IL TEMPO – PARTE 3

Il racconto continua fluido, in quel locale una musica accompagna le parole di quel racconto minuzioso e appassionato…

Il mio cervello si mette in moto, come un motore di ricerca… ecco trovato ” Love of my life” i miei adorati Queen.

I miei ricordi ora si focalizzano nuovamente sull’uomo senza volto.

Tutte le volte che si affrontava un viaggio cosi’ lungo, era veramente uno spasso, sai non c’erano telefonini, non c’erano videogame tascabili, per cui o dormivi e rinvenivi alla prima sosta all’autogrill per andare alla toilette, oppure rilassato sullo schienale dell’auto ammiravi fuori dal finestrino le nuvole. Ma come non lo hai mai fatto? Allora era il mio passatempo preferito, a dire il vero anche l’unico interessante. Ti spiego.

Da bambini si ha tanta fantasia, non come adesso che per qualsiasi ricerca o ispirazione si chiede a google, per cui quando la noia del viaggio si faceva sentire, puntavo gli occhi al cielo alla ricerca di una nuvola che potesse interessarmi, allora, dopo averla  individuata, appoggiavo la bocca sul finestrino, alitavo per creare una sorta di brina, con il dito indice iniziavo a designarne i contorni.  Ripetevo l’operazione più volte, ed ogni volta veniva fuori un disegno diverso, da un maialino con la pancia ondulata, ad una farfalla con le ali drappeggiate. Dovevo essere rapido nel disegnare, più ci allontanavamo dal punto in cui avevo visto la nuvola, più diventava difficile disegnarne i contorni, fino a quando usciva  dal mio campo visivo e puntavo ad un’altra nuvola. Il viaggio in questo modo era piu’ divertente come se viaggiassi in compagnia di tanti amici ed il tempo scorreva rapido, almeno fino all’autogrill.

Un sorso di birra ed un sospiro.

Lascio per un attimo la penna sulla scrivania, le mani nei capelli per allontanarli dal viso, qualche  movimento per rilassare il collo, che ovviamente emette scrocchi strani, le mani, palmo contro palmo, tornano davanti alla bocca, è faticoso molto…

Decido di prendere una pausa da quella ricerca, è tempo di cambiare aria, e postazione.

Mi dirigo verso la poltrona che ho sistemato sul balcone. E’ accogliente, non lo ricordavo, (la quarantena mi ha fatto riscoprire cose che non pensavo) Resto lì immobile con gli occhi fissi nel vuoto.

Bambino

retrobottega

Fumetti 

Le tre paroline magiche che avevano smosso il ricordo…continuavo a ripeterle e ancora e ancora…

Silenzio. 

Respiro.

Il battito del mio cuore.

Gli occhi socchiusi accarezzati dal sorriso del sole…e riprende il viaggio.

 

to be continued

The Sun’s Smile

Raffaela Anastasio

 

 

IL TEMPO – PARTE 2

La penna scivola veloce sulla carta, come per paura di perdere qualche dettaglio prezioso, un fiume che scorre verso il mare e porta con se ogni cosa…

Mi immergo totalmente in quel ricordo…

  • retrobottega
  • bambino
  • fumetti

Le immagini sono sfocate all’inizio, gli occhi della memoria viaggiano all’interno della mente, scrutando gli angoli reconditi della mia vita passata, per scovare ciò che mi serve, ma la ricerca sembra non condurre ad un mio ricordo ma a quello di qualcun altro…

I miei occhi puntano la birra fredda sul tavolo, a giudicare dal colore scuro e dalla schiuma spumosa si direbbe essere una Guinness, seguo con lo sguardo una gocciolina di quella schiuma che scivola lenta, percorrendo tutto il bicchiere fino ad approdare sul tavolo… ” Ecco le patatine”  la voce di un gentile ragazzo interrompe quel trip.

Alzo lo sguardo, ringrazio con un sorriso, e poi un’altra voce attira la mia attenzione, mi giro.

Proprio come succede nei film, in cui la telecamera indugia prima sui particolari, così i miei occhi indugiano prima sulle mani che tentano di prendere le patatine dal cestino, mani grandi, pulite, al polso sinistro un orologio importante, polsini della camicia ben stirati,  braccia lunghe, al collo una collanina d’oro, c’ è un ciondolo ma non riesco a vederne la forma coperta dalla camicia, poi il suo viso.

La memoria mi fa scherzi è sicuramente un uomo, non ne distinguo l’età, i contorni del suo viso sono offuscati.

Riprendo il viaggio nella memoria i miei occhi continuano a fissare l’uomo senza volto. 

Possibile che possa succedere? Mi chiedo, mentre i miei ricordi continuano ad affiorare, come sia possibile che io possa al momento ricordare tutti quei particolari e non vedo il volto del mio interlocutore. Se succede, mi dico, è possible.

I miei occhi ritornano sull’uomo senza volto, e mi parla, mi parla di qualcosa…

Nella mia mente gli occhi guardano in ogni angolo, in ogni cassettino dei ricordi, in ogni archivio, ricordo il suono di quella voce… 

“Adoro le patatine tagliate in questo modo è come se mantenessero ancora di più il  loro sapore”  

Annuisco,

Allora dicevamo, che quando ero piccolo, i miei genitori mi facevano trascorrere le vacanze dagli zii, in un paesino di campagna ad Avellino, le vacanze estive erano lunghe, mio padre aveva una bottega come barbiere, mia madre doveva stare dietro agli altri due fratelli, per cui io ero quello piccolo e sacrificabile. Ti devo confessare che inizialmente mi sentivo sempre escluso dalle cose di famiglia, un po’ Kalimero, piccolo e nero, invece ho tratto i miei vantaggi da quelle vacanze, e ho dei ricordi meravigliosi che ancora custodisco,

I miei occhi fissano l’uomo senza volto, il tono della voce è gentile, e capisco che ha piacere nell’esporre quei ricordi, ha piacere nel condividerli. Il suo racconto è calmo, pacato, accompagna le parole a qualche sorso di birra, e a qualche respiro nostalgico di un tempo che è stato…

 

 

To be continued

The Sun’s Smile

Raffaela Anastasio

 

 

 

IL TEMPO

Sembra pazzesco come ne avessimo bisogno, non ci siamo mai fermati, abbiamo continuato nelle nostre vite frenetiche e turbolente, ma poi eccolo…il tempo ritorna nelle nostre mani e siamo spiazzati, non ne avevamo mai avuto così tanto.
Dapprima l’esclamazione “ oddio ed ora cosa faccio”, perché l’idea di non avere il tempo scandito in ogni minuto della giornata non era mai stata una nostra valida opzione.
Ma poi la mente rallenta e con esso il nostro respiro ed il nostro corpo.
Tutto si ferma.
Improvvisamente ti accorgi di avere una casa e non solo un letto dove lanciarti subito dopo un’intensa giornata di lavoro e di mille altre attività.
Ti accorgi di avere un balcone sul quale in qualche epoca remota avevi adagiato una poltrona, forse per rilassarti ed ora ti ritrovi a curiosare nelle finestre aperte, nei cortile del piano terra, ascolti rumori, voci, telefoni che squillano, bimbi che piangono, un pallone da basket rimbalzare sul pavimento, il vento, il cinguettio degli uccelli, un uomo in accappatoio….
Ti ritrovi a girovagare, scoprendo cose che non pensavi…
Alzi gli occhi al soffitto, e scorgi negli angoletti piccole famiglie di ospiti che si crogiolano alle tue spalle, al riparo dalle intemperie esterne, e solo ora comprendi da cosa erano state causate quelle piccole bollicine che ti davano fastidio sul braccio…
Poi come un miraggio…
Ops hai anche una cucina, e porca miseria i fornelli funzionano e quel ticchettio che da vita alla fiamma quasi ti emoziona e sorridi… 
Cinquanta giorni alla scoperta di cose… e di te stessa.
Come cenerentola, una di quelle mattine che trascorri dedicandoti ad igienizzare casa, perché il nemico è in agguato, lo swiffer si infila tra i libri asportando la polvere, lì i miei diari.
Il tempo è dalla mia parte ora…

