare al bagno e non lasciarmi da sola.  In autogrill entrò poi un gruppo di uomini, forse camionisti, io avevo deciso di prendere una red bull per avere un po’ di carica, mi avvicinai alla cassa e notai una cosa che mi riempì il cuore di gioia: Antonio si alzò dal posto in cui era per seguirmi con lo sguardo, ero uscita dalla sua visuale, controllava che tutto fosse a posto. Quel gesto anche se non necessario, perchè  non c’ era nulla di pericoloso, mi fece comprendere quanto avere amici come loro nella mia vita fosse davvero importante, e le distanze, il tempo, le esperienze diverse che avevamo vissuto non ci avrebbero mai allontanato veramente, la nostra una banale storia di vera amicizia…

I ragazzi erano veramente stanchi, proposi di guidare, per dare loro il cambio, ma mi dissero che piuttosto avrebbero guidato bendati… Ringraziai per la fiducia e iniziarono gli sfottò quelli nostri… solo nostri…e  tra risate e battute, ad un certo punto sentimmo un tonfo, uno ” stuck”.

” Anto meno male che è nuova la macchina, questa frizione la massacri”… ma quel rumore era altro…

 

To be continued

The Sun’s Smile

 

 

 

 

 

 

FRIZIONE – FRENI E FAP – UNA BANALE STORIA DI AMICIZIA – 3

Il sole ancora riposava e Roma era in silenzio.

Savio si trascinava con gambe pesanti e occhi gonfi, Morfeo gli stava ancora attaccato. 

Una mattina di luglio l’aria era frizzantina.

Il motore della  Fiat 500, presa a noleggio da Savio, scaldò i motori, cintura di sicurezza allacciata, e partimmo. 

Avevamo appuntamento con Antonio, in “culandia”, termine che uso spesso per definire le distanze, insomma in un posto lontanissimo.

In auto si chiacchierava delle solite cavolate, e Savio aveva fame, vuole fare colazione. Ma ovviamente non ci sono bar nei dintorni dove poter attingere del cibo, per cui decidemmo di parcheggiare ed attendere Antonio che intanto aveva inviato un messaggio:

“ragazzi temporeggiate un attimo arrivo per le 5.45”

“Che cazz amma temporeggia stamm gia ca”, che tradotta sarebbe ” non c’è da temporeggiare siamo arrivati già.

Nell’attesa Savio ed io non uscimmo dall’auto, eravamo circondati dalle zanzare, convenimmo che era il caso di restare in macchina ed ascoltare un po’ di musica fino all’arrivo di Anto.

Un flash da fari ci distolse dalle nostre conversazioni, e dai ricordi. Antonio era arrivato.

Credo che quello che successe non potrò mai dimenticarlo…

Savio ed io uscimmo dall’auto, Anto ci venne incontro, e senza dire una parola, senza un fiato, ci abbracciammo, un abbraccio tra noi amici fraterni, un abbraccio lungo intenso, conteneva tutto, tutto quello che noi eravamo stati, quello che eravamo…L’energia dei ricordi scorreva attraverso le braccia da corpo a corpo…

” Salvatò ja prendiamo la mia, è piu’ comoda”.

Anto aveva un auto assolutamente piu’ comoda per un lungo viaggio, BMW Serie 3 Touring, acquistata da poco, ci raccontò infatti che era un suo desiderio da tanto tempo, e dopo enormi sacrifici economici era riuscito ad acquistarla usata.

Impostammo il navigatore… arrivo previsto ore 12.30 circa.

Partimmo, che il sole iniziava a fare capolino, Savio aveva fame, lo tenni a bada con una barretta proteica, che non apprezzò, ma almeno si calmo’…

La strada scorreva veloce…i paesaggi apparivano e sparivano come in delle diapositive…eravamo noi 3, la strada ed i nostri ricordi.

il sorriso del sole ora era su di noi.

 

to be continued

The Sun’s Smile

 

 

FRIZIONE – FRENI E FAP – UNA BANALE STORIA DI AMICIZIA – 2

Mi è stato detto spesso: ” A vit è n’affacciat a na finest”… la vita è un’affacciata alla finestra. Ho compreso perfettamente il significato di quella frase. Quel giorno mi è stato ancora di piu’ chiaro.

Lasciato il locale, “075” il sole aveva lasciato lo spazio alla luna, e le stelle avevano ricoperto il cielo di Roma. La zona in cui mi trovavo, Circo Massimo, ha delle zone d’ombra, per meglio dire, dove la luce artificiale impatta poco sull’ambiente circostante, e le stelle, puoi vederle alzando semplicemente lo sguardo.

Decisi di accomodarmi sulle scalette, e quasi inconsciamente cercai una canzone che mi regalò un sorriso ” Certe notti” di Ligabue, la colonna sonora di estati meravigliose.

Alzai lo sguardo alle stelle, “non si puo’ restare soli certe notti qui…… ci vediamo da Mario prima o poi!”.

Un’ inevitabile lacrima dispettosa, corse leggera sul mio viso, la rimossi con rabbia dalla guancia, non era il suo momento.

Ormai ero lì da ore, avvolta dall’abbraccio della notte, lo sguardo costante alle stelle, chissà forse per individuarne una in particolare, ma iniziai a fare un gioco. Iniziai ad unire le stelle creando dei disegni, come quel gioco che si trova sulla settimana enigmistica, credo si chiami “pista cifrata2, in cui bisogna seguire i numeri ed unirli per creare una figura.

Un furgoncino, quello che usavamo per le nostre trasferte… un costume quelli che indossavo durante le sfilate, le note musicali…le passerelle…. mani che applaudono…premi, coppe , targhe…sorrisi… in ognuno di quei disegni c’era qualcosa che mi ricordava un evento, anzi un attimo meraviglioso di gioia.

Nonostante non avessi alcuna voglia di rientrare, sollevai il culo dalle scale e mi diressi verso il motorino parcheggiato poco distante…Intanto scrivevo messaggi a Savio che mi aggiornava…e nell’ultimo messaggio :”Mi organizzo passo a prendere te ed Antonio a Roma”, senza esitare risposi ” Ok”.

