, ,

New York – seconda parte

Ore 4 del mattino a New York, le 10 in Italia. Sono a letto.

I miei occhi si spalancano a guardare il soffitto e sorrido. Condivido il lettone con Brendan, che russa beatamente. Non posso muovermi. Mi costringo a richiudere gli occhi, e a fatica mi riaddormento per risvegliarmi qualche ora dopo.

Il sole finalmente fa capolino dalla finestra. Cacchio sono a New York. Oggi abbiamo un programma intenso.

Per dare una scossa al mio amico dormiglione, chiedo supporto a Spotifi, e carico a manetta una canzone di Massimo Ranieri “Se bruciasse la città”, inizio a cantarla a squarciagola, accompagnando le parole ai gesti e sul ritornello..” da te  da te da te io correrei…”ho effettuato una piccola modifica facendolo diventare “a New york a New york io me ne andrei”.

La faccia del mio amico americano non so descriverla, e non ci provo nemmeno…ma prende un cuscino e lo mette sul viso dicendo: “Welcome Raf Welcome”. Si è già pentito di avermi invitata. In men che non si dica siamo fuori. Prendiamo un treno ed una metro e finalmente siamo in città.

Prima tappa NBC Studios. Un palazzo enorme. Si accede tramite uno store, all’interno del quale sono in vendita gadgets di tutti i tipi, e dietro il grande negozio una porta antipanico  che nasconde l’ingresso per gli Studios. Brendan ha organizzato un Tour con guida. Il gruppo è composto solo da 10 persone, e dopo aver superato i controlli antiterrorismo si inizia.

La signorina, la guida incaricata di darci indicazioni e raccontarci un po’ della storia di quegli studi televisivi, parla troppo veloce, non capisco una sola parola di quello che dice, quindi faccio la vaga sorrido e mento quando Brendan mi dice: ” Wow Interesting no?” e io : ” Yes Fiko”

I miei occhi non hanno bisogno di troppe spiegazioni. Cercano di assorbire piu’ immagini possibili. Il tour si svolge solo in alcuni piani, poiché ci sono delle trasmissioni in diretta. 

Mi viene spontaneo il paragone con alcuni studi televisivi che ho visto qui in Italia..e noto tanta differenza. La guida ci conduce all’interno del primo studio, raccontando qualcosa che non capisco, ad intuito è uno studio per le news, li si fanno dei collegamenti con il telegiornale, poi attraversiamo un corridoio, sulle pareti di entrambi i lati, tantissime foto di attori, e personaggi televisivi ospiti all’interno di quegli studios. Quelle foto mi rendono la cosa più reale. Non so spiegare bene le miei sensazioni, ma il fatto di vedere quelle foto appunto, mi conferma che non sto sognando ma che sono proprio li’ in quel momento e wow….

Dopo aver preso vari ascensori, ci troviamo su di un piano in cui sta avvenendo una diretta televisiva. Una di quelle trasmissioni del mattino. Il personale addetto è in una sorta di acquario, per cui dall’esterno possiamo vedere tutto cio’ che accade. C’è la regia, in cui ci sono molte persone a lavoro che guardano gli schermi posti di fronte a loro. Individuo facilmente il regista che con un dito indica quando cambiare inquadratura comunicandolo al microfono delle sue cuffie. Il tour continua e la guida ci fa accomodare in uno studio grandissimo, la forma è quella proprio di un teatro con la platea e le balconate, e dalla brouchure in mio possesso capisco che in questa parte del palazzo si girano delle sit-com dove il pubblico può essere presente. Pazzesco. Adoro quel posto. Sento una sorta di richiamo del sangue. Penso che avrei potuto pagare per fare una comparsata in uno di quegli spettacoli. Mentre ci dirigiamo in un’altra location, mi imbatto in oggetti storici…le vecchie macchine fotografiche, i vecchi microfoni, le telecamere di un tempo…veri e proprio cimeli e oggetti che testimoniano che il passato è esistito. Mentre i miei pensieri vagano, la guida ci introduce in uno studio pazzesco. Finalmente lo vedo. In questo studio hanno girato per anni Late Night con David Letterman  e dal 1975 Saturday night live. 

Lo studio è  strutturato ad anfiteatro, cioè il pubblico viene dislocato su poltrone che partono dal palco fino a gradinate piu’ alte. Dal mio punto di vista la scrivania con la famosa tazza piena di una bevanda, si trova sulla destra, subito dopo la poltrona in cui viene accolto l’ospite e poi a seguire la piccola band che accompagna con brevi brani musicali il programma. Il soffitto è pieno di fari di ogni genere e ci sono 4 monitor dislocati in ogni angolo, ben visibili dal pubblico, in quanto sono monitor che suggeriscono gli applausi, le risate e quando fare silenzio. Veramente impressionante. Ho sempre visto David Letterman da casa con i sottotitoli, ovviamente, ed ora stare esattamente li’, mi riempie ancor più di entusiasmo. Durante il tour quasi non parlo con il mio amico americano, sono troppo presa da tutto. Purtroppo il tour giunge al termine ma le sorprese non sono finite. La guida ci conduce in un piccolo studio.

Ci sono due telecamere e due poltrone. Brendan mi spiega che adesso simuliamo una vera e propria trasmissione. Poiché non sono in grado di sostenere una conversazione, scelgo di mettermi alla gestione della telecamera, poi ci sono un inviato, due sportivi che interpretano campioni delle olimpiadi, presentatore, e due ospiti in studio. Tutto sembra molto reale. Il presentatore e gli ospiti leggono il gobbo elettronico, il classico suggeritore, le due persone invece che interpretano gli sportivi sono posizionati davanti ad uno sfondo verde ( nel linguaggio tecnico si chiama croma key) su cui viene proiettata un’immagine delle montagne innevate. Il tutto viene registrato ed inviatoci via email come ricordo di quella meravigliosa esperienza. 

All’uscita sembro una ragazzina che è appena stata al parco giochi. Recupero tutto il tempo in cui non avevo emesso un suono, con commenti, osservazioni, paragoni, il mio entusiasmo travolge Brendan, che cerca di contenermi e con il suo accento : ” ok ok ho capito, stai tranquilla eh”.

Fuori dal palazzo della NBC c’ è il mondo.

Brendan già mi odia, lo costringo a camminare a piedi, per non perdere nulla, scorci, vicoletti, negozi. Lui è un po’ “culo pesante” è pigro, o semplicemente conosce la città e giustamente non ha la mia curiosità. Dopo essermi persa nella vetrina che espone dei muffin, che sembrano buonissimi, davanti a me si apre il Rock feller Center. Il sogno di ogni turista. Finalmente vedo quel luogo che mi ha fatta sognare con tanti film. Quelle bandiere che circondano la famosa pista di pattinaggio sul ghiaccio, le persone che sorridono e che si tengono per mano ed insieme cercano di sostenersi per non cadere. Un vero e proprio film. Sono estasiata.

Dopo una pausa birra, eh si gli americani non sono americani se non si fermano a prendere almeno una birra (ogni 30 minuti), mentre io italiana fremevo per andare in giro. Durante la sosta birra, la mia curiosità mi spinge a fare un po’ di domande, in merito al tipo di vita che si conduce a New York, quello che si fa nel tempo libero… Brendan mi dice che la città è molto cara per questo ha deciso di vivere ad Hoboken che dista 30 minuti dalla città ma con prezzi più accessibili. Mi dice che durante la settimana si lavora molto ed i ritmi sono molto elevati, ma dopo il lavoro, e soprattutto nel weekend dalle 5 di pomeriggio in poi si va con gli amici a prendere indovinate un po’?, una birra, cambiando però più locali….

 

Inizia a piovere.