Accovacciata dietro al divano , come quando ero bambina, come per nascondermi da occhi indiscreti ( da sola, ma mi piaceva quella sensazione di protezione in quel momento), non lo facevo da quando mia madre me li aveva consegnati a Roma.
Ho iniziato a sfogliarli, a sentirne il profumo…

Ogni pagina, un ricordo…
Nel mezzo della Smemoranda del 98 c’era un foglio che faceva capolino, ovviamente non ricordavo che cosa fosse e c’ erano degli appunti, quasi presi in maniera veloce, ecco, delle note con delle parole chiave:
bambino
retrobottega
fumetti
Un’immagine improvvisa mi riportò al momento esatto in cui avevo preso quegli appunti, sul mio viso sentì apparire il calore di un sorriso, dolce, come il momento che avevo vissuto.
Cerco di rimettere insieme i pezzi degli appunti, le immagini che avevo in testa…

E inizio a scrivere…

 

To be continued…

The Sun’s Smile

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ARMANDO – IL BARBIERE DI MOZART

Quattordici febbraio, il sorriso del sole splende in questo giorno dedicato all’amore in tutte le sue forme.

Concordo un pranzo al volo con Fabri, un ristorantino carino, vegano, i profumi ed i colori del buffet, regalano ancor di piu’ buon umore.

Dopo esserci confrontati, su lavoro, famiglia, ed esserci aggiornati sulle attività che avremmo fatto nel weekend, la suoneria di un cellulare attira l’attenzione di Fabri…

” Carina vero?” 

e lui…” Eh si”..

Quel “si ” aveva un quid di malinconico, i suoi occhi iniziano ad allontanarsi da quella conversazione, dal quel luogo…puntano il vuoto…forse un ricordo nella sua mente sta facendo capolino.

” E quindi?”, tento di riconnettermi con lui, ” bene, dimmi qualcosa che no so ” gli chiedo.

Ho avuto la sensazione come se non aspettasse altro che gli rivolgessi quella domanda, e con il suo bel “vestito da riunione”, si protrae in avanti, appoggia i gomiti sul tavolo e con un sorriso mi dice:

” Sai Raf mio nonno era un melomane. Era anche un barbiere, un bravo barbiere. Entrare nella sua bottega significava essere catapultati in un meraviglioso mondo melodico il cui sottofondo si accompagnava al ticchettio incessante della forbice. Talvolta sembrava quasi andare a tempo. Un antico registratore rimaneva acceso per ore riproducendo famose arie, registrate a più riprese nelle lunghe afose serate estive, quando la solitudine casalinga offriva solo cene frugali e telefonate a gettone di mia nonna che chiamava dalla cabina centrale del paese d’origine al centro della Ciociaria.

Immersa nel racconto, vedo la bottega, vedo suo nonno che lavora…il ticchettio della forbice scandisce il tempo…ora.

I clienti sapevano che il martedì era dedicato a Verdi, il mercoledì Rossini, Bellini e Leoncavallo, il giovedì tornava Verdi e qualche autore d’oltralpe, come usava dire, ma il venerdì invece c’era Mozart! Era il giorno che preferivo. Il venerdì non si mormoravano arie come “e lucean le stelle” , non si canticchiava a labbra serrate “questa o quella…”, c’era solo la musica, c’era solo Mozart!
Mio padre lavorava in centro, vicino alla bottega di mio nonno, ed io, quando iniziava la stagione calda, quasi tutti i venerdì, ormai adolescente, chiedevo a mia madre di aspettarlo all’uscita della Banca, insieme a mia sorella che veniva trasportata nel suo passeggino “inglesina” dalle ruote bianche bicolore. Abitavamo poco distante, tra io rione Monti e l’Esquilino e il venerdì l’aria del pomeriggio sembrava più leggera, portava con se il riposo del sabato, almeno per alcuni. Non andavamo ogni santo venerdì, ma quando questo accadeva il tragitto cha va da Via Carlo Alberto a Piazza del Parlamento mi sembrava infinito. Si partiva alle 16.00 dal portone di casa, al numero 24 e dopo i consueti saluti dei due tre negozianti di rito le tappe salienti erano Santa Maria Maggiore, il Teatro dell’Opera, poi Via Nazionale, la faticosa Via Quattro Fontane ed infine la lunga discesa di Via del Tritone fino a Piazza San Silvestro, dopo aver strizzato l’occhio a Piazza Barberini.

Le sue parole mi portano in quei quartieri di Roma, sono con lui lo vedo bambino.

Era una lunga passeggiata che presagiva in me due ricompense, il gelato che mio padre ci avrebbe offerto da Giolitti e il passaggio nella bottega di mio nonno. Mio padre poi ci avrebbe riportato a casa con l’autobus, il 71 che prendevamo a Piazza San Silvestro e lasciavamo a Via Rattazzi verso le 8 di sera. Era il tempo in cui sugli autobus v’erano ancora i bigliettai e il costo della corsa, ricordo, era di 50 lire e i biglietti erano arancioni di una filigrana leggera. Di solito rimanevamo in fondo a l’autobus, nella cosiddetta piattaforma, con il passeggino piegato su se stesso e mio padre che si caricava mia sorella in braccio.
Fremevo sin dal momento della partenza sapendo che avrei trascorso del tempo nella bottega di mio nonno dove le poltrone girevoli sembrano per un bambino i destrieri di una giostra, ma soprattutto sapevo che il venerdì mi aspettava Mozart. Mi auguravo sempre di non trovare clienti o che fossero seguiti da Angelo, l’aiutante di mio nonno, così da poter parlare con lui e sentire i suoi racconti, i suoi commenti sulle note di Mozart!
Mio padre a volte si seccava del mio comportamento, effettivamente sembravo rapito dalla musica e cercavo di catalizzare l’attenzione, ma io non potevo farci niente, quella musica era come una calamita che mi attirava a se e mi teneva prigioniero, ostaggio di quelle meravigliose note. Mio nonno al contrario si esaltava e diveniva complice di quel gioco musicale rispondendo alle mie continue domande o facendo finta di sorprendersi se indovinavo la sonata o il titolo del concerto. Era divertente mio nonno Armando, stava al gioco e soprattutto era fiero di quel nipote che come lui amava la musica, quel tipo di musica, solo quel tipo di musica.
Durava poco quella visita, ma aveva un fascino indescrivibile che ancora ricordo in modo vivido e malinconico. A distanza di anni mi capita di ricordarlo quando mangio un gelato, perché portavo con me quel sapore in quei momenti, visto che il passaggio a bottega avveniva dopo la classica tappa di Giolitti. Nello specifico aveva il sapore della crema perché nei miei ricordi romani di bambino il sapore del gelato al cioccolato era invece quello del palazzo del freddo di Fassi.
Ho sempre ascoltato musica, in ogni luogo, in ogni tempo, avevo un giradischi compatto con delle piccole casse è una puntina la cui sensibilità era pari a quella di uno scalpello, ma passavo ore ad ascoltare e fantasticare, la musica accompagnava le mie giornate, la merenda, i compiti, talvolta le serate in cui mi era permesso fare tardi. Il fatto strano però era che a casa preferivo ascoltare musica leggera, di vario genere, mentre la musica classica era e rimaneva una prerogativa della bottega di mio nonno.

Adoro ascoltare, ha rapito totalmente la mia attenzione, sono curiosa di saperne di più.