Il rientro a casa fu strano, mi sentii vuota, mi lanciai sul divano e cercai alcuni messaggi della nostra chat  “Miss mia cara Miss”, (noi c’eravamo conosciuti proprio grazie ad un concorso di bellezza ” Miss Tirreno”). Quella chat era un disastro non c’era una frase senza una parolaccia o doppi sensi… o senza qualcosa che non si riferisse al mio fondoschiena…un modo di scherzare solo nostro, una complicità unica. Ne avevo già parlato in un altro racconto A 21, un’amicizia con la A maiuscola, che prontamente ripescai nel mio blog e rilessi.

Il campanello suonò, alla porta Savio.

Era lì, stanco gli occhi persi, doveva riposare. Dopo qualche chiacchiera gli dissi che era ora che andasse a dormire, mi rispose che si sarebbe dato prima una rinfrescata.

Stavo smanettando con il telecomando per trovare qualcosa che potesse attirare la mia attenzione, ovviamente non trovai nulla… ma qualcosa invece dopo poco ….accadde.

Vidi uscire Savio dal bagno, che indossava il suo pigiama e…il mio sguardo cadde sulle ciabatte.

Esplosi in una risata fragorosa. Non riuscivo a respirare, non riuscivo a parlare… La faccia di Savio era quella di Salvatore, basita, non capiva cosa avesse causato quella risata.

Le ciabatte… quelle ciabatte erano…mostruose.

Tra un sorriso e l’altro provai a spiegargli che quelle ciabatte erano orribili, gli davano un’aria da anziano signore in pensione… Savio era perplesso.

Si lo so, forse io sono l’estremo opposto, che invece sono sempre scalza e odio ciabatte e pigiami, ma quelle ciabatte …

Savio con qualche battuta, di quelle che solo noi possiamo comprendere, si tirò fuori da un leggero imbarazzo e disse:

“Metti la sveglia”.

Cosi’ feci posizionai la sveglia alle 4.00 del mattino continuai a pensare a quelle ciabatte.. continuai a ridere in silenzio.. erano proprio brutte. Ringrazia però quelle ciabatte che mi avevano alleggerito il cuore, in qualche modo.

Non chiusi occhio quella notte,

La sveglia suonò alle 4.00 del mattino.

Si parte: destinazione Bottanugo. 

to be continued

 

The Sun’s Smile

 

 

 

 

FRIZIONE – FRENI E FAP – UNA BANALE STORIA DI AMICIZIA

Venerdì 10 luglio 2020.

Una lunga giornata di lavoro è terminata e con essa si chiude una settimana intensa. Ore 18.30 via dall’ufficio corro a rilassarmi, a staccare il cervello in un posto che adoro “Circo Massimo” una zona di Roma. Qui c’ è un pub che si chiama “0.75”, un vecchio amico mi ci portò tempo fa per prendere una birra, e da allora è diventato il Mio posto del cuore, e per la location che al tramonto è pazzesca, e per la buona birra alla spina ( la weiss la mia preferita).

Mi piace la routine del venerdì in estate. Stesso posto, stessa birra, stesso blocco per gli appunti e il sorriso del sole al tramonto.

Mi accomodo ad un tavolo esterno, scelgo sempre il tavolo all’angolo che dà sulla strada e sul tramonto, ordino la mia Weiss,  il blocco per gli appunti è pronto, scelgo la musica …un respiro per scrollare via le energie negative accumulate ed inizia il weekend nella mia testa.

Penso ai sorrisi di circostanza che ogni giorno appaiono sul mio viso, alla pazienza, ai vaffanculo bloccati nello stomaco.

Sorrido.

Penso che l’estate, nonostante il caldo , abbia un fascino diverso, una sensazione di risveglio per tutto…i sensi acquisiscono informazioni in modo diverso… ma non lo so, non riesco a spiegarlo.

Cazzeggio con il telefono, faccio foto, e la birra fredda è una goduria, inevitabilmente la penna scivola sul blocco e non ho più il controllo…

Come guidata, posseduta da un’anima esterna, la mia mano compone parole, frasi e le pagine improvvisamente sono imbrattate di inchiostro, la mia playlist intanto suona – Folha de Jurema..

Una telefonata interrompe quella trance.

La voce dall’altra parte mi comunica delle informazioni, ha il respiro spezzato, faccio domande ma preferisce  tagliare corto…Savio mi dice “ti aggiorno più tardi”.

Il mio sguardo fisso, forse nel vuoto, i miei occhi reagiscono solo al tramonto… e poi un gesto….

Alzo in alto il bicchiere delle birra..

” A te amico mio!”.

 

to be continued

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IL TEMPO – PARTE 5

I miei respiri lenti, il battito del mio cuore scandiva ogni singolo secondo…

” Un nuovo giorno ebbe inizio, a casa dei miei zii aveva inizio molto presto, la sveglia era posizionata alle 5.30 del mattino. Il risveglio non fu difficile nonostante l’ora … L’aroma del caffè preparato da zia si era diffuso per tutta la casa, e mentre le mie cugine sognavano principi azzurri e principesse, io sgattagliolai dal letto e mi diressi verso la cucina…

Mi apparve di schiena subito zia, che aveva il suo bel da fare, nel preparare la colazione…uova fresche sbattute con lo zucchero e qualche fetta di pane tostato con fichi. Quando si accorse della mia presenza sobbalzò e disse :” Giovanotto buongiorno, avanti fai colazione che oggi ti aspetta una lunga giornata a lavoro con lo zio”. Le sorrisi ed iniziai ad assaporare le uova, che bontà… ” Aspett, a zi ti fa assaggiare una cosa buona, ma non dirlo a mamma tua”..e nel mentre mi versava qualche goccia di caffè nella ciotola con le uova…  Ricordo ancora il sapore delicato delle uova mescolate allo zucchero con il sapore del caffè”.

“Anche mia nonna aveva l’abitudine di preparare quella crema buonissima con le uova…” dissi ” abbiamo un ricordo in comune”.