Non mi importa. Ci dirigiamo alla Cattedrale di St. Patrick. Lascio Brendan fuori, impegnato in una telefonata di lavoro e mi godo quella meraviglia. Anche qui ci sono i controlli antiterrorismo dopo i quali mi immergo e mi perdo osservando quella struttura. Ma più di ogni altra cosa sono rapita da una musica che mi prende nello stomaco. L’organo della cattedrale emette delle note meravigliose, mi trascina in un’altra dimensione…sarei rimasta lì per ore, ma la voce di Brendan che mi chiama mi riporta alla realtà.

 

Saluto San Patrizio. 

Brendan ha fame. Io no. Non so perché sarà il jet-lag, sarà l’adrenalina ma di mangiare proprio non ne ho voglia. Ma sono ospite, quindi non posso fare sempre come mi pare.

“Raf do you like Japanese food”, a questa domanda ricordo al mio amico americano che sono vegetariana e che di solito preferisco cibo semplice, ma lui non mi ascolta e vedo che ha il suo bel da fare con il cellulare.

“Come on” mi dice dopo aver sollevato gli occhi dal suo smartphone. 

Non mi oppongo. Attraversiamo strade. Dai tombini fuoriesce del fumo, anche quello non è un effetto speciale che creano nei film è proprio cosi’. Questa città è pazzesca. 

Nell’aria percepisco odori particolari, agrodolci, ma non mi dispiacciono. Ci sono luci ovunque, insegne luminose che attirano continuamente la mia attenzione. Fino a quando Brendan mi blocca indicandomi che siamo arrivati.

Un ingresso molto piccolo con l’insegna su cui è inciso il nome del ristorante, tre gradini che danno l’accesso ad un ‘anticamera. Siamo in fila tutto pieno. L’addetta alle prenotazioni giapponese ci consegna dei menu e ci spiega che intanto possiamo ordinare e in 10 minuti ci farà accomodare. Sono molto felice,con una grande soddisfazione mi rendo conto che per la prima volta ho capito tutto.

Ordino qualcosa con l’aiuto di Brendan, e dopo qualche minuto ci accomodiamo al bancone. Questo posto è tutto in fermento. Dietro al bancone tre persone, che passano da un pentolone all’altro. Gli odori all’interno del locale sono abbastanza forti e sono un po’ preoccupata. Versano della brodaglia in una ciotola con degli spaghettoni. Ci apparecchiano con i classici bastoncini ed un cucchiaio di ceramica. “Porca paletta ed ora come si usano questi cosi”, il mio immediato pensiero, ma da buona napoletana attendo e vedo cosa succede.

Arriva l’antipasto, composto da un panino farcito con formaggio, credo, e avogado. Devo essere sincera molto buono, ma poi arriva la ciotola con gli spaghettoni. Mi sembra di sentire la musica del film “lo squalo” in sottofondo. Osservo rapidamente bacchette, cucchiaio e ciotolona. Mi guardo intorno per copiare l’utilizzo di quegli strumenti ed inizio ad ispezionare il mio piatto. Sono alquanto intimorita ma non vedo pezzi di carne, solo pezzettoni di verdure giganti immerse nel brodo . Impugno con fare sicuro le mie bacchette e inizio a tirare su gli spaghettoni, mentre lo faccio sento una cosa raccapricciante, intendiamoci non che io sia schizzinosa ansi, ma sentire succhiare il brodo, facendo tutto quel rumore….mi ha un po’ infastidita…Credo che Brendan non può proprio mangiare non facendo quel tipo di rumore. Cerco di non pensarci e mi dedico al mio piatto. Non è difficile riesco a finire gli spaghettoni, il brodo non è male, lo raccolgo con il cucchiaio di ceramica facendo attenzione a berlo senza emettere suoni.

E’ stata la mia prima volta per il cibo Giapponese e per il Ramen. 

Non voglio precludermi nulla, New York è la città delle opportunità, delle occasioni, da quel giorno in poi ho capito che ci sarebbero state tante prime volte. 

 

 

 

 

 

Il mio viaggio continua…

To be continued

Don’t forget to smile 

 

Raf

 

 

 

, ,

New York

“Welcome to New York Raf”.

Ci sono, finalmente anche io posso gridare come i miei antenati…” Americaaaa”. 

Sono in macchina, il mio amico americano, è proprio americano, cappelletto di lana, guanti senza dita, giubbotto smanicato, pantaloni larghi, con delle scarpe marroni, di quelle classiche, di quelle che noi in Italia spesso usiamo per un completo ad una cerimonia… Sono trascorsi due anni dall’ultima volta che l’ho visto e la sua barba è più lunga, ma trascurata, i suoi occhi sono stanchi…forse un po’ tristi…ma io sono troppo felice e gli dico:

Assomigli all’uomo del tonno”.. e rido. Ricordate l’uomo della pubblicità del tonno?… ecco quello.

Ma lui non capisce, come avrebbe potuto. Ci facciamo mille domande, sul lavoro, la vita in Italia, le rispettive famiglie, e ad un certo punto:

” Tra 3 km girare a destra”. Esplodo in una risata fragorosa. Il navigatore in italiano per fare pratica della lingua mi ha sorpresa.

Faccio immediatamente un selfie con l’americano, da inviare ai miei genitori ai quali non avevo detto nulla della mia partenza, e che sarebbero rimasti moooolto sorpresi.

Abbiamo mille cose da raccontarci, ma all’improvviso davanti a me uno scenario impressionante. La città si presenta piano piano, e lo fa nel migliore dei modi.

I miei occhi si perdono tra quelle luci, tra quei grattaceli immensi. Una sensazione meravigliosa, non riesco a non sorridere, non riesco a non pensare…cazzo è vero sono a New york.

Inizio ad agitarmi, lungo la strada non so dove guardare prima a sinistra poi a destra…. Cavolo ma quella è la struttura sul quale hanno girato  Man in Black 1 con Will Smith…no…sono praticamente in un film.

Brendan, questo è il nome del mio amico americano, mi chiede se voglio subito andare a casa o bere qualcosa in centro “In centro”, ovvio come avrei potuto rispondere diversamente. Parcheggiata l’auto, il mio cuore è impazzito, sento sul mio volto un sorriso ebete, i miei occhi sono pieni di immagini, non riescono ad accogliere tutto. Sono a Times Square.

Un posto incantato pieno di luci, di colori, cartelloni pubblicitari che ti invitano a comprare una Coca-cola , piuttosto che un completino intimo indossato dalle sorelle Kardashian. La gente chiacchera tranquilla seduta sulle scalette rosse nel centro della piazza. Inizio a fare foto, come se fossi impazzita, in effetti lo sono. Mi sento come una bambina a Natale, mentre scarta i regali. Questa città ha tanto da darmi lo sento, e sono pronta a ricevere tutto il possibile.

Brendan, mi dice di seguirlo. Entriamo nell’ atrio enorme di un Hotel, ci sono ascensori in ordine alfabetico e hanno la forma di capsule di vetro color argento. Brendan preme il tasto 16 e all’improvviso la capsula schizza in alto, attraverso i vetri vedo “allontanarsi la terra” e in un nano secondo siamo al sedicesimo piano. Il mio stomaco non è felice, ha vissuto la stessa sensazione di quando andiamo su ” Inferno” l’attrazione del parco giochi di Cinecittà World, eppure siamo solo in ascensore. Esco dalla capsula e necessito di qualche istante prima di poter camminare, sul serio sono scombussolata. Poi inizio a seguire Brendan che, non curante del mio disagio si dirige verso il bar chiedendo un tavolo per due. Il nostro tavolo è vicino alla vetrata, da cui si vede tutta Times Square. Sono senza fiato. Mi sento una Giapponese in vacanza, il mio Samsung 8  ha la memoria già piena di foto. Che meraviglia!

