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O’ munaciell

Un tranquillo sabato, il mio sguardo incuriosito scorreva tra le pagine di Google alla ricerca di qualche notizia carina, qualcosa di interessante. In quest’era dove basta un click per aprire un mondo, pensai che la mia curiosità sarebbe stata soddisfatta proprio tra quelle pagine.

“La repubblica, cinema a Roma, la notte degli oscar, penisola.it, Napoli, Le leggende Napoletane Matilde Serao 1881”.

Il mio sangue guidò la mano sul mouse e incuriosita iniziai a leggere con attenzione.

“O’ Munaciell”, il monaciello, sarebbe un personaggio realmente esistito.

Alzai gli occhi dallo schermo del computer e con lo sguardo perso nel vuoto iniziai a rovistare nella memoria, cercai di aprire qualche cassetto chiuso da tempo. Perché avevo la sensazione di conoscere O’ Munaciello? Continuai a leggere.

“L’origine andrebbe fatta risalire al 1445, durante il Regno di Alfonso d’Aragona, quando vi fu uno dei tanti amori impossibili descritti dalla tradizione poetica e musicale napoletana, tra Caterina Frezza, figlia di un ricco mercante di panni ed il garzone Stefano Mariconda”.

Un classico i due amanti clandestini, ci scappa il morto.

“Un amore contrastato, i due ragazzi ricorrevano ad incontri clandestini. Il giovane garzone pur di incontrare la sua donna, percorreva pericolosi sentieri sui tetti di Napoli. Proprio durante una di queste notti Stefano fu aggredito e buttato nel vuoto”.

Lo sapevo finisce sempre così, ora Caterinella sarà rinchiusa in un convento dove passerà il resto dei suoi giorni.

“La salma del giovane fu inumata, Caterinella in dolce attesa chiese di essere rinchiusa in un convento, dove diede alla luce un bambino piccolo e deforme”.

Certo un po’ scontata come storia, povera Caterinella.

“Le condizioni del neonato non mutarono con la crescita. La madre, sperando in una grazia divina, prese a vestirlo con un sajo da monaco e proprio dal suo abito il popolo napoletano gli attribuì il nomignolo. Il povero fanciullo, destava disgusto e sospetto, i popolo iniziò anche ad attribuirgli poteri soprannaturali, benevoli o malevoli.

Si stava entrando nel vivo della leggenda, questo alimentava la mia curiosità.

“Dopo la morte della madre il povero fanciullo rimase solo a far fronte a quella vita difficile che il destino gli aveva riservato. Il popolo gli attribuiva ogni sorta di avvenimenti sfavorevoli, dalle malattie alle nuove tasse. Il monaciello poi scomparve misteriosamente, la voce popolare narra che fosse stato portato via dal diavolo”.

Certo più che al diavolo io avrei pensato ad altro, che il povero fanciullo fosse stanco di quella vita e che fosse andato via da quella città che non aveva saputo capirlo.

“Qualche tempo dopo furono ritrovate delle ossa attribuibili al fanciullo nano, si paventò l’ipotesi che i parenti Frezza avessero deciso di assassinarlo. Dopo la morte del fanciullo, si narra che il popolo napoletano continuò a vederlo nei luoghi più disparati dei quartieri bassi, in cui il fanciullo cercava vendetta, per questo gli furono attribuiti tutti gli eventi sfavorevoli della vita quotidiana. Dal quel momento in poi il monaciello divenne parte integrante della vita del popolo napoletano”.

Dopo aver letto la leggenda, la sensazione di essere già a conoscenza di una qualche storia che riguardasse il monaciello non sparì, ansi si fece più radicata. Sentivo mia quella leggenda e non solo per il fatto che fosse napoletana, ma come se in qualche modo l’avessi vissuta.

Allora mi dissi:” Raf dove non arrivano i tuoi ricordi, sicuramente arrivano quelli della tua famiglia”.

Pensai di chiamare zia Margherita, una delle sorelle di mia madre, che di cose ne ha vissute tante e tante ne ha da raccontare.

Zia Marga era felice di sentirmi, dopo le domande di rito:” Come stai? Stai Attenta? Hai mangiato? Mi raccomando mangia che ti servono energie”, proprio sorella di mia madre, era il mio turno.
“Zia ma tu hai mai sentito parlare del Monaciello?”

“ Eh sapessi tanto tempo fa, nonna Margherita quante ne ha passate, O’ Monaciell stev a casa Soij”.

“O’Monaciello era a casa di nonna Margherita? Quindi esiste? La leggenda del fanciullo deforme è vera? Noooo! E’ necessario un approfondimento.

Trattenni zia Marga al telefono per una decina di minuti, facendole domande e ricevendo risposte molto strane ma estremamente vere.

Quella storia iniziava un po’ a spaventarmi.

Idealmente indossai il soprabito color cammello, nella mano destra l’immancabile lente, pipa tra le labbra e iniziai le miei indagini.

Chi era nonna Margherita?To be continued

Raf
Don’t forget to smile

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Il letto a castello

Un numero di cellulare salvato come ” Sora”.

Una piccola stanza, una finestra, un letto a castello complice discreto. La nostra vita condivisa si è svolta lì:

Tu “al primo piano”, io sotto.

Intere giornate rivissute in quel letto. Sorrisi, catastrofi, primi amori, lacrime segrete, brutti voti.

Il nostro spazio, il nostro tempo, la nostra oasi sicura.

Quel letto ci ha sopportate durante le nostre notti insonni, quando cantavamo tutte le sigle dei nostri cartoni animati preferiti, quando inventavamo storie per le nostre Barbye, quando sognavamo il nostro principe azzurro, cosa avremmo fatto nell’anno “2000” quanti anni avremmo avuto, come saremmo invecchiate.