Di questo breve scorcio dei mie ricordi adolescenziali non dimenticherò mai quanto avvenne un pomeriggio quando mio nonno per sottolineare ad un cliente la sua predilezione per Mozart raccontò a tutti noi un aneddoto che, anche fosse frutto della fantasia e non un fatto storicamente comprovato, rimane affascinante ed essenziale: “una volta alcuni allievi di un grande Maestro d’orchestra, alla chiusura della lezione di composizione, posero al Maestro la seguente domanda:…Maestro chi è secondo lei il più grande compositore di tutti i tempi? E il Maestro rispose prontamente…senza dubbio Beethoven! Dopo aver risposto il Maestro si accorse che i suoi allievi erano rimasti un po’ interdetti e poco convinti della sua risposta è di tutto punto chiese loro…ragazzi vi vedo un po’ titubanti…c’è qualcosa che non vi convince nella mia risposta? Ed i ragazzi prima timidamente e poi con un po’ più di coraggio risposero…ma sa Maestro lei ci ha sempre detto che Mozart un po’ per la genialità, per i canoni innovativi, per l’età…insomma noi pensavamo che…Ed il Maestro interrompendoli disse loro…ragazzi…dipende da come si pongono le domande…voi cosa mi avete chiesto? chi è secondo lei il più grande compositore di tutti i tempi? E la risposta a questa domanda rimane Beethoven! Infatti non mi avete chiesto…Maestro che cos’è la musica? Perché la Musica è Mozart!!!!”.

Avevo le lacrime agli occhi allora, quando ascoltai questo breve racconto è ancora oggi quando lo ricordo ho un groppo in gola.

I suoi occhi persi nel vuoto come a cercare quelle immagini che le parole raccontavano, lasciavano trasparire l’emozione di quei tempi.

Quello era mio nonno e devo a lui se ancora oggi quando ascolto Mozart mi emoziono e torno col pensiero a quei momenti in cui rapito giravo in tondo veloce sulla poltrona del barbiere, allora sai cosa penso che se Mozart fosse nato nel nostro secolo avrebbe certamente scelto mio nonno come barbiere.

Un sorriso e beve un sorso’d’acqua.

Incantata da quel racconto, dall’emotività nell’esposizione, il tempo si è fermato, mi sono ritrovata su quella poltrona girevole in compagnia di Fabri bambino, con Armando che dedicava le sue attenzioni ai clienti nella bottega…. a tempo di Mozart.

 

The Sun’s Smile

 

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New York – seconda parte

Ore 4 del mattino a New York, le 10 in Italia. Sono a letto.

I miei occhi si spalancano a guardare il soffitto e sorrido. Condivido il lettone con Brendan, che russa beatamente. Non posso muovermi. Mi costringo a richiudere gli occhi, e a fatica mi riaddormento per risvegliarmi qualche ora dopo.

Il sole finalmente fa capolino dalla finestra. Cacchio sono a New York. Oggi abbiamo un programma intenso.

Per dare una scossa al mio amico dormiglione, chiedo supporto a Spotifi, e carico a manetta una canzone di Massimo Ranieri “Se bruciasse la città”, inizio a cantarla a squarciagola, accompagnando le parole ai gesti e sul ritornello..” da te  da te da te io correrei…”ho effettuato una piccola modifica facendolo diventare “a New york a New york io me ne andrei”.

La faccia del mio amico americano non so descriverla, e non ci provo nemmeno…ma prende un cuscino e lo mette sul viso dicendo: “Welcome Raf Welcome”. Si è già pentito di avermi invitata. In men che non si dica siamo fuori. Prendiamo un treno ed una metro e finalmente siamo in città.

Prima tappa NBC Studios. Un palazzo enorme. Si accede tramite uno store, all’interno del quale sono in vendita gadgets di tutti i tipi, e dietro il grande negozio una porta antipanico  che nasconde l’ingresso per gli Studios. Brendan ha organizzato un Tour con guida. Il gruppo è composto solo da 10 persone, e dopo aver superato i controlli antiterrorismo si inizia.

La signorina, la guida incaricata di darci indicazioni e raccontarci un po’ della storia di quegli studi televisivi, parla troppo veloce, non capisco una sola parola di quello che dice, quindi faccio la vaga sorrido e mento quando Brendan mi dice: ” Wow Interesting no?” e io : ” Yes Fiko”

I miei occhi non hanno bisogno di troppe spiegazioni. Cercano di assorbire piu’ immagini possibili. Il tour si svolge solo in alcuni piani, poiché ci sono delle trasmissioni in diretta. 

Mi viene spontaneo il paragone con alcuni studi televisivi che ho visto qui in Italia..e noto tanta differenza. La guida ci conduce all’interno del primo studio, raccontando qualcosa che non capisco, ad intuito è uno studio per le news, li si fanno dei collegamenti con il telegiornale, poi attraversiamo un corridoio, sulle pareti di entrambi i lati, tantissime foto di attori, e personaggi televisivi ospiti all’interno di quegli studios. Quelle foto mi rendono la cosa più reale. Non so spiegare bene le miei sensazioni, ma il fatto di vedere quelle foto appunto, mi conferma che non sto sognando ma che sono proprio li’ in quel momento e wow….

Dopo aver preso vari ascensori, ci troviamo su di un piano in cui sta avvenendo una diretta televisiva. Una di quelle trasmissioni del mattino. Il personale addetto è in una sorta di acquario, per cui dall’esterno possiamo vedere tutto cio’ che accade. C’è la regia, in cui ci sono molte persone a lavoro che guardano gli schermi posti di fronte a loro. Individuo facilmente il regista che con un dito indica quando cambiare inquadratura comunicandolo al microfono delle sue cuffie. Il tour continua e la guida ci fa accomodare in uno studio grandissimo, la forma è quella proprio di un teatro con la platea e le balconate, e dalla brouchure in mio possesso capisco che in questa parte del palazzo si girano delle sit-com dove il pubblico può essere presente. Pazzesco. Adoro quel posto. Sento una sorta di richiamo del sangue. Penso che avrei potuto pagare per fare una comparsata in uno di quegli spettacoli. Mentre ci dirigiamo in un’altra location, mi imbatto in oggetti storici…le vecchie macchine fotografiche, i vecchi microfoni, le telecamere di un tempo…veri e proprio cimeli e oggetti che testimoniano che il passato è esistito. Mentre i miei pensieri vagano, la guida ci introduce in uno studio pazzesco. Finalmente lo vedo. In questo studio hanno girato per anni Late Night con David Letterman  e dal 1975 Saturday night live. 

Lo studio è  strutturato ad anfiteatro, cioè il pubblico viene dislocato su poltrone che partono dal palco fino a gradinate piu’ alte. Dal mio punto di vista la scrivania con la famosa tazza piena di una bevanda, si trova sulla destra, subito dopo la poltrona in cui viene accolto l’ospite e poi a seguire la piccola band che accompagna con brevi brani musicali il programma. Il soffitto è pieno di fari di ogni genere e ci sono 4 monitor dislocati in ogni angolo, ben visibili dal pubblico, in quanto sono monitor che suggeriscono gli applausi, le risate e quando fare silenzio. Veramente impressionante. Ho sempre visto David Letterman da casa con i sottotitoli, ovviamente, ed ora stare esattamente li’, mi riempie ancor più di entusiasmo. Durante il tour quasi non parlo con il mio amico americano, sono troppo presa da tutto. Purtroppo il tour giunge al termine ma le sorprese non sono finite. La guida ci conduce in un piccolo studio.

Ci sono due telecamere e due poltrone. Brendan mi spiega che adesso simuliamo una vera e propria trasmissione. Poiché non sono in grado di sostenere una conversazione, scelgo di mettermi alla gestione della telecamera, poi ci sono un inviato, due sportivi che interpretano campioni delle olimpiadi, presentatore, e due ospiti in studio. Tutto sembra molto reale. Il presentatore e gli ospiti leggono il gobbo elettronico, il classico suggeritore, le due persone invece che interpretano gli sportivi sono posizionati davanti ad uno sfondo verde ( nel linguaggio tecnico si chiama croma key) su cui viene proiettata un’immagine delle montagne innevate. Il tutto viene registrato ed inviatoci via email come ricordo di quella meravigliosa esperienza. 