Le sue mani erano appoggiate al bicchiere della Guinness ed il suo racconto continuò.

“In poco tempo ero lavato e vestito. Quel giorno avrei accompagnato mio zio a lavoro. Alle 6. 20 era davanti all’ingresso che mi aspettava, mi diede uno scappellotto dietro alla nuca, mi sorrise e mi disse: ” Allora sei pronto?” Con un cenno della testa risposi di si. Mio zio era buffo, lo ricordo sempre con gioia, il viso segnato dal tempo e dalla vita, i baffi da sparviero. Vestiva sempre con dei pantaloni con le pences, una camicia perfettamente stirata ed un gilet. Da quando lo conosco non ricordo di averlo mai visto senza…. forse la notte… (sorrise) mah comunque…stavamo dicendo?

Ah si, usciti di casa, percorremmo una strada lineare, ad un certo punto in piazza girammo a destra, e all’angolo, l’edicola. Mio zio era un giornalaio. Ricordo perfettamente il rumore stridulo della saracinesca che veniva sollevata, e come una eco si diffondeva in tutto il quartiere, squarciando il silenzio mattutino. Ogni suo gesto era attento e accurato, come un rituale giornaliero,  lasciava la saracinesca, metteva da parte il lucchetto ed iniziava ad organizzare il suo “ufficio”.

Riuscivo a percepire i ricordi dell’uomo senza volto, percepivo i suoi respiri ed il cuore era più presente che mai, ed anche il mio.

“Mentre zio sistemava le riviste sul banco, erano forse le 6.50, arrivò un furgoncino, che parcheggiò proprio davanti all’edicola- ” Capo!” il ragazzo che guidava quel furgoncino, tentava di attirare l’attenzione di mio zio, il quale accortosi del ragazzo, gli si avvicinò ritirò un pacco di quotidiani, che mi chiese di tenere, mentre lui firmava un documento. I due si salutarono con un cenno del capo ed il furgoncino si allontanò. Rimasi in attesa di ricevere indicazioni, rimasi fermo sostenendo il pacco di quotidiani, mio zio mi vide e scoppiò in una grossa risata…. “e bravo il mio nipotino” mi disse.

Il sole ormai era alto, i primi clienti iniziavano ad arrivare già alle 8.00, prima di dirigersi a lavoro. C’era un bel movimento, mio zio aveva sempre un sorriso per tutti, e spesso salutava i clienti per nome: ” Arrivederci signora Maria,, buona giornata – Dottore che il signore guidi la sua mano oggi – Don Peppino mi raccomando oggi le campane puntuali… e così via..

Mi divertivo tantissimo a contare le monete da dare ai clienti, dietro la guida di zio ovviamente, ed arrossivo quando zio riceveva i complimenti per avere un bel giovanotto come apprendista. Il tempo scorreva veloce. Ero molto attento e tanto curioso. Intorno alle 12.00 arrivò la signora Viviana, una donna per bene, corporatura robusta, accompagnata da un barboncino bianco di nome Nina, lo zio prima ancora che la signora si avvicinasse al banco, mi chiese di prendere un libro chiamato ” Eschilo – volume 3 i grandi classici”,

“lo trovi nel retrobottega sul primo scaffale sulla destra è verde non puoi sbagliare”. Feci come mi disse. Mi infilai nella porticina che andava nel retrobottega, tirai una cordicella che mi permise di accendere una lampadina basculante al centro dello spazio e restai senza fiato.

Intanto sentivo chiacchierare mio zio con la signora Viviana, la quale chiese se il volume 3 Eschilo fosse arrivato, non persi altro tempo ritornai al banco e consegnai il volume richiesto. Mio zio mi accarezzò la testa e dopo aver effettuato lo scontrino congedò la signora Viviana e Nina  con un ” Buona lettura”.

” Zio posso restare un po’ nel retrobottega, ho visto delle cose che mi piacciono”, mio zio non esitò a rispondermi positivamente e allora alla velocità della luce attraversai nuovamente la porticina e mi immersi in un mondo tutto da scoprire.”

Vedo quei ricordi come se fossero i miei, un film proiettato nei miei occhi, nella mia mente…a questo punto non posso che continuare a viaggiare con l’uomo senza volto.

To be continued

The Sun’s Smile

 

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New York

“Welcome to New York Raf”.

Ci sono, finalmente anche io posso gridare come i miei antenati…” Americaaaa”. 

Sono in macchina, il mio amico americano, è proprio americano, cappelletto di lana, guanti senza dita, giubbotto smanicato, pantaloni larghi, con delle scarpe marroni, di quelle classiche, di quelle che noi in Italia spesso usiamo per un completo ad una cerimonia… Sono trascorsi due anni dall’ultima volta che l’ho visto e la sua barba è più lunga, ma trascurata, i suoi occhi sono stanchi…forse un po’ tristi…ma io sono troppo felice e gli dico:

Assomigli all’uomo del tonno”.. e rido. Ricordate l’uomo della pubblicità del tonno?… ecco quello.

Ma lui non capisce, come avrebbe potuto. Ci facciamo mille domande, sul lavoro, la vita in Italia, le rispettive famiglie, e ad un certo punto:

” Tra 3 km girare a destra”. Esplodo in una risata fragorosa. Il navigatore in italiano per fare pratica della lingua mi ha sorpresa.

Faccio immediatamente un selfie con l’americano, da inviare ai miei genitori ai quali non avevo detto nulla della mia partenza, e che sarebbero rimasti moooolto sorpresi.

Abbiamo mille cose da raccontarci, ma all’improvviso davanti a me uno scenario impressionante. La città si presenta piano piano, e lo fa nel migliore dei modi.

I miei occhi si perdono tra quelle luci, tra quei grattaceli immensi. Una sensazione meravigliosa, non riesco a non sorridere, non riesco a non pensare…cazzo è vero sono a New york.

Inizio ad agitarmi, lungo la strada non so dove guardare prima a sinistra poi a destra…. Cavolo ma quella è la struttura sul quale hanno girato  Man in Black 1 con Will Smith…no…sono praticamente in un film.