Quel letto ha visto scambiarci, slip, vestiti e scarpe, ci ha viste decorare i nostri armadi con i poster giganti dei più assurdi gruppi emergenti del momento, dopo poco sostituiti dall’elenco dei ragazzi che ci avevano rubato il cuore.

Quel letto è stato giudice parziale ai nostri litigi e amico dei nostri abbracci, complice dei nostri sorrisi quando si sentiva il vicino russare, quando prendevamo in giro le persone che ci dicevano:

“Ma siete gemelle o solo sorelle? Però avete anche la stessa voce”.

E poi una notte:

“Michy sei pronta domani è il grande giorno”.

“Bo Ra Speriamo bene”.

Era arrivato il momento di lasciare il letto a castello, di lasciare quella vita per iniziarne una diversa, meravigliosa, concreta.

Ora mi piace guardare tua figlia che come te si arrampica “al primo piano” e si sdrai su quel letto per guardare le stelline fluorescenti attaccate al soffitto, proprio come facevi tu.

Oggi è il tuo compleanno, qualcuno direbbe i tuoi primi 40 anni…

Voglio ringraziarti sorella per avermi spianato la strada, per aver lottato per la nostra indipendenza in famiglia, per aver lottato per rientrare più tardi il sabato sera, per quello schiaffo di quella sera d’estate che mi ha aperto gli occhi.

Ho sempre trovato in te una confidente e complice perfetta.

Sei la consulente di immagine più spietata al mondo. Non lasci possibilità di vita ai miei outfit, o ai miei nuovi tagli di capelli, se non ti piacciono, lo esprimi senza scrupoli ed in maniera anche colorita, così da non lasciare spazio a dubbi.

Sei la mia prima sostenitrice per tutte le cazzate a cui voglio dare vita, come questo blog.

I tuoi applausi hanno significato e significheranno molto di più di quelli di una qualsiasi folla, perché gli altri vedono soltanto il risultato, mentre tu vedi tutto ciò che ci ha portate fino a lì.

Le nostre strade si sono divise, ma non le nostre vite.

Tu quella razionale,

io la sognatrice.

Tu impulsiva,

io riflessiva e mediatrice.

Ci compensiamo.

Non ci sarà mai un me senza te.

Mia sorella sempre.

Raf
Dont’ forget to smile

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Rosso pomodoro

Il rumore del metallo, l’acqua che bolliva, il calore del fuoco, i pomodori, il sole, i sorrisi.

Ferma ai giardini a leggere “ IQ84”, l’omino lavorava armato di cuffie arancioni e tosaerba. Era lento nei suoi movimenti . Lo sforzo piegava i muscoli che si contraevano durante la spinta in avanti della macchina e tra le lame in basso fuoriuscivano piccoli ciuffi di erba. Avete presente il profumo dell’erba? Ha un odore particolare, ma quando viene tagliata l’odore si accentua, è ancora più forte ed entra quasi di prepotenza nelle narici, diffondendosi nel sangue lasciando un segno nella memoria, indelebile. Quel profumo risvegliò in me vecchie sensazioni.

Il mio sguardo fisso sull’omino a lavoro.Una splendida giornata il sole riempiva il cielo, la mente mi guidò su una mano destra, il pollice e l’indice tenevano un rosso pomodoro all’estremità, che a causa di una forte pressione esplose.
Era la stagione del raccolto di pomodori ,” i San Marzano” , quelli che il mondo ci invidiava. Casa Anastasio fremeva di lavoro. Il giardino pullulava di gente e di ragazzini.

Mio padre dopo aver acquistato dal contadino qualche quintale di pomodori dislocati in tutto il giardino nelle varie cassette di plastica colorate, si dedicava al lavaggio delle bottiglie, con un fantastico scovolo rosso ed al lavaggio dei pomodori.

Una bagnarola gigante blu, che solitamente usavo per fare il bagno caldo in inverno, veniva usata come recipiente per riporre i pomodori da lavare. Una pompa che donava acqua fresca senza sosta era appoggiata all’interno. Mio padre chinato sulla bagnarola, con una mano appoggiata sul manico per reggersi , l’altra invece era immersa intenta a girare e rigirare i pomodori in modo che potessero essere lavati bene. Era possente tutti i muscoli delle braccia e della schiena erano a lavoro, il movimento del braccio destro comportava delle contrazioni più evidenti della fatica effettuata. Era bello vederlo all’opera. Spesso volevo rubargli il posto, adoravo stare nell’acqua.

Dopo questa lunga operazione i pomodori andavano riposti nelle cassette e a gruppi messi in uno scolapasta affinché l’acqua potesse scivolare via.

Tutti in cerchio, la nonna come guida, si iniziava, quasi un rito.
 Il pomodoro presentava sempre “ o streppon”  ( il raspo, la parte che congiunge il frutto alla pianta), che andava tolto.
Estirpato, emanava quell’odore, l’odore dell’erba tagliata.

“ Ovvi , pij a pummarol e po le a premmr ( vedi prendi il pomodoro e poi lo devi premere) o puliz e o miett ca dint ( lo pulisci e lo metti qui dentro)”

Il pollice e l’indice tenevano il pomodoro alle due estremità che con una leggera pressione causavano un’apertura al centro, attraverso cui i semini contenuti all’interno venivano espulsi.

I pomodori avevano quel profumo, di fresco, di buono.

Eravamo una catena perfetta, mia sorella ed io ci divertivamo a pressare i pomodori. Fare uscire i semini diventava un momento goliardico, perché casualmente invece di finire nel recipiente, si spiaccicavano sugli occhialoni viola della nonna, che rideva e ci sgridava.

