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Il profumo di quel mosto selvatico – The End

Il pensiero di quei ricordi mi regala un sorriso.

Prendo il mio bicchiere, appoggio l’indice ed il medio della mia mano destra sulla base e lascio che scivoli sul pavimento creando dei cerchi, dando modo ancora una volta che i profumi inebrino i miei sensi, un sorso e ritorno…li’ in quel giardino…

“Mio padre indossa una camicia a quadri rossa e grigia, usurata, le maniche sono risvoltate, lasciando le braccia scoperte fino al gomito. I pantaloni sono quelli di una tuta. Nella mano destra ha delle forbici comuni, con la sinistra sostiene il grappolo d’uva, in modo che non cada, per poi riporlo nell’apposito secchio. Le sue grosse mani, rugose, e segnate dalle cicatrici procurate dal saldatore, si muovono delicatamente, come a sorreggere la dama in una danza da un lato ad un altro.

Il taglio è netto, le forbici compiono un gesto secco, e Tac. Il profumo ci invade. Erba, qualche acino esploso, e l’aria si riempie di gioia… la nostra vendemmia.

Non possiamo stare ferme a guardare, vogliamo partecipare a quell’evento e allora mio padre assegna i compiti: mia sorella ripone i grappoli nel secchio, io controllo che non ci siano resti di foglie e acini cattivi. Siamo una macchina perfetta. Di tanto intanto mamma e nonna ci osservano dalla finestra.

Io: “Papi ora che abbiamo finito che si fa?”

Lui: “Ora dobbiamo lavare tutti i grappoli per bene e lasciamo ad asciugare poi domani, quando l’uva sarà asciutta la lavoriamo”.

Io: “Che vuoi fare il vino? E come si fa? Lo hai mai fatto? Lo possiamo provare?”

Lui: “Faccio un esperimento, non l’ho mai fatto, proviamo, vediamo che succede, al massimo lo usiamo per condire l’insalata” e sorride.

Ma che schifo come fai a condire l’insalata con il vino, penso ad alta voce, e mia sorella piu’ sveglia, mi spiega che se il vino non riesce si puo’ fare l’aceto e con quello puoi condire l’insalata….

Ahhhhhh ecco…

I giorni seguenti sono una continua sorpresa. Papà raccoglie tutta l’uva la ripone in una bacinella, in un’altra c’è dell’acqua calda dove poggia i suoi piedi e li lava con cura. Tra un dito e l’altro, poi usa uno spazzolino per le unghie, insomma un lavoro certosino. Prende un telo che ha precedentemente appoggiato sullo schienale della sedia e tampona prima uno e poi l’altro piede.

Entrambi i piedi poi finiscono nella bacinella con l’uva. Papi non riesce ad alzarsi dalla sedia da solo e chiede il nostro aiuto. Poste su entrambi i lati, sosteniamo il peso di quell’uomo tanto robusto fino a quando non è in equilibrio, ci ringrazia ed inizia a pigiare l’uva.

Fantastico, inizia una danza tutta sua, si diverte. Alza prima una gamba che affonda e poi l’altra. Soffro di invidia mi sembra una cosa pazzesca voglio farla…ma non posso. Guardo mio padre che continua a pigiare… l’uva inizia a trasformarsi in una sorta di melma. Qualche acino schizza fuori dalla bacinella creando irripetibili momenti di ilarità. Papi rimane a pigiare fino a quando non è sicuro che tutti gli acini siano perfettamente schiacciati e compatti. L’ odore ora è forte è acre e dolce…Quella strana danza dura per un po’ di tempo, tra i sorrisi e le chiacchiere.

Lui: “Bimbe aiutatemi ad uscire”

Tutto è compiuto i piedi finiscono nella bacinella con l’acqua e dopo aver ripetuto il rito, infila gli zoccoli e poi con una cucchiaia gira quello che è rimasto dell’uva, copre la bacinella con un panno bianco immacolato.

Michy: “Ed ora che si fa?”

Lui: “Si Attende!”

Il tempo scorre mio padre al rientro da lavoro, ogni giorno controlla la bacinella e gira il contenuto, che intanto ha iniziato a fermentare. Dopo la prima settimana il mosto è già profumato, la cantina è pregna di quell’odore dolciastro.

Le settimane trascorse sono ormai due e papi continua a girare, mescolare, e ricoprire la bacinella con il prezioso contenuto. Un giorno aggiunge un po’ di zucchero un altro un po’ di acqua…poi decide che tutto era pronto…

Chiede a mia madre di portargli lo schiacciapatate, mi chiedo a cosa possa servire.

Presto detto.

Il mosto è pronto per diventare vino dopo la macerazione e va spremuto. Non avendo i mezzi tecnici, da buon napoletano si arrangia con lo schiaccia patate ed inizia a pressare il mosto. Quello che ne deriva è un liquido rosato che papi con cura versa in una botte di vetro, tramite imbuto. Questa operazione è molto lunga, in quanto lo schiacciapatate riesce ad accogliere solo un paio di mestoli per volta. 

I miei sensi sono cosi’ attenti a cogliere ogni movimento, ogni sensazione, ogni odore. I gesti di mio padre sono attenti e precisi. La pressione posta sul mosto fermentato scatena una miriade di profumi che sono diffusi nell’aria dalla lieve brezza autunnale…

La botte è quasi piena e la bacinella vuota.. Papi ha scartato le bucce, riposte su vecchie pagine di un giornale.