All’uscita sembro una ragazzina che è appena stata al parco giochi. Recupero tutto il tempo in cui non avevo emesso un suono, con commenti, osservazioni, paragoni, il mio entusiasmo travolge Brendan, che cerca di contenermi e con il suo accento : ” ok ok ho capito, stai tranquilla eh”.

Fuori dal palazzo della NBC c’ è il mondo.

Brendan già mi odia, lo costringo a camminare a piedi, per non perdere nulla, scorci, vicoletti, negozi. Lui è un po’ “culo pesante” è pigro, o semplicemente conosce la città e giustamente non ha la mia curiosità. Dopo essermi persa nella vetrina che espone dei muffin, che sembrano buonissimi, davanti a me si apre il Rock feller Center. Il sogno di ogni turista. Finalmente vedo quel luogo che mi ha fatta sognare con tanti film. Quelle bandiere che circondano la famosa pista di pattinaggio sul ghiaccio, le persone che sorridono e che si tengono per mano ed insieme cercano di sostenersi per non cadere. Un vero e proprio film. Sono estasiata.

Dopo una pausa birra, eh si gli americani non sono americani se non si fermano a prendere almeno una birra (ogni 30 minuti), mentre io italiana fremevo per andare in giro. Durante la sosta birra, la mia curiosità mi spinge a fare un po’ di domande, in merito al tipo di vita che si conduce a New York, quello che si fa nel tempo libero… Brendan mi dice che la città è molto cara per questo ha deciso di vivere ad Hoboken che dista 30 minuti dalla città ma con prezzi più accessibili. Mi dice che durante la settimana si lavora molto ed i ritmi sono molto elevati, ma dopo il lavoro, e soprattutto nel weekend dalle 5 di pomeriggio in poi si va con gli amici a prendere indovinate un po’?, una birra, cambiando però più locali….

 

Inizia a piovere.

Non mi importa. Ci dirigiamo alla Cattedrale di St. Patrick. Lascio Brendan fuori, impegnato in una telefonata di lavoro e mi godo quella meraviglia. Anche qui ci sono i controlli antiterrorismo dopo i quali mi immergo e mi perdo osservando quella struttura. Ma più di ogni altra cosa sono rapita da una musica che mi prende nello stomaco. L’organo della cattedrale emette delle note meravigliose, mi trascina in un’altra dimensione…sarei rimasta lì per ore, ma la voce di Brendan che mi chiama mi riporta alla realtà.

 

Saluto San Patrizio. 

Brendan ha fame. Io no. Non so perché sarà il jet-lag, sarà l’adrenalina ma di mangiare proprio non ne ho voglia. Ma sono ospite, quindi non posso fare sempre come mi pare.

“Raf do you like Japanese food”, a questa domanda ricordo al mio amico americano che sono vegetariana e che di solito preferisco cibo semplice, ma lui non mi ascolta e vedo che ha il suo bel da fare con il cellulare.

“Come on” mi dice dopo aver sollevato gli occhi dal suo smartphone. 

Non mi oppongo. Attraversiamo strade. Dai tombini fuoriesce del fumo, anche quello non è un effetto speciale che creano nei film è proprio cosi’. Questa città è pazzesca. 

Nell’aria percepisco odori particolari, agrodolci, ma non mi dispiacciono. Ci sono luci ovunque, insegne luminose che attirano continuamente la mia attenzione. Fino a quando Brendan mi blocca indicandomi che siamo arrivati.

Un ingresso molto piccolo con l’insegna su cui è inciso il nome del ristorante, tre gradini che danno l’accesso ad un ‘anticamera. Siamo in fila tutto pieno. L’addetta alle prenotazioni giapponese ci consegna dei menu e ci spiega che intanto possiamo ordinare e in 10 minuti ci farà accomodare. Sono molto felice,con una grande soddisfazione mi rendo conto che per la prima volta ho capito tutto.

Ordino qualcosa con l’aiuto di Brendan, e dopo qualche minuto ci accomodiamo al bancone. Questo posto è tutto in fermento. Dietro al bancone tre persone, che passano da un pentolone all’altro. Gli odori all’interno del locale sono abbastanza forti e sono un po’ preoccupata. Versano della brodaglia in una ciotola con degli spaghettoni. Ci apparecchiano con i classici bastoncini ed un cucchiaio di ceramica. “Porca paletta ed ora come si usano questi cosi”, il mio immediato pensiero, ma da buona napoletana attendo e vedo cosa succede.

Arriva l’antipasto, composto da un panino farcito con formaggio, credo, e avogado. Devo essere sincera molto buono, ma poi arriva la ciotola con gli spaghettoni. Mi sembra di sentire la musica del film “lo squalo” in sottofondo. Osservo rapidamente bacchette, cucchiaio e ciotolona. Mi guardo intorno per copiare l’utilizzo di quegli strumenti ed inizio ad ispezionare il mio piatto. Sono alquanto intimorita ma non vedo pezzi di carne, solo pezzettoni di verdure giganti immerse nel brodo . Impugno con fare sicuro le mie bacchette e inizio a tirare su gli spaghettoni, mentre lo faccio sento una cosa raccapricciante, intendiamoci non che io sia schizzinosa ansi, ma sentire succhiare il brodo, facendo tutto quel rumore….mi ha un po’ infastidita…Credo che Brendan non può proprio mangiare non facendo quel tipo di rumore. Cerco di non pensarci e mi dedico al mio piatto. Non è difficile riesco a finire gli spaghettoni, il brodo non è male, lo raccolgo con il cucchiaio di ceramica facendo attenzione a berlo senza emettere suoni.

E’ stata la mia prima volta per il cibo Giapponese e per il Ramen. 

Non voglio precludermi nulla, New York è la città delle opportunità, delle occasioni, da quel giorno in poi ho capito che ci sarebbero state tante prime volte. 

 

 

 

 

 

Il mio viaggio continua…

To be continued

Don’t forget to smile 

 

Raf

 

 

 

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New York

“Welcome to New York Raf”.

Ci sono, finalmente anche io posso gridare come i miei antenati…” Americaaaa”. 

Sono in macchina, il mio amico americano, è proprio americano, cappelletto di lana, guanti senza dita, giubbotto smanicato, pantaloni larghi, con delle scarpe marroni, di quelle classiche, di quelle che noi in Italia spesso usiamo per un completo ad una cerimonia… Sono trascorsi due anni dall’ultima volta che l’ho visto e la sua barba è più lunga, ma trascurata, i suoi occhi sono stanchi…forse un po’ tristi…ma io sono troppo felice e gli dico:

Assomigli all’uomo del tonno”.. e rido. Ricordate l’uomo della pubblicità del tonno?… ecco quello.

Ma lui non capisce, come avrebbe potuto. Ci facciamo mille domande, sul lavoro, la vita in Italia, le rispettive famiglie, e ad un certo punto:

” Tra 3 km girare a destra”. Esplodo in una risata fragorosa. Il navigatore in italiano per fare pratica della lingua mi ha sorpresa.

Faccio immediatamente un selfie con l’americano, da inviare ai miei genitori ai quali non avevo detto nulla della mia partenza, e che sarebbero rimasti moooolto sorpresi.

Abbiamo mille cose da raccontarci, ma all’improvviso davanti a me uno scenario impressionante. La città si presenta piano piano, e lo fa nel migliore dei modi.

I miei occhi si perdono tra quelle luci, tra quei grattaceli immensi. Una sensazione meravigliosa, non riesco a non sorridere, non riesco a non pensare…cazzo è vero sono a New york.