La nonna e zia Marga erano addette al riempimento, la parte quasi più importante. Bisognava mettere i pomodori nelle bottiglie e  schiacciarli in modo da togliere l’aria all’interno, lo facevano con tanta dimestichezza che sembrava lo facessero da sempre. La mano chiusa a pugno, l’indice ed il medio un po’ più sporgenti, pigiavano i pomodori fino ad appiattirli, inserendo poi una foglia di basilico fresco che avevano preparato precedentemente.

Si andava avanti fino a sera, ma l’aria tiepida e l’abbraccio del tramonto rendevano tutto leggero per nulla faticoso.

Finito di riempire le bottiglie, chiuse con un tappo ed un aggeggio simile ad un cavatappi, mio padre preparava il bidone.

Il bidone era un fusto di metallo a forma cilindrica, che papà da ragazzino affittava con 100 lire per  tutto il tempo che serviva, nel nostro caso invece, era stato preso in prestito dai cantieri navali. Con molta cura, in un angolo del giardino, sistemava dei mattoni formando un quadrato ma con il lato centrale aperto, per poter inserire la legna, come una brace. Il bidone andava posto su quella brace.

Iniziava così il passaggio di un centinaio di bottiglie da una mano all’altra fino ad arrivare a mio padre , che arrampicato come una scimmia inseriva le bottiglie nel bidone facendo attenzione a non spaccarle.

“ Papi perché metti la stoffa sulle bottiglie?”

“Perché quando l’acqua bolle può spostare le bottiglie e si possono rompere invec accussì stann chiu comod” ( invece così non urtano tra loro). Poi ci mettiamo l’acqua fino a ncopp e mettim o cupierc.

Prima di chiudere il coperchio però si usava mettere una patata per capire il livello di cottura.

Era il momento di accendere la brace, la legna era al suo posto, un po’ di carbonella e qualche foglio di giornale imbevuto di alchool, ed era fatta, a fuoco acceso era inevitabile l’applauso e qualche urla di approvazione.

Il buio calava lentamente, la luce del fuoco e di qualche lampada accesa in giardino creavano un’atmosfera di totale relax, anche l’ora di cena tardava ad arrivare e spesso si mangiava la pizza tutti insieme all’aperto, altre volte ci si arrangiava con quello che c’èra in casa, spesso pane con formaggio e qualche insaccato in attesa della fine del lavoro. Ci sedevamo dove capitava per mangiare, preferivo sedere a terra o sulle scale di ingresso a piedi rigorosamente scalzi.
Un momento di ritrovo tutto nostro. Si chiacchierava, si rideva, si giocava, fino a quando il coperchio del bidone non catturava la nostra attenzione facendo strani rumori sollevato dall’acqua in ebollizione. Il fuoco andava diminuito e reso più debole, ne approfittavamo per cuocere delle verdure o patate al cartoccio buonissime. Le nostre conserve erano pronte. Non vedevo l’ora che la nonna ci preparasse un sugo speciale. Il fuoco era quasi spento.

Un rumore assordante di un’ambulanza distolse il mio sguardo dall’omino, avevo le scarpe, tra le mani il mio libro. Mi ritrovai sulla panchina… un flashback ma questa volta non un film, ma la mia vita.
Respirai ancora una volta quel profumo.

Ringraziai l’omino  che tagliava l’erba che con faccia stupita mi disse: ” Prego!” .
Mi allontanai.

l sole mi aveva regalato un nuovo sorriso.
Raf
Dont’ forget to smile

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Nuovo Anno

Il nuovo anno, una nuova agenda, una nuova penna.

Con la canzone di Lucio Dalla “l’anno che verrà”, che per me è ormai inno ufficiale per accogliere i nuovi 365 giorni, ecco gli oggetti che mi ricordano che il nuovo anno è arrivato. Oggetti normali a vedersi, utensili da lavoro (è così che mi piace definirli), immobili, senza vita…

Almeno era quello che credevo…  ma l’apparenza inganna. Quei due oggetti dediti a segnare impegni, orari, incassi, budget, numeri di telefono, a scaricare la tensione colorando le pagine immacolate con kg e kg di inchiostro, allo scoccare delle ore 00.00 del 31/12  si trasformano, si animano … prendono vita…

Come è possibile?

Ebbene quei piccoli oggetti  diventano una costante della mia giornata,  un’ossessione, ovunque volge il mio sguardo, sono lì a fissarmi in attesa, sul comodino accanto al letto , sulla scrivania, sul tavolo della cucina, sul pianoforte, in terrazza durante un minuto di relax, perfino in bagno…diventano il mio incubo. Quando rientravo in casa mi chiedevo cosa avessero fatto in  mia assenza se avessero fatto baldoria o se avessero soltanto fatto nuove conoscenze con la nuova “bic” o con il nuovo calendario. I mostri nella mia mente mi conducevano a pensieri folli…
Il 6 gennaio pronta per ritornare a Roma, non perché io avessi finito il turno da Befana, ma semplicemente perché terminate le vacanze si ritorna alla quotidianità dell’ufficio, dai meandri piu’ oscuri di casa, un urlo disperato di mia madre raggiunge le mie orecchie e il suo viso riempie i miei occhi, sembra tanto quello del gatto con gli Stivali del film” Shrek”, gli occhioni di chi ha capito che un tizio di una delle tante serie televisive è morto a causa della sua stessa madre, ma resusciterà presto… e l’agenda aperta nella pagina di copertina…: “ma che, nun me scritt a dedic e bon augurji”.

Non ho scritto la dedica?! Non Ho scritto la dedica di buon auspicio! Ecco perché agenda e penna mi seguono.

Sono anni che mia madre segue questo rito. L’agenda spesso è stata trasportata anche a Roma…nulla poteva impedirle di raggiungermi. Dovevo necessariamente inaugurare la prima pagina  della sua agenda con una dedica perché di buon auspicio.