La botte è finalmente piena , papi affaticato ma felice in volto, richiude la botte con un grosso tappo di plastica:

Lui:”Ecco fatto, e ora dobbiamo attendere e vedere cosa è venuto fuori”.

Io:”Papi ma non lo possiamo provare”.

Lui:”Certo attendiamo che si posi per qualche giorno”.

Non vedo l’ora, per me e mia sorella sarebbe la prima volta, una sorta di iniziazione, e quale miglior modo se non con il vino fatto in casa.

I giorni trascorrono e non faccio altro che vantarmi a scuola della bravura di mio padre, anche la maestra è attenta ai miei racconti, e sembra conoscere tutti i passaggi che elenco.

Il fine settimana impiega poco ad arrivare, e sulla tavola imbandita per la domenica, tra un piatto di tagliatelle e le polpette al sugo della nonna, fa la sua apparizione anche una bottiglia anonima, con tappo di plastica.

Papi: “Siete pronte, che dite lo vogliamo assaggiare o no?”

Solo in quel momento ho capito che il vino era finalmente pronto.

Con una leggera pressione della mano, papi stringe il tappo e con un movimento ballerino che spinge il tappo un po’ avanti e un po’ indietro riesce a rimuoverlo ed ecco il “Ploof” di felicità che fa scaturire l’applauso…

Papi: “Allora prima alla nonna, così se il vino è cattivo, la nonna è anziana…” mi strizza l’occhio

Nonna: “Azz grazie Angiulill, ” e scoppiamo tutti in una fragorosa risata.

A seguire papà versa il vino a mamma, poi a Michy, a me e conclude versandolo nel suo bicchiere.

Lui: “Allora salute, buona domenica”.

Noi: “Salute, cin cin”.

I bicchieri si toccano in un gentile tintinnio, sono emozionata è la mia prima volta. Mia sorella ed io ci guardiamo per un attimo, i nostri sorrisi evidenziano la nostra gioia. 

Avvicino il mio bicchiere, e il profumo prepotentemente arriva ai miei sensi. Respiro profondamente e lo lascio entrare, mi godo ogni sensazione. Lentamente il liquido rosso scivola nella mia bocca a piccole dosi. Si ferma sulla lingua e poi scivola nella gola… E’ pastoso, compatto, forte e dolce allo stesso tempo. Senza accorgermene finisco il mio bicchiere…

Lui:”Uè piccirè chian che ti ubriachi” ( piccola piano che ti ubriachi)

Allora con lo sguardo smarrito, metto giù il bicchiere e sento che la lingua si muove sul labbro superiore a cercare i residui del nettare, fermandosi su di un lato.

Mi sento osservata, anche mia sorella ha gli occhi puntati su di me..

Nonna: “Ah ti è piciut”.

Sono imbarazzata e non riesco a rispondere, sorrido abbasso lo sguardo e iniziamo a ridere, per la gioia e chissà forse anche per il vino…”

 

Il mio bicchiere è vuoto, la puntina non scorre più sul vinile, il tempo riprende a scorrere, e non dimentico di respirare e di sorridere.

 

Don’t Forget to Smile

Raf

 

 

 

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Il profumo di quel mosto selvatico

“Il vino eleva l’anima e i pensieri, e le inquietudini si allontanano dal cuore dell’uomo.” Così Pindaro, poeta greco, dedicava il suo pensiero al vino.

Ho salutato da qualche giorno l’estate con l’ultimo tramonto a Venezia e ho dato il benvenuto all’autunno che non ha tardato a presentarsi con qualche pioggia e la sua aria frizzantina.

Tutto in pieno movimento, ti ritrovi a girare come una trottola e non ti accorgi che il tempo ti sfugge e inevitabilmente la vita. Allora bisogna fermarsi e dedicarsi del tempo. Un giorno qualsiasi o magari durante il fine settimana stappo una profumata bottiglia di vino, non uno qualsiasi, il mio preferito è L’Amarone di Valpolicella, gentilmente fornito da mia madre, sommelier.

Ormai è un rito. Prendo la bottiglia dalla mia piccola cantina, con l’apribottiglie estraggo il tappo come il più esperto dei sommelier, lo annuso, e verso il contenuto nel mio “balloon”. Il profumo non tarda a raggiungere i miei sensi. Continua a leggere

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Il Malocchio

 

Maria,
la Signora Maria così si chiamava.

 

Il villaggio, ovvero le così dette “palazzine americane”, costruite nel dopoguerra su stile americano, erano abitate da personaggi rari e surreali, me inclusa.
I miei occhi osservavano attentamente.
C’era La Comara T., non so perché la chiamassero così, ma so che lavorava in un posto grazie al quale sapeva tutto di tutti e tutti le chiedevano questo o quel favore.
C’era Josuè, uomo buono e di cuore, la sua famiglia numerosa e molto cattolica, sua moglie era una donna molto gentile, mi accolse amorevolmente quando chiesi se fosse possibile farle un’intervista per la scuola, credo fosse proprio sull’importanza della famiglia o cose del genere: ” Gesu’ è nostro fratello, nostro padre il nostro miglior amico:” mi disse.
C’era Gennariell, uomo magro magro, carnagione scura, viso segnato dal dolore e dalla sofferenza, di lui si raccontavano cose non adatte alle orecchie dei bambini, ma io lo vedevo solo come un uomo triste.
C’era  Don Ciro con la Signora Vittoria, che coppia. Erano i miei vicini. Lei donna prosperosa, abbondante, il viso con le gote rosa e sempre luminoso, molto napoletana, lui il mio bidello alle scuole elementari. Mi aiutava ad attraversare la strada, aveva sempre pronto un sorriso al suono della campanella e mi riaccompagnava a casa quando, dopo aver vomitato anche l’anima, a causa dell’influenza, non riuscivo a reggermi in piedi.
Poi, dietro i vetri di una bianca finestra c’era lei, la signora Maria.