Ordiniamo la birra, ho difficoltà nella comprensione della lingua, parlano troppo veloce, ma lascio che Brendan traduca per me. Nell’attesa prendo il mio zaino e sistemo sul tavolo la mia cartina turistica di New York. Brendan mi guarda cercando di capire e gli dico : “I have only 7 days we need to plan”!  ” Ok” la sua risposta.

Iniziamo a fare segni sulla cartina e a definire in quale giorno avremmo fatto questo o quel giro, ogni tanto il mio sguardo va oltre quelle vetrate, ed i miei occhi restano fissi per qualche secondo su quella piazza dai mille colori.

E’ quasi mezzanotte nella grande mela, circa le 6 in Italia, la mia mente è talmente eccitata che non sente alcun jetlag, ma il mio amico americano è stanco, ha lavorato tutto il giorno, quindi gli dico che avremmo dovuto riposare per prepararci ad una lunga settimana. 

Brendan mi ospita nel NewJersey esattamente ad Hoboken, città in cui è nato il meraviglioso Frank Sinatra.

Il suo appartamento è molto carino, condiviso con due amiche. Mi accolgono all’ingresso, un cane Peggy e un gatto di cui non ricordo il nome. La sua stanza è molto piccola, ma organizzata bene. Indosso velocemente il mio pigiama  italiano e mi lancio sul letto. 

Nei miei occhi chiusi la felicità di vivere in un sogno.

 

Don’t Forget to smile

Raf

, ,

Il viaggio

La schiena viene spinta sullo schienale, inevitabilmente nello stomaco succede qualcosa che è pari alla sensazione che provi andando sulle montagne russe al parco dei divertimenti, piano piano senti che la velocità aumenta e che il grosso bolide inizia a staccare le ruote dal suolo. Per tutto il tempo che l’areo prende quota sento di viaggiare in obliquo, ed è una sensazione divertente, ma poi l’aereo stabilisce la sua posizione e mi accompagna al raggiungimento del sogno.

Da quando viaggio ho sempre preferito il posto vicino al finestrino, anche se lo ritengo molto scomodo…soprattutto per la mia vescica, ma mi affascina sempre quello che vedo quando punto il mio sguardo al di là del vetro. Le domande, le constatazioni che accompagnano la prima parte del mio viaggio sono sempre le stesse.

“Che belle le nuvole… 

ma come cavolo fa sto coso a volare?

Che meraviglia la mente umana…. Uh guarda quella nuvola sembra un dinosauro, no forse un rinoceronte..

Chissà cosa succederebbe se mi lanciassi da questa altezza coprendomi il viso e usando il plaid e il cuscino come paracadute…cercherei di spingermi verso il mare, nuotando in aria…”

Ecco, queste sono piu’ o meno le cose alle quali penso, fino a quando la gentile hostess interrompe le mie superlative riflessioni, chiedendomi se gradisco qualcosa da bere.

“Acqua grazie”.

Non vedo l’ora di poter gridare: “Americaaaaaaa”,  come ho visto fare in più di un film, ma 8 ore e 15 minuti, devono trascorrere affinché possa lanciare il mio acuto con quella miriade di aaaaaaaaaaa, e sono solo trascorsi 55 minuti, circa.

Bisogna stare comodi, allora tolgo i miei bellissimi hugg rosa, infilo “il calzino da aereo”, in modo da lasciare il piede libero e in modo che lo possa appoggiare ovunque. Inizio a fare zapping per capire quale film posso vedere. Questo aereo ha ancora il telecomandino per variare le impostazioni, quindi dopo averci litigato un po’, scorro con il cursore:

Perfetti sconosciuti – visto

Tre manifesti a Ebbing Missouri – visto

Thor – Visto

I guardiani della galassia 2 – visto

ad un certo punto perdo le speranze, e penso ” wow ho visto tutti questi film? Ma ne ho visti io tanti o qui c’è poca offerta? “.

Mentre cerco di dare una risposta al dubbio amletico, continuo a scorrere il menu e la gentile hostess mi consegna un vassoietto, con due scodelline di plastica e chiedo :

“Mi perdoni già si cena?” La risposta è : “In realtà è un pranzo in ritardo.” e si allontana con un sorriso. 

Sono le 17.10 ora italiana.

Ovviamente non ho necessità di cibo in quel momento , ma la mia curiosità mi spinge ad aprire le scodelline di plastica per scoprirne il contenuto. Riso basmati bianco, con una sorta di verdurine bollite messe in un angolo, altra scodellina insalatina con sopra una metà di un uovo sodo, e un formaggino, pane e posate. L’odore di queste pietanze messe insieme non è accattivante, aggiungo che anche l’aspetto non lo è per cui …lascio il vassoietto sul tavolino, e continuo la ricerca del mio film.

Quando sono in viaggio non sono solita fare chiacchiere con chi mi siede di fianco, mi sembra di disturbare, ma questa volta il posto accanto al mio è occupato da una campana. Iniziamo a chiacchierare facendo commenti sul “pranzo in ritardo” appena consegnato. Noto subito che il suo accento mi è familiare. Beatrice, ha 24 anni papà salernitano e mamma americana. Ha vissuto fino ai 12 anni in Campania poi i suoi genitori si sono separati e lei ha seguito la madre negli Stati Uniti dove ha vissuto e studiato. Beatrice è stata un po’ con il papà, ed ora rientrava a New York per iniziare a cercare lavoro. Le racconto qualcosina di me e poi le consiglio di vedere assolutamente un paio di film. 

Appoggio la testa al finestrino e il mio sguardo inevitabilmente volge oltre quel vetro, e si perde nel blu di quel cielo che nasconde tanti segreti e tanta bellezza, provo a chiudere gli occhi per riposare (sono 13 ore che sono sveglia), ma nulla …l’adrenalina troppo alta.

Appunto qualche pensiero nel mio quaderno, prendo la guida della città per cecare di programmare i percorsi migliori, riafferro il telecomando e faccio iniezione di film: La battaglia dei sessi, Assassinio sull’Orient Express. Tra un film e l’altro arriva anche la cena composta da scodelline simili al “pranzo in ritardo”, trattengo il panino e i biscotti, lascio il resto.

Sono trascorse quasi 6 ore. Fuori c’ è ancora luce. L’altra parte del continente si sta svegliando mentre l’Italia è sotto la guida di Morfeo.

Le mie gambe reclamano un po’ di movimento. Lascio il mio posto e resto un po’ in piedi nel corridoio.

Osservo. Ascolto.

In questo aereo c’è una parte di mondo.

Se tendo l’orecchio ad ascoltare mi accorgo che lingue diverse, paesi, culture diverse viaggiano con me. Il mondo in viaggio. E’ bellissimo osservare chi dorme con la bocca aperta, la testa appoggiata al sedile, un po’ inclinata in un lato. La fidanzata praticamente accasciata sul fidanzato, che per non svegliarla non fa il minimo movimento. Il tizio in fondo con le cuffie che russa come se non ci fossero 500 persone con lui. Di un giovane riesco a vedere solo la punta del naso, tutto il resto del viso e del corpo sono coperti dal cappuccio della felpa e dalla copertina. In aereo la temperatura è sempre molto fredda. In prima fila una mamma che coccola la sua piccola, che dorme beata. Qualcuno si alza per stendere la schiena, qualcuno legge un libro.

Sorrido. Sorrido perché penso che viaggio con il mondo, che in 8 ore ho la possibilità di conoscere varie culture….diciamo…

Ci siamo quasi.