Questo nuovo anno cara mamma ti stupirò, non avrai bisogno di inseguirmi, ecco la tua dedica per la tua nuova agenda.

“Arriva un nuovo anno straniero, ancora, ma non per molto.

Tutto inizia sempre per trasformarsi in qualcosa di diverso, di più grande, di più maestoso.

Tu hai la capacità di creare, di trasformare tutto a tuo piacimento.

Hai la forza propria solo ad una madre.

Hai l’energia della tua terra nel tuo sangue.

Il sole accompagna le tue giornate, ti farà da guida sempre.

A volte potresti essere stanca,  sfinita, ma l’abbraccio dei tuoi nipoti ti darà nuovo vigore.

Non rammaricarti di non aver potuto fare di più, lo hai già fatto.

Non dimenticare mai da dove sei partita e dove sei ora grazie alla sola tua tenacia.

Non rimproverarti di avere due figlie un po’ stronze, due figlie diverse, una dedita alla famiglia, l’altra in balia dei sogni.

Le hai cresciute bene, la vita non è sempre così educata, hai fatto un buon lavoro, faticoso , intenso ma ottimo lavoro.

Nonostante tutto non hai mai mollato e so che non lo farai mai.

Il tuo animo generoso, indistruttibile quanto fragile sarà il tuo punto di forza.

Ti auguro di essere più serena, anche la tua gastrite ne sarà felice.

Non ti chiederò di fare tanti soldi, come in passato, quelli che abbiamo per fortuna ci bastano.

Ti auguro per questo nuovo anno di pensare un po’ più a te, di darti più tempo, più spazio, il tempo perso non ritorna.

Ti auguro di sentirti amata, anche se spesso non ti sarà dimostrato, ma il tuo cuore lo saprà sempre.

Ti auguro di essere sempre orgogliosa di ciò che sei.

Ti auguro di rientrare la sera orgogliosa del tuo operato, e di poggiare leggera la testa sul cuscino.

Ti auguro di non smettere mai di sorridere!

Buon lavoro”.

Raf

o.e.p.s
Don’t forget to smile

ps. In agenda segna che il sabato non lavoro,  Non Chiamarmi all’alba!
ps: ora stampa e incolla almeno non dovrai inseguirmi per tutta casa.

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Tradizioni – Fratiell e Surell

Si narra in un tempo lontano, quando le stelle erano ancora visibili, che in una notte di dicembre il mare arrabbiato tentò di inghiottire dei pescatori.
Molti riuscirono a salvarsi tornando nel porto, uno solo rimase in balia delle onde. Il pescatore, sentendosi perso, affidò la sua vita nella mani della Madonna. Improvvisamente il pescatore fu abbagliato da una luce immensa e si ritrovò sulla spiaggia tramortito. Non appena riprese i sensi chiamò a raccolta tutti i suoi compagni: “Fratiell e surell a Maronn me salvat”, appicciamm o fuoc scalfammc e dicimm o rusarij” (Fratelli, sorelle, la Madonna mi ha salvato accendiamo il fuoco scaldiamoci e diciamo il rosario).
 
Da questa meravigliosa leggenda nasce una meravigliosa tradizione, tramandata di padre in figlio. La notte del 7 dicembre vengono accesi, in vari quartieri della mia città, i falò dell’Immacolata Concezione, per noi Stabiesi detti “fucaracchi”, accompagnati dalla voce di un uomo votivo che chiama a raccolta tutti i fedeli alla preghiera (proprio come il pescatore che aveva avuto salva la vita): “Fratiell e surell o nome ra maronn chest è a primma stella”.
Il rito inizia nella notte del 26 novembre fino ad arrivare alla dodicesima notte (12 notti quante le stelle sul capo della Madonna) quella appunto del 7 dicembre, alla fine della quale si suona, si festeggia e si ammirano i fuochi. In casa Anastasio si sentiva molto questa tradizione.
 
 
Tutto pronto, Presepe e Albero di Natale. La casa era un tripudio di lucine e profumi natalizi. Appuntamento annuale con struffoli, roccoco’, “pullc e monac” e mustacciuoli, dolci della tradizione natalizia napoletana. Il campanello suonava senza sosta e la casa si riempiva di “famiglia”. I maschietti in cucina a giocare a “tresette” e le donne in soggiorno a chiacchierare,  o meglio a fare “du’ n’ inciuc”, spettegolavano su questo o su quello.
Una voce radunava tutti però: “Jia pjamm a tombol” (su forza prendiamo la tombola).
 
Tutti vicini intorno al tavolo, iniziava la meticolosa scelta delle cartelle, eh già era fondamentale, c’erano quelle fortunate e quelle meno, almeno così dicevano.
Bottoni, placchettine di metallo, buccie di arancia, tutto sparso sul tavolo per coprire i numeri. Dopo aver sistemato le cartelle e raccolto i soldi distribuiti sui vari premi, (3 cartelle costavano rigorosamente 100 lire), ad iniziare il gioco con il cartellone era lui , l’inimitabile zio Ettore, che con il suo mignolo decorato con un anello d’oro a forma di serpente con un  diamantino come occhio, la catenina con un bel crocifisso per nulla modesto, (oggi un personaggio della serie “Gomorra”), iniziava ad estrarre i numeri dal cestello dopo averlo fatto roteare più e più volte. Il tutto era accompagnato da riti scaramantici, frasi improbabili e suoni discutibili.
Lo show aveva inizio.
Zio Ettore aveva la capacità di creare il panico per le risate, i numeri venivano declamati, raccontati, spesso detti anche in una lingua, che zio insisteva a chiamare inglese, ma vi garantisco non lo era affatto, era più stabiese mozzicato di un cane in corsa…spero di aver reso l’idea.
I numeri più attesi e più gettonati erano il 33 perché associato agli anni di Cristo, 55 la musica, 71 “o’ malament” dice la smorfia, un poco di buono, ma da noi rende di più con “Homme e merd”, ovviamente noi tutti indicavamo zio con quell’accezione. Era divertente.
Il numero invece, che scatenava l’ilarità in tutti noi era il numero 88. Questo numero per forma assomiglia ad una coppia di provoloni ed i provoloni sono associati al seno della donna.                                                                          La vittima consapevole del paragone del suo seno prosperoso con i provoloni era (è) zia Dina, che subiva le simpatiche angherie di zio Ettore quando l’88 veniva fuori dal cestino:
 