 

La vedevo seduta a quella finestra la maggior parte del tempo, o meglio, tutte le volte che andavo e rientravo da scuola o quando nel pomeriggio uscivo. Era sempre lì. Dalla sua finestra aveva tutto sotto controllo, non c’era estraneo che potesse entrare senza che passasse sotto il suo vigile sguardo.
In estate la vedevo seduta sul portico su una di quelle sedioline di legno con la seduta in paglia, e stava lì, con i suoi capelli bianchi, un vestito a fantasia floreale le sue ciabatte aperte sulle dita, tra le sue ortensie e piante aromatiche ed i suoi gatti, tanti gatti. Proprio per questo ho sempre pensato bene di lei, una persona che ama gli animali come li amava lei, doveva essere una persona buona.

 

Da bambina ero spesso malata a causa delle tonsille.
Mia nonna un giorno decise che non potevano essere solo le tonsille infiammate a farmi ammalare:
“Sta creatur ten l’uocchj n’ guoll, ten o mal uocch”. (questa bimba ha gli occhi addosso ha il malocchio).
Il malocchio a Napoli, è una cosa seria e molte persone soprattutto anziane la considerano come una vera e propria malattia e come tale va curata.
Secondo la leggenda napoletana il Malocchio deriva semplicemente dall’invidia e dalla gelosia, dalle maldicenze di altre persone, che causano energia negativa che si trasforma poi in mal di testa, insonnia etc.
Mia nonna aveva un rimedio, sapeva come rimuovere il malocchio, o meglio una persona che potesse effettuare il rito, eh già era un vero e proprio rito.

 

Un pomeriggio ripresa dal mio stato influenzale, mia nonna disse a me e a mia sorella che avremmo dovuto accompagnarla a fare una cosa.
Mia sorella ed io non obiettammo in merito.
Lasciata casa facemmo 57 passi circa e la nonna si fermò al cancello della Signora Maria, che avevo già scorto essere nella sua posizione di “guardia”, dietro la finestra.
Ci accolse in casa con il sorriso.
Era la prima volta che entravo in quella casa, non ero perfettamente a mio agio. Attraversata la porta d’ingresso c’era un piccolo disimpegno, a sinistra c’era la camera da letto e a destra dopo aver attraversato un archetto si entrava nel soggiorno. L’ambiente era molto in ombra, una luce fioca illuminava l’arredamento di legno scuro. Numerosi centrini, di quelli fatti ad uncinetto sparsi qua e là sulla tavola rotonda. Nell’aria odore di cera, una candela posta davanti a dei santini bruciava. Il mio sguardo girava in tondo, foto di bambini, vecchie riviste appoggiate in un angolo.

 

“Ja assittatv o facc o cafe’? ( Sedetevi , faccio il caffè)
” No Marì grazie”.
“Allora facimm stu fatt” ( allora facciamo questa cosa)..

 Mentre le due signore chiacchieravano, mia sorella ed io eravamo in attesa di capire che cosa mai facessimo a casa della Signora Maria.

 

“Mo torn”. (ora torno)

 

La signora Maria si allontanò per rientrare con un piatto all’interno del quale c’era dell’acqua ed una tazzina con all’interno dell’olio.

 

“Viè piccire’ assittet ca” (vieni piccola siediti qua)

 

Senza nessun tipo di obiezione seguì le indicazioni della Signora Maria, non con serenità al dire il vero, ma c’era mia nonna, per cui qualsiasi cosa fosse successa, avevo un parente accanto a me, pensai.
Silenzio e la signora Maria prese il piatto con l’acqua e lo portò sul mio capo, senza appoggiarlo. Sentivo bisbigliare qualcosa, ma non riuscivo a capire che cosa stesse dicendo, intanto incrociavo lo sguardo di mia sorella, che rideva cercando di non farsi vedere. Era proprio surreale mi sentivo a casa di una strega che di li’ a poco mi avrebbe trasformata in una maialino rosa,(già all’epoca guardavo molti film).
Dopo qualche minuto Maria portò il mignolo all’interno della tazzina dell’olio, per raccoglierne qualche goccia da far scivolare nel piatto, qualche istante e disse:

 

“Ah sti ftient, eccoli eccoli!!” ( ah questi cattivi, eccoli, eccoli).

Mia sorella ed io ci trattenemmo dal ridere, ma l’esclamazione della nonna ci aiutò a capire.

 

“Ten l’uocchi n guoll, eh vist! ( ha il malocchio , hai visto!).