Mi rinfresco: lavo i denti, il viso, metto la crema idratante, lavo le ascelle ( per sicurezza), che confesso, attività non  facile nel bagno dell’aereo, deodorante e sono rinata e pronta a presentarmi alla Grande Mela.

Ritorno al mio posto.

Le hostess dopo aver cercato di vendere i vari profumi, con lo sconto del 20% per i possessori di “millemiglia”, consegnano quel meraviglioso modulino, che personalmente adoro,  quello della Dogana, in cui devi dichiarare se porti con te cibo, vino, ortaggi, droghe, ma la parte che mi diverte è quella in cui viene chiesto se soffri di disturbi pischici, se hai mai ucciso qualcuno, se sei un terrorista, se fai uso di sostanze stupefacenti. Mi chiedo se io facessi una di queste cose lo segnalerei nel modulino?….

Mah.

Il comandante annuncia che siamo pronti all’atterraggio.

Il mio sguardo è  fisso fuori dal finestrino. Quello che vedo mi emoziona ancora di più.

Una distesa di piccole lucine che mi entrano negli occhi, e mi lasciano senza fiato. Intanto le ruote hanno toccato il suolo, e sembra partire dal fondo, un piccolo applauso, che, per fortuna subito stroncato, il solito italiano…

Non sto più nella pelle.

Sono finalmente a New York.

Esco dall’aereo e seguo la folla che si dirige ai controlli di rito “Citizen” or ” Visa”, insomma cittadini, o persone provviste di visto per entrare negli Stati Uniti.

Finalmente è il mio turno. Mi accoglie un tipo mooolto carino, che mi parla talmente veloce che ovviamente non capisco nulla. ma seguo i suoi gesti… faccio il controllo delle impronte digitali e la scansione degli occhi. Poi mi chiede se ho vino, alimenti, e soldi…mi lascia andare con un sorriso e mi dirigo al ritiro bagagli…

Intanto riaccendo il telefono e mi arriva un messaggio:

Welcome.

Sorrido.

La mia valigia blu finalmente è sul rullo. La raccolgo e di corsa mi dirigo fuori, attraverso una folla di persone. 

Sono fuori e respiro profondamente l’aria della Grande mela, quell’aria che ho solo potuto immaginare per anni, guardando i film e sognando.

Ora sono proprio lì…

Una via vai di taxi e di persone, sembrano andare a 3000 all’ora, e poi arriva lui…il mio americano, con cappello, guanti. Mi abbraccia mi sorride e in un attimo siamo in macchina.

“Welcome to New York Raf”.

 

Raf 

Don’t forget to smile

 

 

,

The wish bracelet – Seconda parte

Lo sentivo, era ancora sul mio viso, il tepore del sorriso del sole, ed intanto, per i miei occhi scorreva una pellicola di un film già visto, un pezzo di una mia vita passata.. quel film andava goduto fino alla fine….mi lasciai coccolare da quel sorriso…e da quel tepore e intanto le immagini andavano….spedite.

Una circolare scolastica stabilì che da quel giorno in poi gli alunni di tutte le classi, avrebbero dovuto attendere nell’atrio la campanella della prima ora, affinché non si entrasse in classe prima delle maestre e rimanere quindi senza sorveglianza a bighellonare fra i banchi. Dalle 8.00 alle 8.30 tutte le mattine eravamo tutti nell’atrio, sapevo che avrei potuto sfruttare quella occasione….certo, attesi il giusto momento, ed il coraggio che si impossessasse di me…

Quel momento arrivo’.

Una mattina, l’orologio sulla parete della postazione del bidello Ciro, segnava le ore 8.23. Quelle lancette giganti erano ipnotizzanti.Qualcuno dal fondo gridò: “Forza bimbi in fila per due”. 

Una massa di ragazzini , come ogni mattina iniziò a muoversi come da indicazioni. Quella mattina qualcosa mi suggerì che era il momento giusto. Anto ed io ci muovemmo per metterci in fila e con la coda dell’occhio vidi un’ombra che da dietro, con uno scatto raggiunse la nostra postazione.

Uh porca vacca, pensai.

In men che non si dica Lui era dietro di noi: “Ciao”, mi disse “Ciao” risposi e continuai presa da un folle attimo di coraggio: “Ma tu ne hai di questi? “ e gli mostrai il polso con i braccialetti che avevo fatto e lui con sguardo curioso ed interessato mi disse:

“No perché?”

era la mia occasione, frugai nelle tasche del grembiule dove da giorni erano custoditi i braccialetti che avevo assemblato con il supporto della nonna e ne presi un paio, gli diedi la possibilità di scegliere il colore preferito e poi dissi : “Aspetta te lo lego io, devi esprimere 3 desideri che si realizzeranno quando il braccialetto si romperà o se te lo farai strappare dalla persona che ti piace”. L’ho detto , pensai, l’ho detto… e tutto in un fiato, ero fiera di me ed intanto ero intenta a fare il nodo a quel braccialetto di cotone che avrebbe dovuto realizzare anche i miei di desideri. Suonò la campanella, lui mi sorrise ed in fila per due percorremmo le due rampe di scale più lunghe di sempre. Lui era sempre dietro di me, ridevamo ci punzecchiavamo, Anto ed io …i nostri sguardi erano chiacchieroni…

Tutti in classe, Anto ed io non smettevamo di distrarci fino a quando, finalmente, la campanella dell’intervallo suonò. La solita passerella per andare al bagno, ed eccolo con il suo sorriso meraviglioso che mi fa un cenno alzando il polso per mostrare il braccialetto…come per dire…” Eccolo sta qui”..woow il mio cuore pompava che pensavo si sentisse anche fuori di me, che sciocca.

Dopo quel giorno iniziarono ad accadere delle cose strane…non proprio strane, insomma piacevoli ma strane.

Iniziarono ad arrivarmi in classe dei bigliettini. Il primo mi fu consegnato da Antonella che le era stato dato da una bambina della seconda A, alla quale era stato dato da un bambino della seconda B, ma non ne riuscimmo a capire l’origine.

“Sei bellissima”.

 Arrossì nel leggerlo. Iniziò la caccia all’uomo. Inutile dire che speravo tanto fosse Lui. Quando chiedevo in giro per tentare di capire chi fosse l’autore di quei bigliettini, mi accorsi che c’era un’omertà da fare invidia ai protagonisti dei film del Padrino parte uno due e tre. Ma questo non mi scoraggiò. Intanto approfondivo la mia amicizia con Lui che mi sorrideva tutte le mattine e correva per salire le scale dietro di me, ma non riuscì a capire se fosse l’autore di quei bigliettini. 

Trascorsero un paio di settimane, Lui ed io eravamo ormai amici. Ci aspettavamo la mattina per entrare insieme, ci vedevamo durante l’intervallo, ci aspettavamo all’uscita dove ci intrattenevamo qualche minuto prima di tornare a casa. Mi piaceva, mi piaceva proprio.

Una sera prima di addormentarmi, una fuga di pensieri incasinava il mio cervello. Cosa avrei potuto fare per farglielo capire, quale stratagemma avrei potuto organizzare, cosa avrei potuto dirgli,  Forse posso scrivergli un bigliettino e metterglielo nella tasca del grembiule, forse posso prendergli il diario e scrivere qualcosa di carino…. 

Mi arrovellai in una notte di pensieri assurdi, e strategie inutili, e poi c’erano i bigliettini.

“Mi fai vedere il tuo braccialetto” gli chiesi mentre si parlava di qualche cavolata e lui sollevo’ il polso:

“Un po’ sfilacciato, te lo strappo?” lui mi sorrise, sapeva bene che se avesse acconsentito avrebbe confermato che gli piacevo, in qualche modo si sarebbe “compromesso”, mi disse: “Vai”.