“Uè e billoc e stavat aspettann hann arrivat …zia Di, song e tuoij Signori e Signore i provoloni di zia Dina”…
(Eccoli li stavate aspettando, sono arrivati, zia Dina, sono i tuoi Signori e Signore i provoloni di zia Dina)
La casa era teatro naturale di commedie che venivano scritte in quell’arco di tempo determinato dall’attesa del passaggio di “fratiell e sorell”.
Tra un terno e l’altro, un caffè e l’altro, un sette e mezzo, un mercante in fiera, la voce di “fratiell e surell” piombava dentro casa, accompagnata da petardi e dall’orchestra. Infilati velocemente i cappotti, sciarpe e cappelli, si raggiungeva la voce votiva.
Una folla di fedeli al seguito, ”fratiell e surell” decantava l’ultima stella della Madonna”.
Ragazzini lanciavano petardi, l’orchestra era composta da pochi elementi tra i quali spiccava “O’ Zampugnar” che suonava brani natalizi. Era affascinante seguire quel gruppo di persone, che erano lì non come noi ragazzini per curiosità di vedere il mondo di notte, ma per devozione, per fede. Ognuna di quelle persone chiedeva qualcosa o aveva già ricevuto qualcosa e aveva trascorso 12 notti in quel percorso per ringraziare la Madonna.
Per noi il percorso era breve e durante il tragitto qualche falò schioppettava, emanava calore e luce.
 
 
Erano le 6 quando si tornava a casa, dopo aver assistito alla celebrazione della Santa Messa, con un occhio chiuso e l’altro aperto.
Quegli anni tutto ero diverso
tutto sapeva di buono
di famiglia.
 
 
 
 
 
 
Raf
Don’t forget to smile
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One day

Due corpi  si riconoscono e si fondono in un complesso agglomerato chimico, generando  la Vita.


Novembre 2007, una domenica, ora di pranzo, ero agitata, un’anima in pena in giro per casa poi una telefonata:

“Indovina dove stiamo andando”, porca vacca, un alert iniziò a lampeggiare nella mia testa, non esitai:

“all’ospedale” risposi.

Mia sorella aveva rotto le acque e mia madre, con la voce terrorizzata, si permetteva anche di fare gli indovinelli, mi chiesi come riuscisse a guidare, ma poi la risposta venne da se…. È mamma!

Presa dallo scompiglio cercai di razionalizzare e fare le cose per ordine.

Mi serviva la macchina, una borsa.

L’autostrada Roma – Napoli non era mai stata così lunga.

Durante il tragitto, un flashback,  immagini e momenti di quando tutto iniziò con un messaggio: “Diventerai zia!”

Il tempo era volato, tra il riposo costretto a causa di qualche incertezza del piccolo scricciolo, tra le chiacchiere al pancione, le canzoncine stonate,  il toto nome, immaginare cosa sarebbe diventata da grande, cosa io avrei potuto insegnarle e cosa avrei voluto per lei, arrivai al casello autostradale di Napoli.

In continuo contatto con mia madre: ”La piccola di venir fuori non ne vuole sentir parlare”

Pensai :”mi piace questa ragazzina aspetta la zia”.
Arrivai all’ospedale trafelata e con il cuore in gola. Non era orario di visite, mi fecero aspettare fuori.

Possibile? Avevo guidato due ore e mezza  con l’acceleratore a manetta, il traffico di Napoli, mi ero quasi venduta al parcheggiatore, per sentirmi dire: ”Non si può entrare”.

Cercai di afferrare il mio buon senso lasciato da qualche parte, respirai e mi attaccai alla porta d’ingresso, sbirciando per intercettare qualche movimento, e apparve come una madonna, mia sorella in tenuta comoda (camicia da notte orrenda, pure trasparente) in giro per i corridoi, apparentemente  fresca come una rosa, verificai che avesse ancora il pancione, eh si ,era ancora al suo posto.

Dopo qualche ora di attesa finalmente riuscii ad entrare.

La domenica trascorse così.

Per tutta la notte  mi allontanai dal letto di mia sorella solo per verificare che mia madre non avesse avuto un infarto  per la tensione e che mio cognato stesse bene, entrambi avevano gli occhi tendenti allo svenimento per il sonno.

Mia sorella  poverina era stremata, le contrazioni sempre più frequenti, il suo viso si contraeva dal dolore e lo caricava tutto sulla stretta della mia mano, ma non emetteva un fiato. Di tanto in tanto arrivava l’ostetrica chiedendole come stesse andando, ma che cazzo di domanda è? Sta esplodendo non vedi cretina… questo frullava nella mia mente.

Con mano decisa l’ostetrica  alzò la camicia da notte ed infilò due dita  nella vagina, compiendo un movimento rotatorio , prima in un senso poi nell’altro, la sensazione che provai… brividi sulla pelle, dolori trasmessi al mio corpo e l’istinto di voler tirar via quella mano perché vedevo la sofferenza negli occhi di mia sorella. Quella manovra andava fatta affinchè l’utero si potesse preparare e raggiungere la dilatazione giusta.

La notte passò lenta.