 

La signora Maria ci mostrò il piatto all’interno del quale aveva fatto cadere le goccioline di olio che nell’acqua avevano formato tanti piccoli cerchietti ed in gruppo si spostavano da una parte all’altra della superfice. Maria ci spiegò che quelli erano occhi invidiosi  e parole cattive delle persone attorno a me. Non ero molto convinta di quello che stavo vedendo, ma in ogni caso, lo accettai come vero.
Quel rito durò per qualche minuto successivo, poi Maria sputò nel piatto e andò a buttare tutto nel water. Tornando si fermò a dire una preghiera.
Maria riprese il rito con mia sorella, con le stessa sequenza, concludendo poi nuovamente con una preghiera.

“Mi raccomando, mettete o santin n’piett,”. ( Mi raccomando ora mettete un santo sul petto).

Mia nonna ringraziò, salutammo ed uscimmo accompagnate dai gatti.
Ritornammo dalla Signora Maria altre due volte, la leggenda del malocchio vuole che il rito si effettui per tre volte consecutive, per eliminare del tutto le energie negative.
Dopo quella esperienza ricordo che mi ammalai ancora, fino a quando il mio medico non decise di asportare le tonsille, l’unica causa della mia salute cagionevole.

 

Ora incuriosita da quei ricordi, ho provato a cercare quali fossero esattamente le parole pronunciate dalla signora Maria durante il rito, ma purtroppo non ci sono notizie in merito.
Si narra che la persona che pratica il rito contro il malocchio abbia una sensibilità particolare e che quello sia un rito che venga tramandato di generazione in generazione e solo in punto di morte viene trasmessa l’eredità inclusa di “parole magiche”.
Sapete non mi importa sapere se il malocchio esista oppure no, mi piace pensare di aver preso parte a qualcosa di inspiegabilmente speciale e magico.

 

 

Raf

Dont’ forget to smile

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INTERVISTANDO – IRON MAN 2

” Mio padre era una persona straordinaria, come tutti i figli , avevo per lui una sorta di venerazione. Sono cresciuto con il suo esempio, e da lui ho ereditato la passione per la caccia. Proprio grazie a questa passione eravamo spesso insieme ed un giorno però accadde l’impossibile. Quel giorno la mia vita cambiò totalmente.

Ero ad Anguillara, avevo 35 anni mio padre ed io avevamo organizzato una battuta di caccia. Era il nostro giorno ” Padre – Figlio”. Sistemate le nostre attrezzature, fucile, cintura con i proiettili, entrammo nella selva. Ci separammo dandoci appuntamento come di consueto per il rientro. Mi immersi nel verde, alla ricerca di prede da colpire, di solito uccelli. Il tempo trascorse inesorabile, fino a quando sentì dei rumori che si avvicinavano nella mia direzione, armai il fucile e lo puntai, … era un uomo.. Riposi il fucile e l’uomo pronunciò parole incomprensibili al momento, mi fece cenno di seguirlo, come un’ automa lo feci, ma nulla mi era chiaro. Il nonno, mio padre si era accasciato dopo aver sparato un colpo, l’ultimo uscito dal suo fucile. Un infarto lo aveva stroncato, lì, probabilmente la gioia per un grosso bottino, almeno così ci piace pensare oggi.”

Per Luigi inizia una nuova vita, nuove responsabilità, che nessuno gli aveva imposto, ma di cui si sente sommerso.  Il rapporto con sua madre diventa più intenso e vivono quasi in simbiosi, si sostengono per non mollare mai.

La vita inizia a cambiare totalmente. A causa di incomprensioni il suo matrimonio finisce con un divorzio. Luigi non dismette mai le sue responsabilità di padre ma inizia a vivere una vita diversa. Lavora tanto, vive da uomo libero, riprende in mano la sua “gioventù” vissuta poco. Donne, viaggi e tanto divertimento.

Ma un uomo come me non poteva rimanere solo per lungo tempo, e il caso me lo ha dimostrato. Un giorno ero in barca, un motoscafo Fiart con un motore da 35 cavalli carniti, ora non esiste più, ma era un bel motore ai miei tempi, ero con un mio amico e decidiamo di sostare nei pressi dello stabilimento balneare ” Famous Beach”. Lì incontrai la mia ” straniera”. Ovviamente stavo vivendo la mia vita da single, non avevo nessuna intenzione di avere relazioni stabili, ma come si dice “al cuor non si comanda”.

Luigi riapre di nuovo il suo cuore alla vita, Gerardina , Miss Primavera, nativa di Angri ma domiciliata a Como,  che gli ridona il sorriso.

Io non lo volevo, avevo capito che era un “fringuellone”, insomma un uomo che saltava di fiore in fiore, e l’ ho sempre rifiutato. La sua costanza, i suoi modi gentili, il suo garbo nel porsi nei miei confronti mi ha fatto cedere e ci siamo sposati, il 7 Agosto del 1979 e ora sono anni che lo sopporto, ma nonostante tutto gli voglio bene.

” Sono io che sopporto te”.

Una nuova rinascita quindi per Luigi. Ora possiamo chiamarlo anche Gino, è così che lo chiamano in famiglia. Gino si è preso cura della sua famiglia, sempre.

Un occhio di riguardo per Antonella, ultima sorella. Aveva solo 15 anni quando perse il padre e Gino doveva supplire a quella mancanza. Non gli ha mai fatto mancare nulla, Antonella divenne la sua priorità. Orgoglioso di accompagnarla all’altare quel giorno di Aprile…

“Organizzammo il matrimonio nei minimi particolari dal vestito alla cerimonia, alla festa. Chiesi anche al mio amico e collega Gargiulo di prestarmi il suo Mercedez,  era l’auto del momento, solo i signori potevano permettersela. Mia sorella doveva avere il meglio.