Inizio ad agitarmi, lungo la strada non so dove guardare prima a sinistra poi a destra…. Cavolo ma quella è la struttura sul quale hanno girato  Man in Black 1 con Will Smith…no…sono praticamente in un film.

Brendan, questo è il nome del mio amico americano, mi chiede se voglio subito andare a casa o bere qualcosa in centro “In centro”, ovvio come avrei potuto rispondere diversamente. Parcheggiata l’auto, il mio cuore è impazzito, sento sul mio volto un sorriso ebete, i miei occhi sono pieni di immagini, non riescono ad accogliere tutto. Sono a Times Square.

Un posto incantato pieno di luci, di colori, cartelloni pubblicitari che ti invitano a comprare una Coca-cola , piuttosto che un completino intimo indossato dalle sorelle Kardashian. La gente chiacchera tranquilla seduta sulle scalette rosse nel centro della piazza. Inizio a fare foto, come se fossi impazzita, in effetti lo sono. Mi sento come una bambina a Natale, mentre scarta i regali. Questa città ha tanto da darmi lo sento, e sono pronta a ricevere tutto il possibile.

Brendan, mi dice di seguirlo. Entriamo nell’ atrio enorme di un Hotel, ci sono ascensori in ordine alfabetico e hanno la forma di capsule di vetro color argento. Brendan preme il tasto 16 e all’improvviso la capsula schizza in alto, attraverso i vetri vedo “allontanarsi la terra” e in un nano secondo siamo al sedicesimo piano. Il mio stomaco non è felice, ha vissuto la stessa sensazione di quando andiamo su ” Inferno” l’attrazione del parco giochi di Cinecittà World, eppure siamo solo in ascensore. Esco dalla capsula e necessito di qualche istante prima di poter camminare, sul serio sono scombussolata. Poi inizio a seguire Brendan che, non curante del mio disagio si dirige verso il bar chiedendo un tavolo per due. Il nostro tavolo è vicino alla vetrata, da cui si vede tutta Times Square. Sono senza fiato. Mi sento una Giapponese in vacanza, il mio Samsung 8  ha la memoria già piena di foto. Che meraviglia!

Ordiniamo la birra, ho difficoltà nella comprensione della lingua, parlano troppo veloce, ma lascio che Brendan traduca per me. Nell’attesa prendo il mio zaino e sistemo sul tavolo la mia cartina turistica di New York. Brendan mi guarda cercando di capire e gli dico : “I have only 7 days we need to plan”!  ” Ok” la sua risposta.

Iniziamo a fare segni sulla cartina e a definire in quale giorno avremmo fatto questo o quel giro, ogni tanto il mio sguardo va oltre quelle vetrate, ed i miei occhi restano fissi per qualche secondo su quella piazza dai mille colori.

E’ quasi mezzanotte nella grande mela, circa le 6 in Italia, la mia mente è talmente eccitata che non sente alcun jetlag, ma il mio amico americano è stanco, ha lavorato tutto il giorno, quindi gli dico che avremmo dovuto riposare per prepararci ad una lunga settimana. 

Brendan mi ospita nel NewJersey esattamente ad Hoboken, città in cui è nato il meraviglioso Frank Sinatra.

Il suo appartamento è molto carino, condiviso con due amiche. Mi accolgono all’ingresso, un cane Peggy e un gatto di cui non ricordo il nome. La sua stanza è molto piccola, ma organizzata bene. Indosso velocemente il mio pigiama  italiano e mi lancio sul letto. 

Nei miei occhi chiusi la felicità di vivere in un sogno.

 

Don’t Forget to smile

Raf

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Il viaggio

La schiena viene spinta sullo schienale, inevitabilmente nello stomaco succede qualcosa che è pari alla sensazione che provi andando sulle montagne russe al parco dei divertimenti, piano piano senti che la velocità aumenta e che il grosso bolide inizia a staccare le ruote dal suolo. Per tutto il tempo che l’areo prende quota sento di viaggiare in obliquo, ed è una sensazione divertente, ma poi l’aereo stabilisce la sua posizione e mi accompagna al raggiungimento del sogno.

Da quando viaggio ho sempre preferito il posto vicino al finestrino, anche se lo ritengo molto scomodo…soprattutto per la mia vescica, ma mi affascina sempre quello che vedo quando punto il mio sguardo al di là del vetro. Le domande, le constatazioni che accompagnano la prima parte del mio viaggio sono sempre le stesse.

“Che belle le nuvole… 

ma come cavolo fa sto coso a volare?

Che meraviglia la mente umana…. Uh guarda quella nuvola sembra un dinosauro, no forse un rinoceronte..

Chissà cosa succederebbe se mi lanciassi da questa altezza coprendomi il viso e usando il plaid e il cuscino come paracadute…cercherei di spingermi verso il mare, nuotando in aria…”

Ecco, queste sono piu’ o meno le cose alle quali penso, fino a quando la gentile hostess interrompe le mie superlative riflessioni, chiedendomi se gradisco qualcosa da bere.

“Acqua grazie”.

Non vedo l’ora di poter gridare: “Americaaaaaaa”,  come ho visto fare in più di un film, ma 8 ore e 15 minuti, devono trascorrere affinché possa lanciare il mio acuto con quella miriade di aaaaaaaaaaa, e sono solo trascorsi 55 minuti, circa.

Bisogna stare comodi, allora tolgo i miei bellissimi hugg rosa, infilo “il calzino da aereo”, in modo da lasciare il piede libero e in modo che lo possa appoggiare ovunque. Inizio a fare zapping per capire quale film posso vedere. Questo aereo ha ancora il telecomandino per variare le impostazioni, quindi dopo averci litigato un po’, scorro con il cursore:

Perfetti sconosciuti – visto

Tre manifesti a Ebbing Missouri – visto

Thor – Visto

I guardiani della galassia 2 – visto

ad un certo punto perdo le speranze, e penso ” wow ho visto tutti questi film? Ma ne ho visti io tanti o qui c’è poca offerta? “.

Mentre cerco di dare una risposta al dubbio amletico, continuo a scorrere il menu e la gentile hostess mi consegna un vassoietto, con due scodelline di plastica e chiedo :

“Mi perdoni già si cena?” La risposta è : “In realtà è un pranzo in ritardo.” e si allontana con un sorriso. 

Sono le 17.10 ora italiana.

Ovviamente non ho necessità di cibo in quel momento , ma la mia curiosità mi spinge ad aprire le scodelline di plastica per scoprirne il contenuto. Riso basmati bianco, con una sorta di verdurine bollite messe in un angolo, altra scodellina insalatina con sopra una metà di un uovo sodo, e un formaggino, pane e posate. L’odore di queste pietanze messe insieme non è accattivante, aggiungo che anche l’aspetto non lo è per cui …lascio il vassoietto sul tavolino, e continuo la ricerca del mio film.

Quando sono in viaggio non sono solita fare chiacchiere con chi mi siede di fianco, mi sembra di disturbare, ma questa volta il posto accanto al mio è occupato da una campana. Iniziamo a chiacchierare facendo commenti sul “pranzo in ritardo” appena consegnato. Noto subito che il suo accento mi è familiare. Beatrice, ha 24 anni papà salernitano e mamma americana. Ha vissuto fino ai 12 anni in Campania poi i suoi genitori si sono separati e lei ha seguito la madre negli Stati Uniti dove ha vissuto e studiato. Beatrice è stata un po’ con il papà, ed ora rientrava a New York per iniziare a cercare lavoro. Le racconto qualcosina di me e poi le consiglio di vedere assolutamente un paio di film. 

Appoggio la testa al finestrino e il mio sguardo inevitabilmente volge oltre quel vetro, e si perde nel blu di quel cielo che nasconde tanti segreti e tanta bellezza, provo a chiudere gli occhi per riposare (sono 13 ore che sono sveglia), ma nulla …l’adrenalina troppo alta.