Brendan, questo è il nome del mio amico americano, mi chiede se voglio subito andare a casa o bere qualcosa in centro “In centro”, ovvio come avrei potuto rispondere diversamente. Parcheggiata l’auto, il mio cuore è impazzito, sento sul mio volto un sorriso ebete, i miei occhi sono pieni di immagini, non riescono ad accogliere tutto. Sono a Times Square.

Un posto incantato pieno di luci, di colori, cartelloni pubblicitari che ti invitano a comprare una Coca-cola , piuttosto che un completino intimo indossato dalle sorelle Kardashian. La gente chiacchera tranquilla seduta sulle scalette rosse nel centro della piazza. Inizio a fare foto, come se fossi impazzita, in effetti lo sono. Mi sento come una bambina a Natale, mentre scarta i regali. Questa città ha tanto da darmi lo sento, e sono pronta a ricevere tutto il possibile.

Brendan, mi dice di seguirlo. Entriamo nell’ atrio enorme di un Hotel, ci sono ascensori in ordine alfabetico e hanno la forma di capsule di vetro color argento. Brendan preme il tasto 16 e all’improvviso la capsula schizza in alto, attraverso i vetri vedo “allontanarsi la terra” e in un nano secondo siamo al sedicesimo piano. Il mio stomaco non è felice, ha vissuto la stessa sensazione di quando andiamo su ” Inferno” l’attrazione del parco giochi di Cinecittà World, eppure siamo solo in ascensore. Esco dalla capsula e necessito di qualche istante prima di poter camminare, sul serio sono scombussolata. Poi inizio a seguire Brendan che, non curante del mio disagio si dirige verso il bar chiedendo un tavolo per due. Il nostro tavolo è vicino alla vetrata, da cui si vede tutta Times Square. Sono senza fiato. Mi sento una Giapponese in vacanza, il mio Samsung 8  ha la memoria già piena di foto. Che meraviglia!

Ordiniamo la birra, ho difficoltà nella comprensione della lingua, parlano troppo veloce, ma lascio che Brendan traduca per me. Nell’attesa prendo il mio zaino e sistemo sul tavolo la mia cartina turistica di New York. Brendan mi guarda cercando di capire e gli dico : “I have only 7 days we need to plan”!  ” Ok” la sua risposta.

Iniziamo a fare segni sulla cartina e a definire in quale giorno avremmo fatto questo o quel giro, ogni tanto il mio sguardo va oltre quelle vetrate, ed i miei occhi restano fissi per qualche secondo su quella piazza dai mille colori.

E’ quasi mezzanotte nella grande mela, circa le 6 in Italia, la mia mente è talmente eccitata che non sente alcun jetlag, ma il mio amico americano è stanco, ha lavorato tutto il giorno, quindi gli dico che avremmo dovuto riposare per prepararci ad una lunga settimana. 

Brendan mi ospita nel NewJersey esattamente ad Hoboken, città in cui è nato il meraviglioso Frank Sinatra.

Il suo appartamento è molto carino, condiviso con due amiche. Mi accolgono all’ingresso, un cane Peggy e un gatto di cui non ricordo il nome. La sua stanza è molto piccola, ma organizzata bene. Indosso velocemente il mio pigiama  italiano e mi lancio sul letto. 

Nei miei occhi chiusi la felicità di vivere in un sogno.

 

Don’t Forget to smile

Raf

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Il viaggio

La schiena viene spinta sullo schienale, inevitabilmente nello stomaco succede qualcosa che è pari alla sensazione che provi andando sulle montagne russe al parco dei divertimenti, piano piano senti che la velocità aumenta e che il grosso bolide inizia a staccare le ruote dal suolo. Per tutto il tempo che l’areo prende quota sento di viaggiare in obliquo, ed è una sensazione divertente, ma poi l’aereo stabilisce la sua posizione e mi accompagna al raggiungimento del sogno.

Da quando viaggio ho sempre preferito il posto vicino al finestrino, anche se lo ritengo molto scomodo…soprattutto per la mia vescica, ma mi affascina sempre quello che vedo quando punto il mio sguardo al di là del vetro. Le domande, le constatazioni che accompagnano la prima parte del mio viaggio sono sempre le stesse.

“Che belle le nuvole… 

ma come cavolo fa sto coso a volare?

Che meraviglia la mente umana…. Uh guarda quella nuvola sembra un dinosauro, no forse un rinoceronte..

Chissà cosa succederebbe se mi lanciassi da questa altezza coprendomi il viso e usando il plaid e il cuscino come paracadute…cercherei di spingermi verso il mare, nuotando in aria…”

Ecco, queste sono piu’ o meno le cose alle quali penso, fino a quando la gentile hostess interrompe le mie superlative riflessioni, chiedendomi se gradisco qualcosa da bere.

“Acqua grazie”.

Non vedo l’ora di poter gridare: “Americaaaaaaa”,  come ho visto fare in più di un film, ma 8 ore e 15 minuti, devono trascorrere affinché possa lanciare il mio acuto con quella miriade di aaaaaaaaaaa, e sono solo trascorsi 55 minuti, circa.

Bisogna stare comodi, allora tolgo i miei bellissimi hugg rosa, infilo “il calzino da aereo”, in modo da lasciare il piede libero e in modo che lo possa appoggiare ovunque. Inizio a fare zapping per capire quale film posso vedere. Questo aereo ha ancora il telecomandino per variare le impostazioni, quindi dopo averci litigato un po’, scorro con il cursore:

Perfetti sconosciuti – visto

Tre manifesti a Ebbing Missouri – visto

Thor – Visto

I guardiani della galassia 2 – visto

ad un certo punto perdo le speranze, e penso ” wow ho visto tutti questi film? Ma ne ho visti io tanti o qui c’è poca offerta? “.

Mentre cerco di dare una risposta al dubbio amletico, continuo a scorrere il menu e la gentile hostess mi consegna un vassoietto, con due scodelline di plastica e chiedo :

“Mi perdoni già si cena?” La risposta è : “In realtà è un pranzo in ritardo.” e si allontana con un sorriso. 