Giuseppe Suo padre , sarebbe stato orgoglioso di lui.

“Antonella non era una ragazzina facile, quando ero fuori per lavoro mi rubava la macchina senza avere patente e se ne andava in giro, ti confesso che non mi sono mai accorto di nulla, queste cose le ho sapute da qualche anno…capisci…non potevo mai mollare la presa… ahahah che tempi.

Oggi ad 81 anni nonno arzillo, operato di appendicite, angioplastica, impiantato pacemaker, principi di infarti vari, diabete… combatte come quando ne aveva 16, è stanco certo, il suo volto porta il peso di anni di sacrifici, di dolori. i suoi occhi hanno visto e hanno vissuto  più di ogni altro supereroe, ed è qui forte a raccontarmi come si vive, come si vive veramente.. combattendo. I suoi occhi brillano durante i racconti della sua vita , soprattutto quando parla di suo padre.

” Zio non ti commuovere altrimenti fai piangere anche me”

Allora respira e si ricompone. ma i suoi occhi non hanno bisogno di altre parole.

Gino è Iron Man.

Ho imparato l’amore per la scoperta grazie a lui, mia sorella ed io siamo come figlie per lui. Attaccate alle sue caviglie quando si trattava di viaggiare. Il nostro primo campeggio senza mamma e papà, la nostra prima caprese pomodoro e mozzarella, l’ abbiamo vissuta con Gino e Gerardina.

Uomo ricco di esperienza da condividere, di voglia di raccontare. I suoi sorrisi, per le sue marachelle da giovane, i suoi scontri  con sua moglie, in merito ai dettagli del loro incontro, valgono mille parole, mille racconti.

Ecco lui è Iron Man. L’uomo d’acciaio, l’uomo che chiude le cerimonie di famiglia con una sua canzone, l’uomo temprato dalla vita e comunemente speciale nella sua normalità. Sono questi gli eroi di cui dovremmo raccontare più spesso.

Raf

Don’t forget to smile

 

 

 

 

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INTERVISTANDO – IRON MAN

Ho sempre associato l’eroe della Marvel “Iron Man”a Robert Downey junior, l’attore che ne interpreta il ruolo nel famoso film. Ma a volte senza esserne a conoscenza, scopri che in fondo c’è un “Iron Man” in ognuno di noi.Non è solo un personaggio dei fumetti, è anche una persona comune, magari presente nella tua vita. Molte volte la vita di persone comuni non è raccontata perché priva di aneddoti interessanti…

Considerazione al quanto sbagliata.

Mi sono divertita ad interpretare il ruolo di una giornalista, con una persona a me cara e grazie a qualche domanda mi si è aperto un mondo sconosciuto. La vita di una persona apparentemente comune diventa quella di un “comune” supereroe.

Questa è la storia del mio Iron Man.

Nato il 9 gennaio del 1936, primo di 9 figli.

Nel 1936 la seconda guerra mondiale è alle porte, un soffio di vita si intrufola nelle fessure della porta di casa Coppola, dove si sente il gemito di una nuova creatura, Raffaella Esposito dà alla luce Luigi,  suo primogenito.

“La guerra era ovunque, avevo solo 3 anni, molti non mangiavano che pane e cipolla o baccelli dei piselli. Mio padre, Giuseppe Coppola, aveva un laboratorio di sartoria in centro, aveva studiato a Parigi, ed era benvoluto dagli “stranieri”, lo chiamavano il sarto parigino, per cui non siamo mai rimasti senza cibo. Loro gli chiedevano dei piccoli lavori sartoriali e noi mangiavamo. Ma un giorno qualcosa è andato storto. Giunse alle orecchie dei tedeschi che mio padre fosse Ebreo, non so perché, o chi avesse messo in giro questa voce. Una mattina 3/4 rappresentanti dell’esercito tedesco portarono via papà dalla sartoria. Io ero solo un ragazzino e rimasi fermo immobile nel retro bottega, impotente e terrorizzato. Avrei voluto urlare “Ferma lasciate mio padre non ha fatto nulla”, ma ero solo un ragazzino impaurito. La nonna , scusa , mia madre non si perse d’animo e grazie ai suoi contatti riuscì a smuovere le acque. Un sergente delle SS, cliente della nostra sartoria, si fece garante per mio padre, giurando che non fosse ebreo, che venne così rilasciato. Furono dei giorni tremendi, sono passati tanti anni ma quelle immagini e quelle emozioni sembrano di oggi”.

 

Luigi, ha frequentato le scuole primarie fino alla seconda media. Come molti ragazzi della sua età, però non amava studiare, per cui con i soldi della retta che suo padre gli consegnava per pagare l’istituto delle suore, andava a Napoli a fare baldoria con i suoi coetanei.