Credo che dopo una notte  trascorsa in ospedale si possano scrivere storie e storie, commedie ed horror.  Alcune partorienti urlavano dal dolore in un modo non descrivibile,  Dario Argento avrebbe potuto prendere spunto per  “Profondo Rosso 2 l’Abominio”, altre correvano al bagno tenendosi la pancia, per paura di perderla,  strofinando le ciabatte, come se fossero pattine, dandosi lo slancio prima con un piede e poi con un altro, una nuova disciplina legata allo “short track”.

La notte trascorse e pure metà giornata. Purtroppo a causa di impegni di lavoro, lasciai mia sorella e l’ospedale, rientrai a Roma senza aver visto mia nipote, che nacque nel primo pomeriggio del 12 novembre.

La mia gioia fu immensa, quanto il dispiacere di non aver potuto filmare lo svenimento di mia madre e  scattare una foto alla faccia  di mio cognato alla vista della piccola, rido al solo ricordo.

Ora quello scricciolo compie 8 anni, la mia Pati, così mi diverto a chiamarla.

Ora è una donnina alle prese con la conoscenza, con le nuove amicizie, con le prime passioni, con le prime delusioni, è facile interagire con lei, con la sua fantasia, è un continuo stimolo per me.

Vorrei che tu sia fiera di quello che sei e quello che diventerai.

Vorrei che tu sia curiosa, la vita è da scoprire.

Vorrei che tu  imparassi a rialzarti dopo una brutta caduta e continuassi ad andare avanti.

Vorrei che le tue lacrime fossero linfa per un  giardino in fiore.

Vorrei che tu imparassi la gentilezza e che ne sia promotrice.

Vorrei che tu sia leale per un  mondo che non sa esserlo.

Vorrei che tu imparassi ad apprezzare il necessario e a disprezzare il superfluo.

Vorrei che i tuoi sogni fossero più grandi delle tue paure ed i tuoi gesti più rumorosi di tante parole.

Vorrei che non smettessi mai di stupirti e che il tuo cuore rimanga sempre libero.

Vorrei vedere il tuo sorriso illuminare sempre il sole.

Auguri piccola!

Non dimenticare di sorridere Mai!

Don’t forget to smile

Raf

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La Signora

Benzina, ferro, sale, ecco gli odori che riempivano le mie narici quel giorno.
Quella fu la mia prima volta, quella che ti rimane negli occhi, nelle orecchie, nel sangue.
Angelo Antonio Anastasio, questo il nome di un giovane saldatore, operaio della Fincantieri, che passava le giornate nei doppi fondi, assemblava pezzi di metallo e dava loro una forma, ne faceva qualcosa di buono:

“qua si fanno le navi, che vanno per i mari grossi” mi disse.

Il sorriso del sole, illuminava la giornata, come spesso nella mia terra.

Angelo Antonio ci attendeva all’ingresso, indossava la tuta da lavoro, talmente usurata che non era facile distinguerne il colore, e quelle scarpe orrende, io le chiamavo “carri armati”. Il viso un po’ provato, stanco, le mani rugose, qua e la sporche di grasso, non mi impedivano di abbracciarlo, ero orgogliosa del mio papà.

Ci condusse all’interno della fabbrica di navi, sicuro e deciso, ovviamente sapeva bene dove andare. Ogni passo era un saluto ad un collega,

“ papi è proprio famoso“ pensai.

Di tanto intanto qualche omone gridava qualcosa di incomprensibile, in lontananza rumori graffianti come il gesso strofinato sulla lavagna, la forchetta strusciata nel piatto di porcellana, ma con effetto triplicato e amplificato.
L’odore di benzina mescolato al metallo era sempre più forte.

“We Peppì e port a fa nu gir” (Peppino le porto a fare un giro).

I miei occhi impressionati da quella immensità.

“Accort o’ scalin!”

Imboccammo una porta per gli gnomi, eh si, era veramente piccola.

Papà ci fece strada attraverso dei cunicoli illuminati da luci rosse, lungo tutto il percorso i nostri passi furono accompagnati dal rumore delle scarpe sul metallo. Lunghi corridoi, scale, cabine, scale a chiocciola, oblò e la sala macchine, pazzesca… Non ricordo quanta gente ci fosse, ma mi sembrò di vedere una compagnia di danzatori, che a tempo di musica, quella scandita da ticchettii e ventole in accelerazione, danzavano la loro coreografia perfettamente studiata.

Riprendemmo un corridoio e una nuova scala a chiocciola, mi sentii come Alice che usciva dalla tana del bianconiglio. Un sferzata di vento mi diede il benvenuto e poi… Wow!
Rimasi senza fiato.
Eravamo sulla prua.

“Là poi ci mettono i container per trasportare la merce”.

Non sentivo. Quello che vidi lassù annullò tutti gli altri sensi… ero senza parole.

Il porto, il mio amato Vesuvio, il mare senza fine, giu’ la folla in attesa.
Estasiata, in compagnia della brezza marina, iniziai a scorrazzare avanti e indietro, non volevo perdermi nulla, ma fui richiamata all’ordine, era tardi bisognava andare.
Iniziò la cerimonia. Un uomo in cravatta prese posizione davanti ad un microfono sorretto da un’asta, e parlò, parlò… non so di cosa… poi un applauso mi distolse dalle mie fantasie sulla “Signora”.
La folla girò la testa in un’unica direzione, gli occhi fissi sulla bottiglia di champagne legata ad un filo, che con velocità elevata impattò sulla parte metallica…. e il contenuto della bottiglia si sparse ovunque…
il boato della folla, gli applausi, la gioia…
Immediatamente si susseguirono operai che correvano a destra e a manca, molti sistemati ai lati della “Signora”.
Voci che incitavano, martelli sul legno, ritmo sostenuto, graffi di ferro, …ancora e ancora…
La signora iniziò a muoversi, e lentamente a scivolare verso quello che era il suo destino… solcare i “mari grossi”.
Il mare, dapprima non era felice di accoglierla, ma la maestosità della “Signora” si impose, suo malgrado il mare cedette, si divise e quindi indispettito creò onde che si diffusero fin sulla costa.
“La Signora” fiera e calma si adagiò e si fermò.
Il sudore, la fatica, i sorrisi e gli abbracci degli operai emozionarono tutti.
Angelo Antonio, era fiero, felice, soddisfatto:

“E pur chest e fatt!”.