Sono le 17.10 ora italiana.

Ovviamente non ho necessità di cibo in quel momento , ma la mia curiosità mi spinge ad aprire le scodelline di plastica per scoprirne il contenuto. Riso basmati bianco, con una sorta di verdurine bollite messe in un angolo, altra scodellina insalatina con sopra una metà di un uovo sodo, e un formaggino, pane e posate. L’odore di queste pietanze messe insieme non è accattivante, aggiungo che anche l’aspetto non lo è per cui …lascio il vassoietto sul tavolino, e continuo la ricerca del mio film.

Quando sono in viaggio non sono solita fare chiacchiere con chi mi siede di fianco, mi sembra di disturbare, ma questa volta il posto accanto al mio è occupato da una campana. Iniziamo a chiacchierare facendo commenti sul “pranzo in ritardo” appena consegnato. Noto subito che il suo accento mi è familiare. Beatrice, ha 24 anni papà salernitano e mamma americana. Ha vissuto fino ai 12 anni in Campania poi i suoi genitori si sono separati e lei ha seguito la madre negli Stati Uniti dove ha vissuto e studiato. Beatrice è stata un po’ con il papà, ed ora rientrava a New York per iniziare a cercare lavoro. Le racconto qualcosina di me e poi le consiglio di vedere assolutamente un paio di film. 

Appoggio la testa al finestrino e il mio sguardo inevitabilmente volge oltre quel vetro, e si perde nel blu di quel cielo che nasconde tanti segreti e tanta bellezza, provo a chiudere gli occhi per riposare (sono 13 ore che sono sveglia), ma nulla …l’adrenalina troppo alta.

Appunto qualche pensiero nel mio quaderno, prendo la guida della città per cecare di programmare i percorsi migliori, riafferro il telecomando e faccio iniezione di film: La battaglia dei sessi, Assassinio sull’Orient Express. Tra un film e l’altro arriva anche la cena composta da scodelline simili al “pranzo in ritardo”, trattengo il panino e i biscotti, lascio il resto.

Sono trascorse quasi 6 ore. Fuori c’ è ancora luce. L’altra parte del continente si sta svegliando mentre l’Italia è sotto la guida di Morfeo.

Le mie gambe reclamano un po’ di movimento. Lascio il mio posto e resto un po’ in piedi nel corridoio.

Osservo. Ascolto.

In questo aereo c’è una parte di mondo.

Se tendo l’orecchio ad ascoltare mi accorgo che lingue diverse, paesi, culture diverse viaggiano con me. Il mondo in viaggio. E’ bellissimo osservare chi dorme con la bocca aperta, la testa appoggiata al sedile, un po’ inclinata in un lato. La fidanzata praticamente accasciata sul fidanzato, che per non svegliarla non fa il minimo movimento. Il tizio in fondo con le cuffie che russa come se non ci fossero 500 persone con lui. Di un giovane riesco a vedere solo la punta del naso, tutto il resto del viso e del corpo sono coperti dal cappuccio della felpa e dalla copertina. In aereo la temperatura è sempre molto fredda. In prima fila una mamma che coccola la sua piccola, che dorme beata. Qualcuno si alza per stendere la schiena, qualcuno legge un libro.

Sorrido. Sorrido perché penso che viaggio con il mondo, che in 8 ore ho la possibilità di conoscere varie culture….diciamo…

Ci siamo quasi.

Mi rinfresco: lavo i denti, il viso, metto la crema idratante, lavo le ascelle ( per sicurezza), che confesso, attività non  facile nel bagno dell’aereo, deodorante e sono rinata e pronta a presentarmi alla Grande Mela.

Ritorno al mio posto.

Le hostess dopo aver cercato di vendere i vari profumi, con lo sconto del 20% per i possessori di “millemiglia”, consegnano quel meraviglioso modulino, che personalmente adoro,  quello della Dogana, in cui devi dichiarare se porti con te cibo, vino, ortaggi, droghe, ma la parte che mi diverte è quella in cui viene chiesto se soffri di disturbi pischici, se hai mai ucciso qualcuno, se sei un terrorista, se fai uso di sostanze stupefacenti. Mi chiedo se io facessi una di queste cose lo segnalerei nel modulino?….

Mah.

Il comandante annuncia che siamo pronti all’atterraggio.

Il mio sguardo è  fisso fuori dal finestrino. Quello che vedo mi emoziona ancora di più.

Una distesa di piccole lucine che mi entrano negli occhi, e mi lasciano senza fiato. Intanto le ruote hanno toccato il suolo, e sembra partire dal fondo, un piccolo applauso, che, per fortuna subito stroncato, il solito italiano…

Non sto più nella pelle.

Sono finalmente a New York.

Esco dall’aereo e seguo la folla che si dirige ai controlli di rito “Citizen” or ” Visa”, insomma cittadini, o persone provviste di visto per entrare negli Stati Uniti.

Finalmente è il mio turno. Mi accoglie un tipo mooolto carino, che mi parla talmente veloce che ovviamente non capisco nulla. ma seguo i suoi gesti… faccio il controllo delle impronte digitali e la scansione degli occhi. Poi mi chiede se ho vino, alimenti, e soldi…mi lascia andare con un sorriso e mi dirigo al ritiro bagagli…

Intanto riaccendo il telefono e mi arriva un messaggio:

Welcome.

Sorrido.

La mia valigia blu finalmente è sul rullo. La raccolgo e di corsa mi dirigo fuori, attraverso una folla di persone. 

Sono fuori e respiro profondamente l’aria della Grande mela, quell’aria che ho solo potuto immaginare per anni, guardando i film e sognando.

Ora sono proprio lì…

Una via vai di taxi e di persone, sembrano andare a 3000 all’ora, e poi arriva lui…il mio americano, con cappello, guanti. Mi abbraccia mi sorride e in un attimo siamo in macchina.

“Welcome to New York Raf”.