“ Non avevo proprio voglia di studiare, appena il sorriso del sole mi sfiorava il viso, organizzavo una gita lampo a Napoli, dove mi divertivo con i miei amici. A sedici anni  però sono dovuto capitolare. Mio padre non accettava il mio comportamento, e  lasciata la scuola, ho iniziato a lavorare nel suo laboratorio , rubando qui e lì i segreti del mestiere. Un giorno normale diventò un giorno speciale, quando mio padre per premiarmi della costanza sul lavoro che gli avevo dimostrato, mi comprò una bicicletta da corsa, una “Legnano” (a quei tempi pochi potevano permettersela). Quella bici mi ha fatto sognare, regalandomi tante soddisfazioni. Dopo duri allenamenti, sono stato campione di 1 Km in pista, gareggiando nel velodromo ad Arenella (cittadina di Napoli).”

Luigi cresce sano, ma in fretta, sono lontane le gite a Napoli, cresce la famiglia, crescono le sue responsabilità di primogenito. Come la maggior parte dei napoletani, nel suo sangue scorre la musica, dove si rifugia nel suo tempo libero. Si dedica allo studio della batteria, con passione, con tenacia, e dedizione. Riesce a creare un gruppo, una piccola Band, con la quale si esibisce in alcuni locali con le cover di Renato Carosone. Grazie a queste esibizioni, viene notato da Peppino di Capri, il quale rapito dalla passione di quest’uomo per la musica, gli propone di suonare con lui in tournè.

Ma ben presto le passioni passano in secondo piano, se la tua famiglia ti chiede supporto.

“La famiglia cresceva, e non potevo soltanto pensare a cosa piacesse a me, per cui ho dovuto iniziare a lavorare seriamente per sostenere mio padre e tutte le spese che bisognava affrontare in casa. Ho trovato un lavoro che mi calzava a pennello. Il rappresentante di abbigliamento. Ho sempre amato il contatto con la gente, poter comunicare, confrontarmi. Ho viaggiato tanto e incontrato molte persone, da ognuna di loro ho appreso molto.  Ero giovane ed ero come una spugna assorbivo tutto ciò che poteva interessarmi. Si, ho avuto molte soddisfazioni, in più ho raggiunto il mio obiettivo: sostenere economicamente la famiglia, che cresceva… 11 persone in casa non erano poche da sfamare, da vestire..”.

Luigi  diventa un uomo responsabile, capace di provvedere a se stesso ed anche agli 8 fratelli.

Arriva anche per lui il tempo dell’Amore.

“Il destino ha portato sul mio percorso di vita Rosa, una bella donna, dai colori mediterranei. Dopo averla corteggiata per qualche tempo, con le dovute precauzioni per l’epoca, sai quello che hai visto nei film è vero.. Ti ricordi la canzone ” Ie mammt e tu” ecco, noi usavamo queste accortezze senza mettere a repentaglio la reputazione delle giovani signorine. Nel 1961, avevo solo 25 anni, mi sono sposato. Una bella cerimonia , una bella festa. Da questo amore, nasce Giuseppe. Ero pronto, ero preparato, mi sentivo padre da sempre, ho cercato di dare sempre il meglio a mio figlio, come mio padre aveva fatto con me”.

La vita andava avanti con alti e bassi, Luigi non ha mai mollato. E’ sempre stato il primo figlio, l’uomo di casa insieme a suo padre, ma quando quest’ultimo viene a mancare tutto crolla, tutto diventa più complicato. Iron Man ha piccoli segni di cedimento…

La vita riserva sempre delle sorprese.

To be continued…

 

Raf

Don’t forget to smile

 

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Eroe

Ore 4.18 del mattino.
I miei occhi improvvisamente si aprono come se la notte fosse finita.Un sorso d’acqua, poi la pipì di rito, un’occhiata al telefono e mi rimetto a letto tentando di sfruttare le ultime ore di buio per rilassare il mio corpo. Ma nulla, Morfeo decide di abbandonare i miei occhi. Mi rimetto sul divano, mi gioco l’opzione tv, le televendite che solitamente giocano un ruolo fondamentale nella ripresa della mia sessione di riposo, questa volta non mi aiutano, non hanno l’effetto soporifero desiderato.“La musica, la musica è quello che ci vuole”. Allora premo “on” del mio nuovo giradischi, sistemo con cura il disco di Sting, posiziono la puntina ed ecco le prime note arrivare alle mie orecchie ed al mio cuore.

Nel voltarmi per andare a stendermi sul divano, sono attirata dai miei diari posti in un angolo della libreria, decido di prenderne uno e di iniziare a sfogliarlo.
Su ogni pagina un disegno, il mio nome in grassetto, o una di quelle frasi, a mo’ di filastrocca tipo: ”C’è chi scende e c’è chi sale ma tu che sei il mio amore puoi prendere l’ascensore”, oppure “Conosco un ragazzo di nome non lo so ma quando mi bacia mi mette K.O.” e frasi di canzoni di artisti ormai sconosciuti.
Leggendo quelle pagine, immagini si sovrappongono nella mia mente, immagini chiare.
Un pensiero: “Accipicchia, ma quanto scrivevo!”.
Poi la mia attenzione ricade su pagine e pagine di inchiostro. Non c’è data. Inizio a leggere.

“Caro diario, siamo in vacanza finalmente, siamo arrivati qualche giorno fa in campeggio in un posto bellissimo. La scuola è lontana e mi godo questi giorni di vacanza allontanando dai miei pensieri i compiti, e la maestra. Sono in roulotte ora, tutti fanno il riposino pomeridiano, ma io sono troppo agitata per farlo, poi la nonna ha iniziato a respirare in modo pesante. Come sai io e lei condividiamo il letto.
Approfitto della calma e ti scrivo.
Oggi ho trascorso una bellissima giornata e sono felice.Il sole di agosto è caldo caldo, il cielo è limpido e sembra unirsi al mare se provi ad allontanare lo sguardo.Questa mattina in spiaggia il mio cuore si è riempito di gioia.