Gli sorrisi e senza esitare con uno strappo deciso staccai il bracciale dal polso e dissi: “Ora i tuoi desideri si realizzeranno”, feci per restituirgli il bracciale e lui mi chiese di custodirlo che un giorno me l’avrebbe chiesto.

Ero felice, quel braccialetto, in quel momento per me, era il dono più prezioso che avessi mai potuto ricevere, insieme ad un altro bigliettino tutto colorato con i pastelli a cera con su scritto:

“Ti voglio bene”

 

To be continued

Raf

Don’t forget to Smile

 

 

 

 

,

The wish bracelet – Ultima parte

“Ti voglio bene”.

Le tre parole piu’ dolci di sempre, ma chi era l’autore. Ero anche in imbarazzo perché Lui non sapeva di questi bigliettini furtivi che mi arrivavano di tanto intanto, e mi sentivo come se in qualche modo lo stessi tradendo, anche se non era così. In fondo noi eravamo solo amici.

Quel giorno le maestre ci congedarono augurandoci Buona Pasqua, ed io Lui e Anto ci trattenemmo un po’ di più all’uscita di scuola. La giornata era meravigliosa, il tepore primaverile ci permise di stare senza giacche. Dopo qualche chiacchiera veloce, Anto ci salutò lasciandoci soli.

 

Un pallone raggiunse la mia schiena, dandomi uno scossone, mi voltai restituì il pallone, mi appoggiai nuovamente sul lato sinistro, poggiando la mano sotto la guancia a mo’ di cuscino…ed il mio film riprese….

 

Non era mai capitato che fossimo rimasti proprio soli soli, o c’era Antonella, o altri bambini intorno a fare confusione. Ma quella volta eravamo proprio soli soli, forse erano passate le 13.3o. Eravamo noi due ed il sole e di salutarci proprio non ne avevamo voglia. Stavamo lì sul muretto dell’ingresso della scuola a chiacchierare e a fermare il tempo, fino a quando Lui mise una mano in tasca e di getto mi diede una busta contenente una lettera ed un oggetto. Arrosiì e chiesi cosa fosse, ma non mi rispose, mi diede un bacio sulla guancia e mi disse:

“Apri”.

Porca miseria era emozionatissima. Una lettera…riconoscevo quella scrittura…lo sapevo me lo sentivo che lo sconosciuto dei bigliettini era proprio lui….Insieme alla lettera c’era un oggetto. Era una spilla con la forma di un cuore con le ali dei colori dell’arcobaleno. Gli sorrisi e lessi la lettera:

“Mi piaci tanto, ti voglio bene, scusa se mi sono sempre nascosto, questo cuore con le ali è quello che sento  per te”

Lessi non una volta quelle parole scritte con la penna blu, fuori dalle righe del foglio strappato di un quadernone.

Allora lo feci, indossai quella spilla sul grembiule dalla parte del cuore e conservai la lettera mettendola nel diario. Gli chiesi di strappare il braccialetto che avevo sul polso, che di rompersi non ne aveva intenzione, ma con uno strappo netto venne via. “Tienilo tu” gli dissi. Lui sorrise e con lo sguardo basso, e intimidito mi disse:

“Ma quindi ora stiamo insieme? senza pensarci risposi : “Che ne so, bho tu che dici?” e presi totalmente dall’imbarazzo iniziammo a ridere, felici.

“Bimbi che fate ancora qui, forza andate a casa che si è fatto tardi”, la voce del bidello Ciro interruppe il nostro idillio.

Allora Luigi mi disse: “Dai ti accompagno fino alle strisce pedonali”  e mi prese la mano. Ero felice, il braccialetto aveva funzionato, e lungo il tragitto Lui mi disse: “Grazie per il braccialetto, devi farmene un altro ho altri desideri da esprimere”. 

“Quindi qualcuno lo hai realizzato? Chiesi incuriosita.

“Si uno lo tengo per mano” ero la bambina più felice del mondo…attraversai la strada ci salutammo, e lungo il marciapiede mi voltai per guardarlo e mi accorsi che Lui mi guardava…sollevai la mano per salutarlo ancora e gli urlai:

“Ci vediamo domani ai giardini della chiesa” e lui urlando allo stesso modo mi rispose di si.

Ero felicemente, incondizionatamente persa per quel bambino dal sorriso meraviglioso….

Il sole aveva cambiato colore, il suoi raggi avevano iniziato a raffreddarsi, l’aria diventava frizzantina. Aperti gli occhi, sollevai la schiena, restando seduta, ripensai a quel periodo e a cosa stesse facendo Luigi in quel momento…e come si fosse evoluta la sua vita…pensai a quel sorriso….

Lasciato il parco con una breve passeggiata mi diressi a casa di Simona per una cena con gli amici del gruppo “No +1″…Dopo sorrisi e svariate chiacchiere ed i commenti sul fantastico cibo preparato da Simo, successe qualcosa che mi lasciò senza parole.

Alessandra con il suo sorriso contagioso mi disse:

“Raffa finalmente ho ripreso a leggerti e questo è per te”,

mi legò al polso il braccialetto dell’amicizia, non era quello di cotone, ma fatto con le perline… anche lei sapeva del braccialetto, anche lei come me probabilmente aveva una storia da raccontare grazie a quell’oggetto, chissà da chi lo aveva ricevuto, o se lo aveva comprato, o se l’aveva trovato in qualche scatola  dei ricordi…. sarebbe stato interessante scoprirlo,

 

ad ogni modo quel gesto mi riempì il cuore di gioia e mi catapultò nuovamente in quella vita passata e a quel sorriso del mio Lui, che mi aveva messo le ali al cuore.

 

Don’t forget to smile 

Raf

 

, , ,

Il profumo di quel mosto selvatico – The End

Il pensiero di quei ricordi mi regala un sorriso.

Prendo il mio bicchiere, appoggio l’indice ed il medio della mia mano destra sulla base e lascio che scivoli sul pavimento creando dei cerchi, dando modo ancora una volta che i profumi inebrino i miei sensi, un sorso e ritorno…li’ in quel giardino…

“Mio padre indossa una camicia a quadri rossa e grigia, usurata, le maniche sono risvoltate, lasciando le braccia scoperte fino al gomito. I pantaloni sono quelli di una tuta. Nella mano destra ha delle forbici comuni, con la sinistra sostiene il grappolo d’uva, in modo che non cada, per poi riporlo nell’apposito secchio. Le sue grosse mani, rugose, e segnate dalle cicatrici procurate dal saldatore, si muovono delicatamente, come a sorreggere la dama in una danza da un lato ad un altro.

Il taglio è netto, le forbici compiono un gesto secco, e Tac. Il profumo ci invade. Erba, qualche acino esploso, e l’aria si riempie di gioia… la nostra vendemmia.

Non possiamo stare ferme a guardare, vogliamo partecipare a quell’evento e allora mio padre assegna i compiti: mia sorella ripone i grappoli nel secchio, io controllo che non ci siano resti di foglie e acini cattivi. Siamo una macchina perfetta. Di tanto intanto mamma e nonna ci osservano dalla finestra.

Io: “Papi ora che abbiamo finito che si fa?”

Lui: “Ora dobbiamo lavare tutti i grappoli per bene e lasciamo ad asciugare poi domani, quando l’uva sarà asciutta la lavoriamo”.

Io: “Che vuoi fare il vino? E come si fa? Lo hai mai fatto? Lo possiamo provare?”

Lui: “Faccio un esperimento, non l’ho mai fatto, proviamo, vediamo che succede, al massimo lo usiamo per condire l’insalata” e sorride.

Ma che schifo come fai a condire l’insalata con il vino, penso ad alta voce, e mia sorella piu’ sveglia, mi spiega che se il vino non riesce si puo’ fare l’aceto e con quello puoi condire l’insalata….