 

Raf 

Don’t forget to smile

 

 

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La partenza

Tutto inizia quando Alitalia ti scrive… “Ricordati di fare il check in”.
Non so se vi capita, ma dopo aver letto questa mail, a me il cuore inizia a battere forte, la mente inizia a fare un sacco di giri, e un improvviso sorriso ebete mi appare sul viso…, non che lo veda…ma è un’azione meccanica…diciamo che lo sento.
L’emozione del viaggio….
L’attesa diventa essa stessa il piacere…ha detto qualcuno.

ll dramma si svolge dinnanzi alla valigia vuota.
“Ed ora come la riempio?” il dubbio amletico balena nella mente come uno starnuto all’improvviso.
Dopo aver visto le previsioni del tempo, chiesto ad amici e parenti, google cambia opinione ad ogni click, il quesito resta senza risposta fino all’ultimo giorno pima della partenza.

Da sempre ho l’abitudine, per paura di dimenticare le cose importanti, di preparare una lista delle cose necessarie e che poi depenno una volta raccolte sul divano. Il mio divano infatti, diventa un campo minato ..magliette, felpe, pantaloni, medicine, accessori vari, scarpe.. Il tutto organizzato per giorni..
Mi spiego meglio.

Per non impazzire e mettere cose a caso, preparo gli abbinamenti per il vestiario.. ad esempio.
Lunedi mattina – jeans maglietta bianca con felpa grigia. 
Lunedi sera – leggins con top.
Insomma giorno per giorno senza rischiare di aggiungere in valigia cose che magari poi non uso. Da quel momento in poi procedo con la doppia spunta:
Medicine prese ok.
ciabatte scarpe e l’occorrente per l’igiene personale…. ok.
sciarpa rosa giubbotto grigio… ok.
Come dicevo tutto sapientemente e doppiamente spuntato non appena riposto in valigia.
A questo punto ti domandi :” Ma quanto peserà?”
Il dubbio ti assale insieme al panico. Alitalia permette il carico da stiva fino a 23 kg.
La meravigliosa bilancia che interrogo tutte le mattina in merito al mio peso, riposta in bagno, che tutte le mattine mi prende per i fondelli, comunicandomi   che dovrei mettermi a dieta, ha deciso di non funzionare, batterie scariche…per cui non ho nessun tipo di riscontro.

Stimo a mano 16/17 kg, ma non posso rischiare.
Piano b – bagaglio a mano.

Alitalia oltre al tuo bagaglio personale, ti permette di portare un bagaglio a mano.
Borsa Adidas, quella che si usa per andare in palestra, ci infilo magliette pantaloni e intimo…perfetto è leggera rimane anche spazio per eventuali gadgets e non è troppo pesante per la mia schiena. Nella valigia il resto scarpe giacche e qualche felpa. È fatta!
Ultimo controllo di rito sembra ci sia tutto .

Consapevole che la metà delle cose che ho inserito non mi serviranno…ma “just in case”.

Sono le 23.15 del giorno prima della partenza. Di dormire non se ne parla. Cosa faccio? Pulisco casa.
Tutte le volte che devo partire mi piace pulire casa…si lo so è una cosa da matti, ma il pensiero di rientrare dal viaggio e trovare la casa  in disordine mi crea stress mentale …

ore 00.34

La casa è perfettamente pulita e in ordine, ma dormire…anche no.

Devo fare una cosa importante. 

Scrivo le mie ultime volontà, la mia bella letterina, scaramantica,

“Nel caso in cui non dovessi tornare da questo viaggio sappiate che sono felice ma per comodità sappiate chei codici del mio conto corrente sono qui….blablabla”, non che sia una miliardaria anzi, ma la burocrazia italiana è talmente pesante che anche per prendere due euro da un conto, devi fare una trafila pazzesca, e lo so bene lavorando in banca. Firmo la lettera metto la data. Invio un messaggio a Giovanni e a mia sorella indicando dove ho riposto la lettera… Mia sorella mi ha mandato a quel paese, Giovanni più diplomatico mi ha augurato buon viaggio…

Credo di aver fatto tutto, posso andare a dormire tranquilla…..ahahahah .

Certo come no, sveglia alle 5 con l’aereo in partenza alle 14.45…non ho chiuso occhio facendo il ripasso di tutto quello che avevo preso e pensando a cosa mi fossi dimenticata…

Mi doccio, mi depilo, passo la piastra ai capelli, alle 8.30 sono fuori casa.. con valigia borsa e zaino con il mio amico computer.
Alle 9.30 prendo il trenino che dalla stazione di Trastevere arriva a Fiumicino aeroporto.

Mi godo il primo piccolo viaggio in treno. Mi godo il paesaggio romano dal finestrino. Osservo le persone ferme sulla banchina ad aspettare il proprio treno. Donne con il tailleur pronte per andare in ufficio, uomini con tuta blu da lavoro, anziani signori che forse devono raggiungere i propri nipotini al parco.

Il treno è vuoto. Nel posto di fronte al mio un signore gigante, con altrettanti valige giganti, è italiano, del nord, l’accento è inconfondibile.

Trascorrono 25 minuti ed il treno effettua la sua ultima fermata: Fiumicino.

Sono in perfetto orario, cioè in anticipo, ma con calma e senza fretta seguo le indicazioni che mi conducono all’interno dell’aeroporto, Terminal 1, volo alitalia.

Dopo aver camminato su 7/8 tapis roulant, un paio di ascensori, e lunghi corridoi, arrivo alle postazioni alitalia.

Per sicurezza chiedo all’omino che sta fermo davanti all’ingresso:

” Mi perdoni è presto per effettuare il check- in?” e lui con sorriso falso come le borse di Chanel al mercatino di porta portese, mi dice :

“Lei viaggia in first class” ? ed io: “No, viaggio normale” lui mi sorride ancora e dice:

“Allora deve andare più avanti” ringrazio e vado via pensando che quel tizio ha avuto la capacità di farmi sentire una merda.. ma l’entusiasmo resta alto.

Dopo aver fatto la trafila per il check -in  ( la valigia solo 13 kg), aver superato tutti i controlli, e aver attraversato altri 26 corridoi, arrivo al gate 4 e attendo soltanto 3 ore prima che indichino l’imbarco del mio volo. 