Appunto qualche pensiero nel mio quaderno, prendo la guida della città per cecare di programmare i percorsi migliori, riafferro il telecomando e faccio iniezione di film: La battaglia dei sessi, Assassinio sull’Orient Express. Tra un film e l’altro arriva anche la cena composta da scodelline simili al “pranzo in ritardo”, trattengo il panino e i biscotti, lascio il resto.

Sono trascorse quasi 6 ore. Fuori c’ è ancora luce. L’altra parte del continente si sta svegliando mentre l’Italia è sotto la guida di Morfeo.

Le mie gambe reclamano un po’ di movimento. Lascio il mio posto e resto un po’ in piedi nel corridoio.

Osservo. Ascolto.

In questo aereo c’è una parte di mondo.

Se tendo l’orecchio ad ascoltare mi accorgo che lingue diverse, paesi, culture diverse viaggiano con me. Il mondo in viaggio. E’ bellissimo osservare chi dorme con la bocca aperta, la testa appoggiata al sedile, un po’ inclinata in un lato. La fidanzata praticamente accasciata sul fidanzato, che per non svegliarla non fa il minimo movimento. Il tizio in fondo con le cuffie che russa come se non ci fossero 500 persone con lui. Di un giovane riesco a vedere solo la punta del naso, tutto il resto del viso e del corpo sono coperti dal cappuccio della felpa e dalla copertina. In aereo la temperatura è sempre molto fredda. In prima fila una mamma che coccola la sua piccola, che dorme beata. Qualcuno si alza per stendere la schiena, qualcuno legge un libro.

Sorrido. Sorrido perché penso che viaggio con il mondo, che in 8 ore ho la possibilità di conoscere varie culture….diciamo…

Ci siamo quasi.

Mi rinfresco: lavo i denti, il viso, metto la crema idratante, lavo le ascelle ( per sicurezza), che confesso, attività non  facile nel bagno dell’aereo, deodorante e sono rinata e pronta a presentarmi alla Grande Mela.

Ritorno al mio posto.

Le hostess dopo aver cercato di vendere i vari profumi, con lo sconto del 20% per i possessori di “millemiglia”, consegnano quel meraviglioso modulino, che personalmente adoro,  quello della Dogana, in cui devi dichiarare se porti con te cibo, vino, ortaggi, droghe, ma la parte che mi diverte è quella in cui viene chiesto se soffri di disturbi pischici, se hai mai ucciso qualcuno, se sei un terrorista, se fai uso di sostanze stupefacenti. Mi chiedo se io facessi una di queste cose lo segnalerei nel modulino?….

Mah.

Il comandante annuncia che siamo pronti all’atterraggio.

Il mio sguardo è  fisso fuori dal finestrino. Quello che vedo mi emoziona ancora di più.

Una distesa di piccole lucine che mi entrano negli occhi, e mi lasciano senza fiato. Intanto le ruote hanno toccato il suolo, e sembra partire dal fondo, un piccolo applauso, che, per fortuna subito stroncato, il solito italiano…

Non sto più nella pelle.

Sono finalmente a New York.

Esco dall’aereo e seguo la folla che si dirige ai controlli di rito “Citizen” or ” Visa”, insomma cittadini, o persone provviste di visto per entrare negli Stati Uniti.

Finalmente è il mio turno. Mi accoglie un tipo mooolto carino, che mi parla talmente veloce che ovviamente non capisco nulla. ma seguo i suoi gesti… faccio il controllo delle impronte digitali e la scansione degli occhi. Poi mi chiede se ho vino, alimenti, e soldi…mi lascia andare con un sorriso e mi dirigo al ritiro bagagli…

Intanto riaccendo il telefono e mi arriva un messaggio:

Welcome.

Sorrido.

La mia valigia blu finalmente è sul rullo. La raccolgo e di corsa mi dirigo fuori, attraverso una folla di persone. 

Sono fuori e respiro profondamente l’aria della Grande mela, quell’aria che ho solo potuto immaginare per anni, guardando i film e sognando.

Ora sono proprio lì…

Una via vai di taxi e di persone, sembrano andare a 3000 all’ora, e poi arriva lui…il mio americano, con cappello, guanti. Mi abbraccia mi sorride e in un attimo siamo in macchina.

“Welcome to New York Raf”.

 

Raf 

Don’t forget to smile

 

 

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The wish bracelet – Seconda parte

Lo sentivo, era ancora sul mio viso, il tepore del sorriso del sole, ed intanto, per i miei occhi scorreva una pellicola di un film già visto, un pezzo di una mia vita passata.. quel film andava goduto fino alla fine….mi lasciai coccolare da quel sorriso…e da quel tepore e intanto le immagini andavano….spedite.

Una circolare scolastica stabilì che da quel giorno in poi gli alunni di tutte le classi, avrebbero dovuto attendere nell’atrio la campanella della prima ora, affinché non si entrasse in classe prima delle maestre e rimanere quindi senza sorveglianza a bighellonare fra i banchi. Dalle 8.00 alle 8.30 tutte le mattine eravamo tutti nell’atrio, sapevo che avrei potuto sfruttare quella occasione….certo, attesi il giusto momento, ed il coraggio che si impossessasse di me…

Quel momento arrivo’.

Una mattina, l’orologio sulla parete della postazione del bidello Ciro, segnava le ore 8.23. Quelle lancette giganti erano ipnotizzanti.Qualcuno dal fondo gridò: “Forza bimbi in fila per due”. 

Una massa di ragazzini , come ogni mattina iniziò a muoversi come da indicazioni. Quella mattina qualcosa mi suggerì che era il momento giusto. Anto ed io ci muovemmo per metterci in fila e con la coda dell’occhio vidi un’ombra che da dietro, con uno scatto raggiunse la nostra postazione.

Uh porca vacca, pensai.

In men che non si dica Lui era dietro di noi: “Ciao”, mi disse “Ciao” risposi e continuai presa da un folle attimo di coraggio: “Ma tu ne hai di questi? “ e gli mostrai il polso con i braccialetti che avevo fatto e lui con sguardo curioso ed interessato mi disse:

“No perché?”

era la mia occasione, frugai nelle tasche del grembiule dove da giorni erano custoditi i braccialetti che avevo assemblato con il supporto della nonna e ne presi un paio, gli diedi la possibilità di scegliere il colore preferito e poi dissi : “Aspetta te lo lego io, devi esprimere 3 desideri che si realizzeranno quando il braccialetto si romperà o se te lo farai strappare dalla persona che ti piace”. L’ho detto , pensai, l’ho detto… e tutto in un fiato, ero fiera di me ed intanto ero intenta a fare il nodo a quel braccialetto di cotone che avrebbe dovuto realizzare anche i miei di desideri. Suonò la campanella, lui mi sorrise ed in fila per due percorremmo le due rampe di scale più lunghe di sempre. Lui era sempre dietro di me, ridevamo ci punzecchiavamo, Anto ed io …i nostri sguardi erano chiacchieroni…

Tutti in classe, Anto ed io non smettevamo di distrarci fino a quando, finalmente, la campanella dell’intervallo suonò. La solita passerella per andare al bagno, ed eccolo con il suo sorriso meraviglioso che mi fa un cenno alzando il polso per mostrare il braccialetto…come per dire…” Eccolo sta qui”..woow il mio cuore pompava che pensavo si sentisse anche fuori di me, che sciocca.

Dopo quel giorno iniziarono ad accadere delle cose strane…non proprio strane, insomma piacevoli ma strane.

Iniziarono ad arrivarmi in classe dei bigliettini. Il primo mi fu consegnato da Antonella che le era stato dato da una bambina della seconda A, alla quale era stato dato da un bambino della seconda B, ma non ne riuscimmo a capire l’origine.

“Sei bellissima”.