Ahhhhhh ecco…

I giorni seguenti sono una continua sorpresa. Papà raccoglie tutta l’uva la ripone in una bacinella, in un’altra c’è dell’acqua calda dove poggia i suoi piedi e li lava con cura. Tra un dito e l’altro, poi usa uno spazzolino per le unghie, insomma un lavoro certosino. Prende un telo che ha precedentemente appoggiato sullo schienale della sedia e tampona prima uno e poi l’altro piede.

Entrambi i piedi poi finiscono nella bacinella con l’uva. Papi non riesce ad alzarsi dalla sedia da solo e chiede il nostro aiuto. Poste su entrambi i lati, sosteniamo il peso di quell’uomo tanto robusto fino a quando non è in equilibrio, ci ringrazia ed inizia a pigiare l’uva.

Fantastico, inizia una danza tutta sua, si diverte. Alza prima una gamba che affonda e poi l’altra. Soffro di invidia mi sembra una cosa pazzesca voglio farla…ma non posso. Guardo mio padre che continua a pigiare… l’uva inizia a trasformarsi in una sorta di melma. Qualche acino schizza fuori dalla bacinella creando irripetibili momenti di ilarità. Papi rimane a pigiare fino a quando non è sicuro che tutti gli acini siano perfettamente schiacciati e compatti. L’ odore ora è forte è acre e dolce…Quella strana danza dura per un po’ di tempo, tra i sorrisi e le chiacchiere.

Lui: “Bimbe aiutatemi ad uscire”

Tutto è compiuto i piedi finiscono nella bacinella con l’acqua e dopo aver ripetuto il rito, infila gli zoccoli e poi con una cucchiaia gira quello che è rimasto dell’uva, copre la bacinella con un panno bianco immacolato.

Michy: “Ed ora che si fa?”

Lui: “Si Attende!”

Il tempo scorre mio padre al rientro da lavoro, ogni giorno controlla la bacinella e gira il contenuto, che intanto ha iniziato a fermentare. Dopo la prima settimana il mosto è già profumato, la cantina è pregna di quell’odore dolciastro.

Le settimane trascorse sono ormai due e papi continua a girare, mescolare, e ricoprire la bacinella con il prezioso contenuto. Un giorno aggiunge un po’ di zucchero un altro un po’ di acqua…poi decide che tutto era pronto…

Chiede a mia madre di portargli lo schiacciapatate, mi chiedo a cosa possa servire.

Presto detto.

Il mosto è pronto per diventare vino dopo la macerazione e va spremuto. Non avendo i mezzi tecnici, da buon napoletano si arrangia con lo schiaccia patate ed inizia a pressare il mosto. Quello che ne deriva è un liquido rosato che papi con cura versa in una botte di vetro, tramite imbuto. Questa operazione è molto lunga, in quanto lo schiacciapatate riesce ad accogliere solo un paio di mestoli per volta. 

I miei sensi sono cosi’ attenti a cogliere ogni movimento, ogni sensazione, ogni odore. I gesti di mio padre sono attenti e precisi. La pressione posta sul mosto fermentato scatena una miriade di profumi che sono diffusi nell’aria dalla lieve brezza autunnale…

La botte è quasi piena e la bacinella vuota.. Papi ha scartato le bucce, riposte su vecchie pagine di un giornale.

La botte è finalmente piena , papi affaticato ma felice in volto, richiude la botte con un grosso tappo di plastica:

Lui:”Ecco fatto, e ora dobbiamo attendere e vedere cosa è venuto fuori”.

Io:”Papi ma non lo possiamo provare”.

Lui:”Certo attendiamo che si posi per qualche giorno”.

Non vedo l’ora, per me e mia sorella sarebbe la prima volta, una sorta di iniziazione, e quale miglior modo se non con il vino fatto in casa.

I giorni trascorrono e non faccio altro che vantarmi a scuola della bravura di mio padre, anche la maestra è attenta ai miei racconti, e sembra conoscere tutti i passaggi che elenco.

Il fine settimana impiega poco ad arrivare, e sulla tavola imbandita per la domenica, tra un piatto di tagliatelle e le polpette al sugo della nonna, fa la sua apparizione anche una bottiglia anonima, con tappo di plastica.

Papi: “Siete pronte, che dite lo vogliamo assaggiare o no?”

Solo in quel momento ho capito che il vino era finalmente pronto.

Con una leggera pressione della mano, papi stringe il tappo e con un movimento ballerino che spinge il tappo un po’ avanti e un po’ indietro riesce a rimuoverlo ed ecco il “Ploof” di felicità che fa scaturire l’applauso…

Papi: “Allora prima alla nonna, così se il vino è cattivo, la nonna è anziana…” mi strizza l’occhio

Nonna: “Azz grazie Angiulill, ” e scoppiamo tutti in una fragorosa risata.

A seguire papà versa il vino a mamma, poi a Michy, a me e conclude versandolo nel suo bicchiere.

Lui: “Allora salute, buona domenica”.

Noi: “Salute, cin cin”.

I bicchieri si toccano in un gentile tintinnio, sono emozionata è la mia prima volta. Mia sorella ed io ci guardiamo per un attimo, i nostri sorrisi evidenziano la nostra gioia. 

Avvicino il mio bicchiere, e il profumo prepotentemente arriva ai miei sensi. Respiro profondamente e lo lascio entrare, mi godo ogni sensazione. Lentamente il liquido rosso scivola nella mia bocca a piccole dosi. Si ferma sulla lingua e poi scivola nella gola… E’ pastoso, compatto, forte e dolce allo stesso tempo. Senza accorgermene finisco il mio bicchiere…

Lui:”Uè piccirè chian che ti ubriachi” ( piccola piano che ti ubriachi)

Allora con lo sguardo smarrito, metto giù il bicchiere e sento che la lingua si muove sul labbro superiore a cercare i residui del nettare, fermandosi su di un lato.

Mi sento osservata, anche mia sorella ha gli occhi puntati su di me..

Nonna: “Ah ti è piciut”.

Sono imbarazzata e non riesco a rispondere, sorrido abbasso lo sguardo e iniziamo a ridere, per la gioia e chissà forse anche per il vino…”

 

Il mio bicchiere è vuoto, la puntina non scorre più sul vinile, il tempo riprende a scorrere, e non dimentico di respirare e di sorridere.

 

Don’t Forget to Smile

Raf

 

 

 

, ,

Il profumo di quel mosto selvatico

“Il vino eleva l’anima e i pensieri, e le inquietudini si allontanano dal cuore dell’uomo.” Così Pindaro, poeta greco, dedicava il suo pensiero al vino.

Ho salutato da qualche giorno l’estate con l’ultimo tramonto a Venezia e ho dato il benvenuto all’autunno che non ha tardato a presentarsi con qualche pioggia e la sua aria frizzantina.

Tutto in pieno movimento, ti ritrovi a girare come una trottola e non ti accorgi che il tempo ti sfugge e inevitabilmente la vita. Allora bisogna fermarsi e dedicarsi del tempo. Un giorno qualsiasi o magari durante il fine settimana stappo una profumata bottiglia di vino, non uno qualsiasi, il mio preferito è L’Amarone di Valpolicella, gentilmente fornito da mia madre, sommelier.

Ormai è un rito. Prendo la bottiglia dalla mia piccola cantina, con l’apribottiglie estraggo il tappo come il più esperto dei sommelier, lo annuso, e verso il contenuto nel mio “balloon”. Il profumo non tarda a raggiungere i miei sensi. Continua a leggere

, ,

Buon compleanno The Sun’s Smile

Ho iniziato a scrivere perché il mio cuore spinto dalla passione mi chiedeva di farlo. Il mio cuore aveva ragione.