Un sms, qualche telefonata, il mio libro, il tempo scorre lento. Mi diverto ad osservare il via. vai delle persone che corrono, bambini che dormono coccolati dall’abbraccio della propria madre, gruppi di giovani pronti per la loro prima gita scolastica, turisti che rientrano a casa dopo aver visitato Roma, una squadra maschile di basket. L’aeroporto è un micromondo, penso.

Intanto sui tabelloni girano numeri e nomi di destinazioni.

” Volo alitalia 6670 per New York aperto imbarco gate 14″, oh finalmente,  mi preparo e mi dirigo verso il gate indicato. Sono emozionata, non vedo l’ora, un altro sogno sta per realizzarsi.

” Prego, buon viaggio”, l’hostess mi fa accomodare nel tunnel che conduce all’aereo. I miei passi sembrano rimbombarmi nel cervello, o forse è solo il ” tubo” del tunnel che crea uno strano effetto sonoro ad ogni passo. Non mi importa sono felice.

Posto vicino al finestrino.

Cintura allacciata. Inizia il rullaggio.

Si parte.

 

Don’t forget to smile

Raf

The wish bracelet – Seconda parte

Lo sentivo, era ancora sul mio viso, il tepore del sorriso del sole, ed intanto, per i miei occhi scorreva una pellicola di un film già visto, un pezzo di una mia vita passata.. quel film andava goduto fino alla fine….mi lasciai coccolare da quel sorriso…e da quel tepore e intanto le immagini andavano….spedite.

Una circolare scolastica stabilì che da quel giorno in poi gli alunni di tutte le classi, avrebbero dovuto attendere nell’atrio la campanella della prima ora, affinché non si entrasse in classe prima delle maestre e rimanere quindi senza sorveglianza a bighellonare fra i banchi. Dalle 8.00 alle 8.30 tutte le mattine eravamo tutti nell’atrio, sapevo che avrei potuto sfruttare quella occasione….certo, attesi il giusto momento, ed il coraggio che si impossessasse di me…

Quel momento arrivo’.

Una mattina, l’orologio sulla parete della postazione del bidello Ciro, segnava le ore 8.23. Quelle lancette giganti erano ipnotizzanti.Qualcuno dal fondo gridò: “Forza bimbi in fila per due”. 

Una massa di ragazzini , come ogni mattina iniziò a muoversi come da indicazioni. Quella mattina qualcosa mi suggerì che era il momento giusto. Anto ed io ci muovemmo per metterci in fila e con la coda dell’occhio vidi un’ombra che da dietro, con uno scatto raggiunse la nostra postazione.

Uh porca vacca, pensai.

In men che non si dica Lui era dietro di noi: “Ciao”, mi disse “Ciao” risposi e continuai presa da un folle attimo di coraggio: “Ma tu ne hai di questi? “ e gli mostrai il polso con i braccialetti che avevo fatto e lui con sguardo curioso ed interessato mi disse:

“No perché?”

era la mia occasione, frugai nelle tasche del grembiule dove da giorni erano custoditi i braccialetti che avevo assemblato con il supporto della nonna e ne presi un paio, gli diedi la possibilità di scegliere il colore preferito e poi dissi : “Aspetta te lo lego io, devi esprimere 3 desideri che si realizzeranno quando il braccialetto si romperà o se te lo farai strappare dalla persona che ti piace”. L’ho detto , pensai, l’ho detto… e tutto in un fiato, ero fiera di me ed intanto ero intenta a fare il nodo a quel braccialetto di cotone che avrebbe dovuto realizzare anche i miei di desideri. Suonò la campanella, lui mi sorrise ed in fila per due percorremmo le due rampe di scale più lunghe di sempre. Lui era sempre dietro di me, ridevamo ci punzecchiavamo, Anto ed io …i nostri sguardi erano chiacchieroni…

Tutti in classe, Anto ed io non smettevamo di distrarci fino a quando, finalmente, la campanella dell’intervallo suonò. La solita passerella per andare al bagno, ed eccolo con il suo sorriso meraviglioso che mi fa un cenno alzando il polso per mostrare il braccialetto…come per dire…” Eccolo sta qui”..woow il mio cuore pompava che pensavo si sentisse anche fuori di me, che sciocca.

Dopo quel giorno iniziarono ad accadere delle cose strane…non proprio strane, insomma piacevoli ma strane.

Iniziarono ad arrivarmi in classe dei bigliettini. Il primo mi fu consegnato da Antonella che le era stato dato da una bambina della seconda A, alla quale era stato dato da un bambino della seconda B, ma non ne riuscimmo a capire l’origine.

“Sei bellissima”.

 Arrossì nel leggerlo. Iniziò la caccia all’uomo. Inutile dire che speravo tanto fosse Lui. Quando chiedevo in giro per tentare di capire chi fosse l’autore di quei bigliettini, mi accorsi che c’era un’omertà da fare invidia ai protagonisti dei film del Padrino parte uno due e tre. Ma questo non mi scoraggiò. Intanto approfondivo la mia amicizia con Lui che mi sorrideva tutte le mattine e correva per salire le scale dietro di me, ma non riuscì a capire se fosse l’autore di quei bigliettini. 

Trascorsero un paio di settimane, Lui ed io eravamo ormai amici. Ci aspettavamo la mattina per entrare insieme, ci vedevamo durante l’intervallo, ci aspettavamo all’uscita dove ci intrattenevamo qualche minuto prima di tornare a casa. Mi piaceva, mi piaceva proprio.

Una sera prima di addormentarmi, una fuga di pensieri incasinava il mio cervello. Cosa avrei potuto fare per farglielo capire, quale stratagemma avrei potuto organizzare, cosa avrei potuto dirgli,  Forse posso scrivergli un bigliettino e metterglielo nella tasca del grembiule, forse posso prendergli il diario e scrivere qualcosa di carino…. 

Mi arrovellai in una notte di pensieri assurdi, e strategie inutili, e poi c’erano i bigliettini.