Raf
Don’t forget to smile

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4 Ottobre

Avete presente il famosissimo film di Totò: “Totò, Peppino e la mala femmina?”
Bene!
Mia madre tutte le volte che viene a trovarmi a Roma, mi fa pensare alla scena di Totò e Peppino a Milano, i due per la paura di morire di fame portano con loro anche una gallina.
Perché?
Non si sa mai.
Carica di ogni sorta di pietanza, a partire dai fondamentali, lattina di olio, sale, zucchero, caffè, che non uso perché non amo il caffè, ma “se viene qualcuno, non si sa mai“, pomodori, pasta, frutta e verdura di ogni genere, vini vari, si carica anche di mozzarelle di bufala, gatteau di patate e altre minestre e minestrine da congelare per settimane.
Questa volta con le stesso rito di sempre, ha anche una borsa che pesa come un pezzo di cemento armato della Salerno Reggio Calabria:
Mamma ma quanta roba!”
Apri e vedi.
Con mia grande sorpresa, oltre ad aver rapinato un supermercato e qualche fruttivendolo, ha anche svuotato la mia vecchia libreria e recuperato tutti i miei diari:
Nooooo che meraviglia li hai portati tutti!”
Una bambina che scarta i regali a Natale.
Ho iniziato a curiosare, ho letto cose che non ricordavo di aver scritto, frasi dei baci perugina, pezzi tratti dal mio amato “Dylan Dog”, stikers presi dai giornaletti, foto e disegni, tra questi uno in particolare mi ha colpito che fuoriusciva dall’agenda e lo ricordavo perfettamente, sapevo esattamente di cosa si trattasse.
Ho iniziato a leggere….
4 ottobre 1993 
Tino se ne è andato, ci ha lasciati. Solo 15 anni, troppo poco tempo con noi. Avrei voluto non vivere mai questo giorno. Ovunque tu sia sappi che non ti dimenticherò mai, ora e per sempre.”
Ecco cosa ho scritto il 4 ottobre 1993 nel mio diario..
Trascorso qualche anno da quel 1993, ma mai abbastanza. Come fosse oggi.
“Un giro in moto, una di quelle con le marce che per tenerti devi stare sdraiata sul pilota, in un pomeriggio di fine settembre.
L’aria ancora calda, il vento tra i capelli, ci ha regalato momenti di serenità.
Non abbiamo fatto altro che ridere quel pomeriggio, tanto che mi mancava il fiato, gli addominali compressi.
Avremmo dovuto studiare quel giorno,
si certo!
Invece mi confidasti di avere una cotta per una nostra compagna di classe…
“Dai informati, chiedile qualcosa” 
mentre mi dicevi queste cose, il tuo viso diventava rosso come una ciliegia matura ed i tuoi occhi si illuminarono.
“va bene te lo prometto.” 
Mi regalasti una collana di perline grigie con un ciondolo a forma di teschio. Qualche giorno dopo, il tuo banco era vuoto, un fogliettino, consegnato a mano dal bidello, scatenò un silenzio innaturale e gelò la classe.
 
“Dante Saturno ha cambiato istituto.”
Le parole uscirono come cubetti di ghiaccio dalla bocca del Prof, l’uomo per noi colpevole di quella tua decisione.
Pietrificati i nostri visi, il respiro quasi assente.

4 ottobre ore 15:30  una telefonata rimbomba in casa:

”Dante è morto! Un incidente, un camion lo ha travolto, era con il cugino.”
 
La cornetta del telefono scivolò via dalla mia mano, sentivo la voce di mia madre lontana chilometri e chilometri,  i miei occhi fissi nel vuoto e nella mente una sola immagine il Tuo sorriso.
Frastornata dalle emozioni che si accavallarono, respirai, indossai le scarpe e giù di corsa per le scale, dovevo andare.
Poi una tenaglia al braccio mi fermò… mio padre.
Ero sconvolta, mi abbracciò e mi lasciai andare in un pianto disperato. Le lacrime non facevano fatica a venir fuori, avrei voluto vomitare tutto il mio dolore, ma anche quello non sarebbe stato abbastanza.
Il buio.
Non  mi sentivo in possesso del mio corpo. Il piombo anche nei polmoni.
Una notte trascorsa in bianco. Troppe domande senza risposta.
 
Perché Lui? Solo 15 anni? Quale cazzo di colpa aveva, per subire una cosa del genere perché?
Un forte senso di ingiustizia attanagliava il mio cuore.
Il giorno seguente eravamo tutti insieme, noi, la tua classe, i tuoi amici, come un’unica famiglia. Abbiamo sorriso ricordando le minchiate fatte insieme. Uno sguardo in particolare ho negli occhi, quello di Salvatore, seduto sul bordo del marciapiede, perso, vuoto, assente.
 
“La tua VD”
questo decidemmo di scrivere per l’omaggio floreale alla tua festa, così la chiamò il prete durante la celebrazione dei tuoi funerali.
Una chiesa gremita di persone. La tua famiglia, i tuoi amici, il tuo liceo….. Noi.
Un saluto costretto perché troppo poco tempo ti era stato concesso, avevi l’arte nelle mani, un’arte che non ti hanno permesso di esprimere.
Ero incazzata.
Avrei voluto spaccare la faccia del prof… quanto l’ho odiato.
Un urlo straziante che gridò il tuo nome ruppe il silenzio, un applauso accompagnò il tuo corpo inerme in quella bara bianca ricoperta di fiori, il suo peso sulle spalle dei tuoi amici, che avrebbero potuto sostenere il mondo pur di riaverti.
Una ceres condivisa ed un brindisi alla tua nuova vita, nel corpo di altre persone.”
Continuo a scorrere le altre pagine….