Oggi sono due anni che scrivo, ed il mio blog è diventato un bellissimo sito ricco di cose interessanti ed i miei racconti prendono vita trasformandosi in immagini. 

Sono molto orgogliosa di questo mio piccolo successo…chi l’avrebbe mai detto…non abbiamo mai dimenticato di sorridere. Continua a leggere

,

Funambole – Storie alla ricerca di equilibrio – The end

“Todo Cambia”, recita una canzone meravigliosa di Mercedez Sosa, donna dalla grande tenacia. Il mio amico C. mi ha fatto conoscere questa immensa donna, l’ho amata, apprezzata e comprato la sua biografia che ho divorato in pochi giorni….

Pero no cambia mi amor
por mas lejos que me encuentre
ni el recuerdo ni el dolor
de mi pueblo y de mi gente
Lo que cambió ayer
tendrá que cambiar mañana
así como cambio yo
en esta tierra lejana
Cambia todo cambia
cambia todo cambia

Ma non cambia il mio amore
per quanto lontano mi trovi
né il ricordo né il dolore
della mia terra e della mia gente.
E ciò che è cambiato ieri
di nuovo cambierà domani
così come cambio io
in questa terra lontana.
Cambia, tutto cambia…”.

Adoro questo testo. Il contesto storico molto diverso da quello attuale, e di amore si parla, ma un’amore totale per la vita, per la propria terra, per il proprio popolo.

L’ho fatto, ho usato inadeguatamente questa canzone per i miei scopi. Qualcuno ha detto ” non importa il mezzo, importa raggiungere l’obiettivo” o qualcosa del genere.

Ale attraversa un periodo di totale isolamento. Inizio a sentirla di rado, come se volesse tenermi lontana. Non mi piace, non è da lei. Mi domando perché un uomo debba trattare una persona che ritiene amica in questo modo, purtroppo non ho risposta.

Un venerdì sera invito Ale per una birra, ho dovuto convincerla per farle muovere  quel culo pesante dalla poltrona di casa, mai avrei dovuto insistere così tanto prima… Andiamo nel nostro posto preferito “Open Balladin”, il regno delle birre artigianali, (in realtà è il mio posto preferito). Ho bisogno di capire cosa frulla in quel meraviglioso cervello, che mi è stato spesso d’aiuto, e di cui avrei avuto ancora bisogno.

Io: “Mi dici esattamente, cosa ti aspettavi? C’ é qualcosa che vuoi dirmi che non so? Hai omesso qualche particolare? Come sta il tuo cuore?.

Ale mi guarda con un’ espressione da punto interrogativo e dice: “Raffaela perché tutte queste domande?”.

Qui le cose si mettono male. Capisco subito che qualcosa non va, che qualche domanda le ha dato fastidio, mi ha chiamato Raffaela, lo fa soltanto quando qualcosa non le piace, allora indago con cautela e tergiverso.

Io:“Oggi inizio con quella alle castagne, tu quale vuoi? , io prenderei anche delle patatine da dividere che dici?”

Ale :” Si, per me una ai cereali”, risponde distante.

Sembriamo due estranee e questa cosa non mi piace per nulla, non riesco a capire, ed è una cosa che odio. Mi gioco Mercedez.

Io : “Ale oggi ho sentito mia nipote, che tipo.. mi ha detto : ” Zia quando vieni facciamo un video che devo metterlo su youtube”, caspita, ormai non si pensa che ai social…. Tutto cambia.

Ale: ” In effetti, tutto corre molto veloce e non capiamo esattamente a che punto ci troviamo della nostra vita”.

Qualcosa si sta muovendo, il suo sguardo è triste, come se ci fosse rammarico, quegli occhi felici che ho visto qualche tempo fa sono spariti.

Io: “Tutto cambia, ricordi quella canzone di Mercedez Sosa che ti ho fatto ascoltare?” mi fa cenno di si ” non pensi che sia attualissima? La trovo meravigliosa…tutto cambia, il mondo, l’aria che respiriamo, i nostri obiettivi, noi, ma non l’amore…”.

Ale: “E’ vero l’amore non cambia mai”… Lo sguardo di Ale perso nel bicchiere di birra appena consegnato, gli occhi seguono una goccia di schiuma che scivola fino alla base del bicchiere per poi scivolare sul tavolo.

Ale: “Ho visto Christian”, lo dice come se avesse dovuto richiamare tutte le sue energie, ” ne avevo necessità alla mia età non riesco ad avere cose in sospeso”.

Io: “Perché non me ne hai parlato?”.

Ale: “Sto ancora cercando di metabolizzare e come dici sempre tu, M’aggia riacchiappa’, non sono più io”.

L’ascolto, non emetto un fiato.

Ale: “Qualcosa è cambiato, questa amicizia ci ha un po’presi e si stava trasformando, avevo bisogno di chiarirlo a me e di capire esattamente lui cosa volesse. Dopo svariati messaggi, che mi hanno anche infastidito, perché spesso ha cambiato gli orari, mi ha trattato con superficialità, avrei dovuto mandarlo a quel paese solo per questo, ma siamo giunti ad un accordo per vederci in un pub in centro, ad un’ora decisa da lui.”

Continuo ad ascoltare, osservo le sue mani che si tengono come in una preghiera, poi si distendono a mò di farfalla, poi si stringono, i pollici direzionati sotto al mento e poi le mani ritornano, ad avvolgere il bicchiere di birra.

Ale: “Sono stata diretta, schietta, non potevo lasciare cose in sospeso, gli ho chiesto esattamente cosa volesse da me, perché eravamo arrivati a quel punto. Christian, aveva gli occhi bassi poi mi dice :

“Sono stato uno stronzo, ti ho allontanato, perché sono stato travolto da un sacco di eventi. Ho pensato al mio nuovo ingaggio e mi sono spaventato. Eri il mio unico pensiero…Tu mi distraevi.

Mi piaci, mi sei sempre piaciuta, ho preferito averti come amica che perderti totalmente…poi mi sono innamorato della mia ex, sono sparito,  sono ricomparso…avrei dovuto dirtelo forse in puglia, sono convinto che forse se avessi provato a baciarti sotto quel cielo stellato, le cose sarebbero cambiate, o forse mi avresti tirato uno schiaffo, ora non possiamo saperlo, ma ho rispettato te e la tua storia.

Ora devo partire lascerò Roma per una nuova città, un nuovo lavoro, dovrò riorganizzare la mia vita, pensare di dover vivere questa cosa…qualsiasi cosa sia….a distanza….con la testa totalmente impegnata….non posso farcela…Ho inseguito questo lavoro da tanto, troppo tempo, questa è la mia priorità.”

Io: “Certo poteva dirtelo prima”.

Ale: “Esatto, avrei voluto essere spietata, ma sono stata solo sincera e gli ho risposto dicendogli: ” Anche tu mi piaci adesso, ho vissuto un periodo in cui mi hai fatto sentire una principessa, il mio sentimento amicale si è trasformato in infatuazione, mi hai travolto nella tua vita come un tornado e poi ti sei allontanato lasciando brandelli e pezzi dietro di te e non ti sei mai voltato, ma siamo adulti, e queste cose avremmo potuto gestirle in altro modo. Mi hai cercata perché ti faceva comodo che qualcuno applaudisse ai tuoi successi, che ti facesse sentire importante, perché il tuo ego era stato ferito da un tradimento… avevi bisogno di sentirti voluto, in qualche modo amato…avevi bisogno di sentirti di nuovo un Uomo, poi quando hai ottenuto tutto questo dalla sottoscritta hai pensato bene che la cosa si stesse facendo più importante, ma la voglia di riscatto, per una vita fatta di sacrifici, ha prevalso… e sei scappato via… “.