“Mi fai vedere il tuo braccialetto” gli chiesi mentre si parlava di qualche cavolata e lui sollevo’ il polso:

“Un po’ sfilacciato, te lo strappo?” lui mi sorrise, sapeva bene che se avesse acconsentito avrebbe confermato che gli piacevo, in qualche modo si sarebbe “compromesso”, mi disse: “Vai”.

Gli sorrisi e senza esitare con uno strappo deciso staccai il bracciale dal polso e dissi: “Ora i tuoi desideri si realizzeranno”, feci per restituirgli il bracciale e lui mi chiese di custodirlo che un giorno me l’avrebbe chiesto.

Ero felice, quel braccialetto, in quel momento per me, era il dono più prezioso che avessi mai potuto ricevere, insieme ad un altro bigliettino tutto colorato con i pastelli a cera con su scritto:

“Ti voglio bene”

 

To be continued

Raf

Don’t forget to Smile

 

 

 

 

The wish bracelet – Ultima parte

“Ti voglio bene”.

Le tre parole piu’ dolci di sempre, ma chi era l’autore. Ero anche in imbarazzo perché Lui non sapeva di questi bigliettini furtivi che mi arrivavano di tanto intanto, e mi sentivo come se in qualche modo lo stessi tradendo, anche se non era così. In fondo noi eravamo solo amici.

Quel giorno le maestre ci congedarono augurandoci Buona Pasqua, ed io Lui e Anto ci trattenemmo un po’ di più all’uscita di scuola. La giornata era meravigliosa, il tepore primaverile ci permise di stare senza giacche. Dopo qualche chiacchiera veloce, Anto ci salutò lasciandoci soli.

 

Un pallone raggiunse la mia schiena, dandomi uno scossone, mi voltai restituì il pallone, mi appoggiai nuovamente sul lato sinistro, poggiando la mano sotto la guancia a mo’ di cuscino…ed il mio film riprese….

 

Non era mai capitato che fossimo rimasti proprio soli soli, o c’era Antonella, o altri bambini intorno a fare confusione. Ma quella volta eravamo proprio soli soli, forse erano passate le 13.3o. Eravamo noi due ed il sole e di salutarci proprio non ne avevamo voglia. Stavamo lì sul muretto dell’ingresso della scuola a chiacchierare e a fermare il tempo, fino a quando Lui mise una mano in tasca e di getto mi diede una busta contenente una lettera ed un oggetto. Arrosiì e chiesi cosa fosse, ma non mi rispose, mi diede un bacio sulla guancia e mi disse:

“Apri”.

Porca miseria era emozionatissima. Una lettera…riconoscevo quella scrittura…lo sapevo me lo sentivo che lo sconosciuto dei bigliettini era proprio lui….Insieme alla lettera c’era un oggetto. Era una spilla con la forma di un cuore con le ali dei colori dell’arcobaleno. Gli sorrisi e lessi la lettera:

“Mi piaci tanto, ti voglio bene, scusa se mi sono sempre nascosto, questo cuore con le ali è quello che sento  per te”

Lessi non una volta quelle parole scritte con la penna blu, fuori dalle righe del foglio strappato di un quadernone.

Allora lo feci, indossai quella spilla sul grembiule dalla parte del cuore e conservai la lettera mettendola nel diario. Gli chiesi di strappare il braccialetto che avevo sul polso, che di rompersi non ne aveva intenzione, ma con uno strappo netto venne via. “Tienilo tu” gli dissi. Lui sorrise e con lo sguardo basso, e intimidito mi disse:

“Ma quindi ora stiamo insieme? senza pensarci risposi : “Che ne so, bho tu che dici?” e presi totalmente dall’imbarazzo iniziammo a ridere, felici.

“Bimbi che fate ancora qui, forza andate a casa che si è fatto tardi”, la voce del bidello Ciro interruppe il nostro idillio.

Allora Luigi mi disse: “Dai ti accompagno fino alle strisce pedonali”  e mi prese la mano. Ero felice, il braccialetto aveva funzionato, e lungo il tragitto Lui mi disse: “Grazie per il braccialetto, devi farmene un altro ho altri desideri da esprimere”. 

“Quindi qualcuno lo hai realizzato? Chiesi incuriosita.

“Si uno lo tengo per mano” ero la bambina più felice del mondo…attraversai la strada ci salutammo, e lungo il marciapiede mi voltai per guardarlo e mi accorsi che Lui mi guardava…sollevai la mano per salutarlo ancora e gli urlai:

“Ci vediamo domani ai giardini della chiesa” e lui urlando allo stesso modo mi rispose di si.

Ero felicemente, incondizionatamente persa per quel bambino dal sorriso meraviglioso….

Il sole aveva cambiato colore, il suoi raggi avevano iniziato a raffreddarsi, l’aria diventava frizzantina. Aperti gli occhi, sollevai la schiena, restando seduta, ripensai a quel periodo e a cosa stesse facendo Luigi in quel momento…e come si fosse evoluta la sua vita…pensai a quel sorriso….

Lasciato il parco con una breve passeggiata mi diressi a casa di Simona per una cena con gli amici del gruppo “No +1″…Dopo sorrisi e svariate chiacchiere ed i commenti sul fantastico cibo preparato da Simo, successe qualcosa che mi lasciò senza parole.

Alessandra con il suo sorriso contagioso mi disse:

“Raffa finalmente ho ripreso a leggerti e questo è per te”,

mi legò al polso il braccialetto dell’amicizia, non era quello di cotone, ma fatto con le perline… anche lei sapeva del braccialetto, anche lei come me probabilmente aveva una storia da raccontare grazie a quell’oggetto, chissà da chi lo aveva ricevuto, o se lo aveva comprato, o se l’aveva trovato in qualche scatola  dei ricordi…. sarebbe stato interessante scoprirlo,

 

ad ogni modo quel gesto mi riempì il cuore di gioia e mi catapultò nuovamente in quella vita passata e a quel sorriso del mio Lui, che mi aveva messo le ali al cuore.

 

Don’t forget to smile 

Raf