4 novembre 1993 ore 23.47
è trascorso un mese da quando non ci sei più e ci manchi. Ci mancano i tuoi sorrisi, i tuoi disegni e pure quei matti degli Iron Maiden che ho imparato ad apprezzare, Fear the dark è il mio brano preferito. Sto bevendo una birra,  e li ascolto, i miei genitori sono fuori , quindi faccio come mi pare. Non mi hai dato il tempo di parlare con Daniela, mi dispiace. Mi manchi. giuro non ti dimenticherò”

4 ottobre 2015
NON TI HO DIMENTICATO.
Ora e per sempre…
Don’t forget to smile
Raf
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Mettersi in gioco….

Una bellissima immagine di me, di tanto in tanto appare nella mia mente come un flashback.
Una ragazzina di circa 10 anni, seduta con la schiena ben dritta al tavolo del soggiorno intenta a fare qualcosa di grandioso, di straordinario…scrivere un libro.

L’eccitazione era talmente tanta che nella preparazione di ciò che mi serviva, fui meticolosa come un giapponese durante il rito del thè… ogni oggetto, ogni movimento dedito ad un unico scopo.

Mio zio possedeva, in realtà ancora oggi, una macchina da scrivere Olivetti, meravigliosa, tenuta come un gioiello, di quelli più cari e più preziosi, non solo per il valore economico, ma soprattutto affettivo.
Con un po’ di timore decisi di chiederla in prestito.
Avevo tra le mani il mio destino, pensavo…
Appoggiai la macchina sul tavolo del soggiorno, con cura la spostai proprio sul bordo in modo che potessi muovere liberamente le mani e le braccia, tolsi la custodia, una sorta di copertina che proteggeva la macchina dalla polvere e da tutto ciò che avrebbe potuto danneggiarla, la sistemai su un angolo del tavolo.
Avevo bisogno della carta.
Strappai un foglio da un quaderno di scuola, e lo posi dal lato lungo, dopo aver alzato l’asticella del blocco sul rullo, inserii il foglio e riposi l’asticella al suo posto.
Il cuore scandiva il tempo delle mie azioni.
Non avevo mai usato una macchina per scrivere, a malapena sapevo usare la penna, per cui decisi che era necessario fare una prova che mi permettesse di capire la funzionalità.
Iniziai a battere con un solo dito i tasti a casaccio, con la velocità di un bradipo in letargo, controllando dopo ogni pressione, se la lettera venisse stampata sulla carta.
Dopo svariate prove, avevo appreso che potevo andare a capo spostando il rullo,
lasciare lo spazio,
scrivere in maiuscolo,
e all’occorrenza cambiare colore dal nero al rosso (decisi che avrei usato il rosso per il numero ed i titoli dei capitoli).
Era tempo di dare vita a quelli che erano stati, fino a quel momento solo pensieri.
Mi serviva della carta pulita, allora attinsi al quadernone, quello usato per le ricerche “in bella copia”, replicai l’inserimento nel rullo..
e via…
Un respiro mi inoltrò in un mondo tutto mio, i tasti iniziarono a suonare una melodia simile ad un lento “tip tap”.

“Ero soltanto una sorta di pesciolino trasparente, diretto chissà dove, spinta in un viaggio che non avevo deciso, ma che mi incuriosiva, volevo vedere!!
Non ero sola altri accompagnavano il mio viaggio.
Una corsa affannata per raggiungere l’obiettivo, una corsa verso l’ignoto, verso qualcosa che non conoscevo, ma desideravo conoscere.
Molti di coloro che mi accompagnavano non sostenevano il ritmo della corsa e restavano indietro…
non avrei mollato come loro, volevo vedere!!
Mi sentii inebriata di energia, come un soffio di vento che gonfia una vela e spinge la barca verso il mare aperto.
Mi ritrovai li… davanti alla mia isola….
la luce ed il calore erano come calamita per me;
mi insinuai in una fessura attraverso la quale neanche uno spillo sarebbe potuto passare…
e li…
i miei occhi si socchiusero, mi lasciai coccolare da quel calore, dal tepore,
ero protetta, al sicuro avevo raggiunto il mio obiettivo.
Ora avrei potuto vedere!!”

I tasti continuavano a ticchettare, ed il rullo che rientrava in posizione iniziale, tutte le volte emetteva uno strano suono, ancora vivo nella mia memoria.
Ma quel momento intimo, ipnotizzata da quella strana musica, fu interrotto da una voce poco soave:
“Raffa a pranzo sbrigati chiudi tutto”…. mia madre.
La nonna aveva preparato i rigatoni al sugo, quel sugo magico, insuperabile che diffonde il suo profumo meraviglioso fino giu’ nel cortile, quel profumo che mi è entrato nel sangue.

Questo quel che ricordo.
Non ho piu’ continuato a scrivere quel libro, probabilmente distolta da altro e dalla giovane età, ma ho continuato a scrivere il “Mio Diario”, quello che mi ha accompagnato in tutti gli anni scolastici e oltre, la mia amata Smemoranda.
La voglia ed il piacere di scrivere non li ho mai persi,
ed eccomi qua, forse non per riprendere a scrivere quel libro, ma per raccontarvi di me e condividere con voi i miei pensieri, le miei giornate, la mia vita.
Spezzare la quotidianità e magari perché no, riuscire a regalarvi un sorriso….

Don’t forget to smile
Raf