Io: “Porca miseria , per fortuna che non volevi essere spietata, hai analizzato ogni cosa e sparato in pieno petto, ti adoro, brava”, mi rendo conto dopo qualche istante di aver esagerato e cerco di rimediare: ” immagino che non sia stato facile per te, anche ammettere che il sentimento stava cambiando”.

Ale: “Già, poi ha continuato dicendomi, se volevo andare a trovarlo una volta stabilito, senza progetti, e che se ora dovesse pensare ad una persona al suo fianco, più di qualsiasi altra penserebbe a me. Raf, mentre lo diceva il suo sguardo era da un’altra parte, e sai quanto sono attenta al linguaggio del corpo, ai segnali…., provavo a cercare i suoi occhi ma non erano nei miei…. ho continuato:” Mi hai trattato da schifo, io nonostante tutto sono sempre stata presente, perché capivo, ho chiesto scusa anche quando non era necessario, ma tu non sei mai sceso da quel piedistallo, ora ti rifaccio la domanda cosa vuoi da me?”.

Io: “Ti ha risposto?”.

Ale: “Si, mi ha detto ..Nulla, poi per la prima volta ci siamo baciati”.

Io: “Azz, bastone e carota, ora come stai?”

Ale: “Da quella sera non l’ho più sentito, ne mi ha scritto…che cosa assurda, saranno passati 10 giorni”.

In effetti lo avevo notato , pensai.

Ale:”Due giorni fa mi arriva un suo messaggio:” Sto partendo, ho firmato, volevo salutarti”, la mia intelligenza è troppo spiccata per rispondergli  e mandarlo a quel paese come meritava, ho semplicemente scritto ” Ciao Buon Lavoro”, ora sono in quella fase che non mi spiego….ma passerà…”

Non mi era chiaro il motivo per il quale mi aveva tenuto nascosto l’ultimo incontro con Christian, le ho chiesto nuovamente di spiegarmelo, altrimenti che amica sarei stata…

Ale:”Raf sapevo che mi avresti caricata per la battaglia, e che forse non avresti approvato questo mio ” sottostare” ad un uomo che nei miei confronti aveva la carineria attivata a tempo..ahahah, insomma avevo bisogno di essere lucida e di non pensare a… “cavolo Raf me lo aveva detto”, dai è stato meglio così…”

 

Da quel messaggio Ale non ha più avuto notizie di Christian, lei non lo ha più cercato. Di rado le capita di leggere qualcosa di lui, su qualche sito internet e mi dice: ” Sono felice che abbia trovato il suo equilibrio”.

Ale ora è continuamente in viaggio per lavoro, il suo sorriso ha faticato a tornare, ma ora è sempre sul suo viso,  a meno che non scleri per qualche progetto dei suo collaboratori andato male. Credo anche che stia iniziando una nuova storia…non ho ben capito… in che modo si stia evolvendo ma lo scoprirò presto…in fondo Ale è sempre stata una tipa tosta e nonostante tutto ha ripreso a camminare su quel filo sospeso nel vuoto alla ricerca di un nuovo equilibrio…

In fondo Tutto cambia inevitabilmente… 

Funambole, Storie alla ricerca di equilibrio  The End!.

Raf 

Don’t forget to smile

 

 

 

,

FATE PRESTO

Giorno 23 novembre 1980, ore 19.34 circa la terra tremò.

 

 Avevo solo 1 anno e non ho ricordi definiti di quei momenti,  ma tutte le volte che in famiglia si parla di quell’evento, riesco a riviverlo tramite le loro parole ed i loro occhi:

 

“Una domenica in famiglia, di quelle napoletane in cui gli uomini giocano a carte e litigano per un asso di bastoni e il posacenere pieno di sigarette, le donne si perdono nelle chiacchiere dei nuovi acquisti, le lenzuola sbiancate con una nuova candeggina, la vicina in attesa di un bebè per opera di chissà quale mascalzone ed il nipote di Franco, quello giovane, che ha preso il posto fisso in banca.

 

Tutto qua, la domenica era fatta per stare insieme, noi stavamo là seduti, ma mai avremmo immaginato quello che sarebbe accaduto.

Tu dormivi sul divano, ad un certo punto la bambola amazzone sul pianoforte, con il cappello nero con il nastro fuxia, i capelli biondi, gli occhi sgranati evidenziati da un finto mascara, quella che ti aveva regalato zia Marga, iniziò a muoversi, dondolando avanti e indietro, senza mai cadere. Dapprima quasi nessuno ci fece caso, poi le persiane della cucina cominciarono a strusciare sulla finestra, uno strano vento caldo invase la casa… le pareti iniziarono ad oscillare… un grido partito forse dal nonno Giuseppe :” O’ Terremoto”!

 

Iniziò un via vai, chi correva di qua chi di là, senza avere ben chiaro che cosa stesse succedendo.

Michela scappò di casa con le tue cugine Sonia e Simona, allora ti avvolsi in un plaid e mi ritrovai giù insieme agli altri, non ricordo neanche di aver fatto le scale.

 Nonna Raffa, non si trovava, era rimasta in camera alla ricerca delle scarpe:

“ A No ata scennr è pericolos” ( Nonna dovete scendere è pericoloso)

“ Uè e che scendo con le ciabatte mi devo mettere le scarpe, pare brutto in miezz a vi a ccussì”

“ Ma che Vi importa fate presto, fate presto ia’”

Così ci ritrovammo tutti per strada, in mezzo ad altri che spaventati dalla terra tremante cercavano rifugio lontano da muri e pavimenti ondeggianti.

Furono i 90 secondi forse 100 piu’ lunghi di sempre.

 

La sera sembrò che la situazione fosse un po’ piu’ tranquilla, allora per smorzare un po’ la tensione decidemmo di cucinare uno spaghetto aglio, olio e peperoncino veloce veloce, in giardino, faceva freddo , ma che dovevamo fare meglio sopportare il freddo che avere un lampadario in testa.

 

Dopo qualche giorno apprendemmo dai giornali che i morti erano stati tanti e che molte case erano state distrutte. Povera gente.

Noi dormimmo un paio di giorni in macchina, poi rientrammo in casa che per fortuna era rimasta intatta, ospitammo così anche gli zii che invece avevano avuto dei problemi.

E questo è.

Noi ci siamo ripresi, ma ci sta ancora la povera gente che dopo quasi 36 anni ancora non ha casa e vive in containers o case mobili. Eh piccire’ mica ci stava quello di facebuk che regalava soldi. Il presidente Pertini cercò di smuovere qualcosa, ma sul iss che puteva fa ( ma solo lui cosa poteva fare)  Invec stu signor sta facend n’opera e bene, e sono felice”.(invece questo signore sta facendo un’opera buona e sono felice).

Dopo il terremoto dell’Aquila, speravo che non ci fossero piu’ eventi del genere invece, purtroppo …di nuovo. Nuj stamm ca e dicimm na preghier ( noi siamo qua e diciamo una preghiera).

Queste le parole di chi ha vissuto un evento tragico che ha sconvolto la vita di molte persone. Dopo 36 anni purtroppo la natura ancora si ribella colpendo al cuore l’Italia, prima l’Aquila e ora Amatrice e gli altri paesi.

Un giorno di 36 anni fa Pertini urlò “ Fate presto”, chiedendo che i soccorsi si attivassero e che le vite delle persone colpite potessero tornare alla normalità quanto prima, seppur con meno voce vi chiedo “ Facciamo presto e non lasciamoli da soli, che il sole possa riprendere a sorridere su quelle terre”.

 

Raf
Don’t Forget to smile