 Arrossì nel leggerlo. Iniziò la caccia all’uomo. Inutile dire che speravo tanto fosse Lui. Quando chiedevo in giro per tentare di capire chi fosse l’autore di quei bigliettini, mi accorsi che c’era un’omertà da fare invidia ai protagonisti dei film del Padrino parte uno due e tre. Ma questo non mi scoraggiò. Intanto approfondivo la mia amicizia con Lui che mi sorrideva tutte le mattine e correva per salire le scale dietro di me, ma non riuscì a capire se fosse l’autore di quei bigliettini. 

Trascorsero un paio di settimane, Lui ed io eravamo ormai amici. Ci aspettavamo la mattina per entrare insieme, ci vedevamo durante l’intervallo, ci aspettavamo all’uscita dove ci intrattenevamo qualche minuto prima di tornare a casa. Mi piaceva, mi piaceva proprio.

Una sera prima di addormentarmi, una fuga di pensieri incasinava il mio cervello. Cosa avrei potuto fare per farglielo capire, quale stratagemma avrei potuto organizzare, cosa avrei potuto dirgli,  Forse posso scrivergli un bigliettino e metterglielo nella tasca del grembiule, forse posso prendergli il diario e scrivere qualcosa di carino…. 

Mi arrovellai in una notte di pensieri assurdi, e strategie inutili, e poi c’erano i bigliettini.

“Mi fai vedere il tuo braccialetto” gli chiesi mentre si parlava di qualche cavolata e lui sollevo’ il polso:

“Un po’ sfilacciato, te lo strappo?” lui mi sorrise, sapeva bene che se avesse acconsentito avrebbe confermato che gli piacevo, in qualche modo si sarebbe “compromesso”, mi disse: “Vai”.

Gli sorrisi e senza esitare con uno strappo deciso staccai il bracciale dal polso e dissi: “Ora i tuoi desideri si realizzeranno”, feci per restituirgli il bracciale e lui mi chiese di custodirlo che un giorno me l’avrebbe chiesto.

Ero felice, quel braccialetto, in quel momento per me, era il dono più prezioso che avessi mai potuto ricevere, insieme ad un altro bigliettino tutto colorato con i pastelli a cera con su scritto:

“Ti voglio bene”

 

To be continued

Raf

Don’t forget to Smile

 

 

 

 

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The wish bracelet – Ultima parte

“Ti voglio bene”.

Le tre parole piu’ dolci di sempre, ma chi era l’autore. Ero anche in imbarazzo perché Lui non sapeva di questi bigliettini furtivi che mi arrivavano di tanto intanto, e mi sentivo come se in qualche modo lo stessi tradendo, anche se non era così. In fondo noi eravamo solo amici.

Quel giorno le maestre ci congedarono augurandoci Buona Pasqua, ed io Lui e Anto ci trattenemmo un po’ di più all’uscita di scuola. La giornata era meravigliosa, il tepore primaverile ci permise di stare senza giacche. Dopo qualche chiacchiera veloce, Anto ci salutò lasciandoci soli.

 

Un pallone raggiunse la mia schiena, dandomi uno scossone, mi voltai restituì il pallone, mi appoggiai nuovamente sul lato sinistro, poggiando la mano sotto la guancia a mo’ di cuscino…ed il mio film riprese….

 

Non era mai capitato che fossimo rimasti proprio soli soli, o c’era Antonella, o altri bambini intorno a fare confusione. Ma quella volta eravamo proprio soli soli, forse erano passate le 13.3o. Eravamo noi due ed il sole e di salutarci proprio non ne avevamo voglia. Stavamo lì sul muretto dell’ingresso della scuola a chiacchierare e a fermare il tempo, fino a quando Lui mise una mano in tasca e di getto mi diede una busta contenente una lettera ed un oggetto. Arrosiì e chiesi cosa fosse, ma non mi rispose, mi diede un bacio sulla guancia e mi disse:

“Apri”.

Porca miseria era emozionatissima. Una lettera…riconoscevo quella scrittura…lo sapevo me lo sentivo che lo sconosciuto dei bigliettini era proprio lui….Insieme alla lettera c’era un oggetto. Era una spilla con la forma di un cuore con le ali dei colori dell’arcobaleno. Gli sorrisi e lessi la lettera:

“Mi piaci tanto, ti voglio bene, scusa se mi sono sempre nascosto, questo cuore con le ali è quello che sento  per te”

Lessi non una volta quelle parole scritte con la penna blu, fuori dalle righe del foglio strappato di un quadernone.

Allora lo feci, indossai quella spilla sul grembiule dalla parte del cuore e conservai la lettera mettendola nel diario. Gli chiesi di strappare il braccialetto che avevo sul polso, che di rompersi non ne aveva intenzione, ma con uno strappo netto venne via. “Tienilo tu” gli dissi. Lui sorrise e con lo sguardo basso, e intimidito mi disse:

“Ma quindi ora stiamo insieme? senza pensarci risposi : “Che ne so, bho tu che dici?” e presi totalmente dall’imbarazzo iniziammo a ridere, felici.

“Bimbi che fate ancora qui, forza andate a casa che si è fatto tardi”, la voce del bidello Ciro interruppe il nostro idillio.

Allora Luigi mi disse: “Dai ti accompagno fino alle strisce pedonali”  e mi prese la mano. Ero felice, il braccialetto aveva funzionato, e lungo il tragitto Lui mi disse: “Grazie per il braccialetto, devi farmene un altro ho altri desideri da esprimere”. 

“Quindi qualcuno lo hai realizzato? Chiesi incuriosita.

“Si uno lo tengo per mano” ero la bambina più felice del mondo…attraversai la strada ci salutammo, e lungo il marciapiede mi voltai per guardarlo e mi accorsi che Lui mi guardava…sollevai la mano per salutarlo ancora e gli urlai:

“Ci vediamo domani ai giardini della chiesa” e lui urlando allo stesso modo mi rispose di si.

Ero felicemente, incondizionatamente persa per quel bambino dal sorriso meraviglioso….

Il sole aveva cambiato colore, il suoi raggi avevano iniziato a raffreddarsi, l’aria diventava frizzantina. Aperti gli occhi, sollevai la schiena, restando seduta, ripensai a quel periodo e a cosa stesse facendo Luigi in quel momento…e come si fosse evoluta la sua vita…pensai a quel sorriso….

Lasciato il parco con una breve passeggiata mi diressi a casa di Simona per una cena con gli amici del gruppo “No +1″…Dopo sorrisi e svariate chiacchiere ed i commenti sul fantastico cibo preparato da Simo, successe qualcosa che mi lasciò senza parole.

Alessandra con il suo sorriso contagioso mi disse:

“Raffa finalmente ho ripreso a leggerti e questo è per te”,

mi legò al polso il braccialetto dell’amicizia, non era quello di cotone, ma fatto con le perline… anche lei sapeva del braccialetto, anche lei come me probabilmente aveva una storia da raccontare grazie a quell’oggetto, chissà da chi lo aveva ricevuto, o se lo aveva comprato, o se l’aveva trovato in qualche scatola  dei ricordi…. sarebbe stato interessante scoprirlo,

 

ad ogni modo quel gesto mi riempì il cuore di gioia e mi catapultò nuovamente in quella vita passata e a quel sorriso del mio Lui, che mi aveva messo le ali al cuore.

 

Don’t forget to smile 

Raf

 

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Il profumo di quel mosto selvatico – The End

Il pensiero di quei ricordi mi regala un sorriso.

Prendo il mio bicchiere, appoggio l’indice ed il medio della mia mano destra sulla base e lascio che scivoli sul pavimento creando dei cerchi, dando modo ancora una volta che i profumi inebrino i miei sensi, un sorso e ritorno…li’ in quel giardino…

“Mio padre indossa una camicia a quadri rossa e grigia, usurata, le maniche sono risvoltate, lasciando le braccia scoperte fino al gomito. I pantaloni sono quelli di una tuta. Nella mano destra ha delle forbici comuni, con la sinistra sostiene il grappolo d’uva, in modo che non cada, per poi riporlo nell’apposito secchio. Le sue grosse mani, rugose, e segnate dalle cicatrici procurate dal saldatore, si muovono delicatamente, come a sorreggere la dama in una danza da un lato ad un altro.