Michy ed io eravamo in riva al mare, dopo essere state in ammollo in acqua per molto tempo, stavamo giocando con la sabbia, facendo scritte o disegni e sfidandoci a “Tris”, quel gioco in cui bisogna mettere tre “0” o tre “X” in fila per poter vincere. Le nostre risate rombavano nell’aria trasportate sulla spiaggia dal vento, fino ad arrivare alle orecchie vigili di papi, che da lontano ci osservava sorridendo.
Papi aveva appena finito di pescare, era rimasto ore in acqua con la sua fantastica muta che lo copre tutto, sembra un omino di gomma. Tutte le volte Michy ed io lo aiutiamo a vestirsi e a svestirsi, gli prendiamo il fucile, le pinne e il bottino della giornata, polpi, cozze, pesci vari, e con aria beffarda ai ragazzini, che sono incuriositi dai tentacoli dei polpi, ho detto: “Non toccare questi li ha presi mio padre”. Eh si, non devono toccare, è una cosa veramente fastidiosa.
Comunque poi finiamo sempre per prenderlo in giro perché anche se papi toglie la maschera, dopo due ore ancora ne porta i segni e allora: “papi ti sei dimenticato di togliere la maschera, guarda che sulla spiaggia non serve!”

E’ sempre così, poi ridiamo.
Abbiamo continuato a giocare sul bagno asciuga,facendo cose con la sabbia, polpette, torte. Papi attirato dal nostro impegno ci ha raggiunte e ci ha proposto: “Vi va di fare una nave?”.

Che domanda è? Ovvio, pensai. Mio padre come sai lavora alla Fincantieri e lui le fa le navi.Papi ci chiede di raccogliere la sabbia umida tutta in un lato, per fare una sorta di montagna. Con le ginocchia ficcate nella sabbia, ha iniziato a stendere il mucchio di sabbia dandogli una forma di gianduiotto. Ci ha chiesto poi di lisciare prima un lato e poi un altro e ci ha indicato come fare.Fantastico, in poco tempo la forma era chiara. Non è stata una costruzione di quelle che fanno gli altri ragazzini, era grande, maestosa e proprio per questo gli altri ragazzini si sono avvicinati per capire di cosa si trattasse.

Noi tre abbiamo continuato a lavorare. Gli altri bimbi ci guardavano e noi gongolavamo. Mia sorella ed io abbiamo seguito alla lettera le indicazioni e dopo un po’ di tempo eccola, LA NAVE.
La nave di sabbia più bella che ho mai visto. Abbiamo fatto le finestre rotonde, aiutandoci con i polpastrelli, abbiamo messo anche la bandiera fatta con un bastoncino ed un pezzetto di fazzoletto di carta rubato alla nonna.
Bellissima, talmente tanto che intorno il numero dei ragazzini è cresciuto, gelosi, volevano subito distruggerla, allora papi con voce impositiva ha detto: “Uè ja dopo, ora giocate tutti insieme”.
Come da tradizione la nave va battezzata e papi con fare solenne, dopo aver riempito uno dei nostri secchielli di acqua, ne lancia un po’ con una mano sulla nave e dice: “Ecco e pure il varo è stato fatto, ora può navigare”.

Michy ed io siamo state entusiaste. I nostri occhi hanno brillato per la felicità. Orgogliosi di papi e di poter dire a quei ragazzini impudenti:“Questa l’ha fatta il mio papà”.

Dopo un po’ la nave è stata distrutta da quei ragazzini antipatici e scostumati, appena ci siamo allontanatati. Mi sono arrabbiata, cacchio: “Papi la nave, uffa”.
“Eh dai non fa nulla, stanotte il mare l’avrebbe comunque portata via, domani ne facciamo un’altra più grande”.

Caro diario
Papi è un tipo veramente tosto, penso che lo sposerò quando diventerò grande. Eh si è proprio il mio eroe, Michy ed io lo amiamo tanto, spero che non lo voglia sposare pure lei però, altrimenti come si fa, mah.
Va bene ora ti lascio, qui iniziano a svegliarsi tutti.
ti scrivo presto.
Ciao
Raffa”.

Un sorriso sul mio viso, la mia dolce ingenuità, e l’amore colto in quelle righe, mi hanno convogliato alla mente una serie di ricordi. Mio padre.

Le nostre partite di calcetto, la collaborazione nello smontare casa per fare i lavori, le rosette con il prosciutto cotto mangiate insieme, i massaggi sulla schiena della domenica mattina, fatti con i piedi durante i quali non riuscivo a tenere l’equilibrio, la compilazione delle schedine del totocalcio il sabato, un rito in casa Anastasio, e poi l’orto, Teresinella la nostra gallina…wow una vita di immagini…una vita.

Mi rendo conto che tutto ciò avviene quando domenica è il giorno 19 marzo, la festa del Papà.
Continuo a sorridere perché la vita è fatta anche di questo, di fantastiche coincidenze, o casi.
Allora uso questa coincidenza per fare qualcosa che Michy ed io non abbiamo mai fatto o almeno non abbastanza spesso.