Il taglio è netto, le forbici compiono un gesto secco, e Tac. Il profumo ci invade. Erba, qualche acino esploso, e l’aria si riempie di gioia… la nostra vendemmia.

Non possiamo stare ferme a guardare, vogliamo partecipare a quell’evento e allora mio padre assegna i compiti: mia sorella ripone i grappoli nel secchio, io controllo che non ci siano resti di foglie e acini cattivi. Siamo una macchina perfetta. Di tanto intanto mamma e nonna ci osservano dalla finestra.

Io: “Papi ora che abbiamo finito che si fa?”

Lui: “Ora dobbiamo lavare tutti i grappoli per bene e lasciamo ad asciugare poi domani, quando l’uva sarà asciutta la lavoriamo”.

Io: “Che vuoi fare il vino? E come si fa? Lo hai mai fatto? Lo possiamo provare?”

Lui: “Faccio un esperimento, non l’ho mai fatto, proviamo, vediamo che succede, al massimo lo usiamo per condire l’insalata” e sorride.

Ma che schifo come fai a condire l’insalata con il vino, penso ad alta voce, e mia sorella piu’ sveglia, mi spiega che se il vino non riesce si puo’ fare l’aceto e con quello puoi condire l’insalata….

Ahhhhhh ecco…

I giorni seguenti sono una continua sorpresa. Papà raccoglie tutta l’uva la ripone in una bacinella, in un’altra c’è dell’acqua calda dove poggia i suoi piedi e li lava con cura. Tra un dito e l’altro, poi usa uno spazzolino per le unghie, insomma un lavoro certosino. Prende un telo che ha precedentemente appoggiato sullo schienale della sedia e tampona prima uno e poi l’altro piede.

Entrambi i piedi poi finiscono nella bacinella con l’uva. Papi non riesce ad alzarsi dalla sedia da solo e chiede il nostro aiuto. Poste su entrambi i lati, sosteniamo il peso di quell’uomo tanto robusto fino a quando non è in equilibrio, ci ringrazia ed inizia a pigiare l’uva.

Fantastico, inizia una danza tutta sua, si diverte. Alza prima una gamba che affonda e poi l’altra. Soffro di invidia mi sembra una cosa pazzesca voglio farla…ma non posso. Guardo mio padre che continua a pigiare… l’uva inizia a trasformarsi in una sorta di melma. Qualche acino schizza fuori dalla bacinella creando irripetibili momenti di ilarità. Papi rimane a pigiare fino a quando non è sicuro che tutti gli acini siano perfettamente schiacciati e compatti. L’ odore ora è forte è acre e dolce…Quella strana danza dura per un po’ di tempo, tra i sorrisi e le chiacchiere.

Lui: “Bimbe aiutatemi ad uscire”

Tutto è compiuto i piedi finiscono nella bacinella con l’acqua e dopo aver ripetuto il rito, infila gli zoccoli e poi con una cucchiaia gira quello che è rimasto dell’uva, copre la bacinella con un panno bianco immacolato.

Michy: “Ed ora che si fa?”

Lui: “Si Attende!”

Il tempo scorre mio padre al rientro da lavoro, ogni giorno controlla la bacinella e gira il contenuto, che intanto ha iniziato a fermentare. Dopo la prima settimana il mosto è già profumato, la cantina è pregna di quell’odore dolciastro.

Le settimane trascorse sono ormai due e papi continua a girare, mescolare, e ricoprire la bacinella con il prezioso contenuto. Un giorno aggiunge un po’ di zucchero un altro un po’ di acqua…poi decide che tutto era pronto…

Chiede a mia madre di portargli lo schiacciapatate, mi chiedo a cosa possa servire.

Presto detto.

Il mosto è pronto per diventare vino dopo la macerazione e va spremuto. Non avendo i mezzi tecnici, da buon napoletano si arrangia con lo schiaccia patate ed inizia a pressare il mosto. Quello che ne deriva è un liquido rosato che papi con cura versa in una botte di vetro, tramite imbuto. Questa operazione è molto lunga, in quanto lo schiacciapatate riesce ad accogliere solo un paio di mestoli per volta. 

I miei sensi sono cosi’ attenti a cogliere ogni movimento, ogni sensazione, ogni odore. I gesti di mio padre sono attenti e precisi. La pressione posta sul mosto fermentato scatena una miriade di profumi che sono diffusi nell’aria dalla lieve brezza autunnale…

La botte è quasi piena e la bacinella vuota.. Papi ha scartato le bucce, riposte su vecchie pagine di un giornale.

La botte è finalmente piena , papi affaticato ma felice in volto, richiude la botte con un grosso tappo di plastica:

Lui:”Ecco fatto, e ora dobbiamo attendere e vedere cosa è venuto fuori”.

Io:”Papi ma non lo possiamo provare”.

Lui:”Certo attendiamo che si posi per qualche giorno”.

Non vedo l’ora, per me e mia sorella sarebbe la prima volta, una sorta di iniziazione, e quale miglior modo se non con il vino fatto in casa.

I giorni trascorrono e non faccio altro che vantarmi a scuola della bravura di mio padre, anche la maestra è attenta ai miei racconti, e sembra conoscere tutti i passaggi che elenco.

Il fine settimana impiega poco ad arrivare, e sulla tavola imbandita per la domenica, tra un piatto di tagliatelle e le polpette al sugo della nonna, fa la sua apparizione anche una bottiglia anonima, con tappo di plastica.

Papi: “Siete pronte, che dite lo vogliamo assaggiare o no?”

Solo in quel momento ho capito che il vino era finalmente pronto.

Con una leggera pressione della mano, papi stringe il tappo e con un movimento ballerino che spinge il tappo un po’ avanti e un po’ indietro riesce a rimuoverlo ed ecco il “Ploof” di felicità che fa scaturire l’applauso…

Papi: “Allora prima alla nonna, così se il vino è cattivo, la nonna è anziana…” mi strizza l’occhio

Nonna: “Azz grazie Angiulill, ” e scoppiamo tutti in una fragorosa risata.

A seguire papà versa il vino a mamma, poi a Michy, a me e conclude versandolo nel suo bicchiere.

Lui: “Allora salute, buona domenica”.

Noi: “Salute, cin cin”.

I bicchieri si toccano in un gentile tintinnio, sono emozionata è la mia prima volta. Mia sorella ed io ci guardiamo per un attimo, i nostri sorrisi evidenziano la nostra gioia. 

Avvicino il mio bicchiere, e il profumo prepotentemente arriva ai miei sensi. Respiro profondamente e lo lascio entrare, mi godo ogni sensazione. Lentamente il liquido rosso scivola nella mia bocca a piccole dosi. Si ferma sulla lingua e poi scivola nella gola… E’ pastoso, compatto, forte e dolce allo stesso tempo. Senza accorgermene finisco il mio bicchiere…

Lui:”Uè piccirè chian che ti ubriachi” ( piccola piano che ti ubriachi)

Allora con lo sguardo smarrito, metto giù il bicchiere e sento che la lingua si muove sul labbro superiore a cercare i residui del nettare, fermandosi su di un lato.

Mi sento osservata, anche mia sorella ha gli occhi puntati su di me..

Nonna: “Ah ti è piciut”.

Sono imbarazzata e non riesco a rispondere, sorrido abbasso lo sguardo e iniziamo a ridere, per la gioia e chissà forse anche per il vino…”

 

Il mio bicchiere è vuoto, la puntina non scorre più sul vinile, il tempo riprende a scorrere, e non dimentico di respirare e di sorridere.

 

Don’t Forget to Smile

Raf