“Caro papi,
dopo anni ancora ti chiamiamo come quando eravamo ragazzine.
Per tutto il tempo della nostra vita sei stato il nostro fidanzato ideale, la nostra colonna portante, la nostra forza. La vita ci ha riservato belle e brutte sorprese, magari molte cose non sono andate come avremmo voluto, ma siamo rimasti sempre noi, padre e figlie, nonostante tutto.

Il nostro papà.
L’ uomo che cucinava per noi dei meravigliosi calzoni ripieni di mozzarella e pomodoro. Quel profumo invadeva casa. L’uomo dalle mille risorse. Non c’era cosa che tu non sapessi aggiustare o fare.
L’ uomo del segno del capricorno, testardo, sindacalista in cerca di giustizia e di verità, non hai mai pensato alle conseguenze, hai sempre lottato per ciò in cui credevi, ci hai insegnato a non arrenderci, mai.
L’uomo rappresentante di classe, che coordinava e proponeva le nostre gite fuori porta, il nostro orgoglio.
Abbiamo attraversato momenti duri, in cui non abbiamo saputo distinguere la rabbia dall’amore, abbiamo riso, gioito insieme. Abbiamo visto la fierezza nei tuoi occhi quando abbiamo superato delle tappe importanti della nostra vita.
Abbiamo visto i tuoi occhi illuminarsi alla nascita dei tuoi nipoti, e la tua incredulità nel vedere tua figlia maggiore con in braccio un frugoletto.
Abbiamo visto le tue lacrime, che non avremmo mai voluto vedere, e la tua fragilità.
Abbiamo visto la tua disperazione, la tua ira contro la vita che non stava andando nella direzione che volevi.
Abbiamo visto la tua gioia per una nostra vittoria.
L’uomo dallo sguardo ipnotico. Eh già, ti bastava solo uno sguardo, in cui arricciavi le sopracciglia, e una serie di rughette in mezzo alla fronte, ci intimavano di fermarci.
Ti abbiamo visto non mollare nell’insegnarci a nuotare e applaudirci quando restavamo a galla da sole.
Ci hai insegnato ad andare in bicicletta, e hai soffiato sui graffi alle ginocchia provocati dalle svariate cadute. “Dai, non è nulla ora si asciuga”.

Abbiamo visto la tua preoccupazione per la nostra prima volta in motorino, e il tuo terrore per la nostra prima volta in macchina, con una mano agganciato al finestrino e l’altra sul freno a mano.

La tua gelosia di padre, per i nostri primi innamoramenti, non tutti ti sono piaciuti e spesso ti abbiamo anche deluso per le nostre scelte.
Abbiamo visto la tua commozione, quando hai dovuto lasciare tua figlia maggiore nelle mani di un altro uomo.
Abbiamo avvertito anche la tua paura.

Il tuo sangue scorre nelle nostre vene, il tuo dna è il nostro, fiere di portare il tuo cognome come il più importante del mondo, tutti ci conoscono perché siamo le figlie di “Angiolill Anastasio”.

Il nostro legame è per sempre, non ci saranno liti, non ci saranno persone, non ci saranno eventi, malelingue che ci potranno dividere.
Le nostre vite sono indissolubili. Anche se siamo distanti noi saremo sempre insieme.
Troppo spesso ci manchi.

Tu sei il nostro uomo, sei il nostro eroe per la vita.
Ti amiamo per questo, non dubitarne mai.

Auguri Papi

Raf e Michy
Don’t forget to smile
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Il tempo delle mele

“La musica invade la stanza, ragazzi ballano come scimmie impazzite e urlano e chiacchierano in ogni angolo.
Il tempo di una limonata per dissetarmi per poi riprendere le danze, ma questa volta è diverso.Qualcuno mi appoggia sul capo delle cuffie che diffondono note dolcissime, un sorriso sul mio volto e lui, il mio principe azzurro, il mio amore assoluto, mi tiene stretta in un lento.

Isolati dal resto della festa, isolati dal resto del mondo, non abbiamo bisogno di null’altro, se non di noi e di quella musica….”

Antonella mi scuote chiedendomi di smettere di sognare e che il film “Il tempo delle mele” è solo un film e che non ero l’attrice protagonista.
Le mie fantasie distrutte in un momento, dalla voce della realtà. Ma non mi arresi. Da lì a qualche giorno sarebbe stato il mio compleanno. Allora pensai che a volte, se ci credi, i sogni si realizzano, bisognava procurarsi i mezzi.

Chiesi in regalo un walkman, proprio come quello che avevo visto in quel film, “bisognava dare una mano alla fortuna”, pensai, il principe azzurro aveva bisogno di aiuto.

Il tanto atteso regalo arrivò.

L’emozione mi pervase al momento di scartare il regalo. Adoravo la carta che si strappava sotto le mie mani con quel rumore unico ed inconfondibile.

Eccolo il mio primo Walkman.
Custodito da un involucro di cartone, era leggero come il mio cuore in quel momento. Intravedevo le cuffie poste in un angolo della confezione.

Avevo la musica nelle mie mani.
Il mio mini stereo portatile era di due colori, insolito per un walkman, era giallo e lo sportellino per inserire la cassetta, verde acqua. I tasti Play , Rewind, e Forward neri. Le cuffie avevano la spugnetta arancione e l’archetto regolabile.
Non vedevo l’ora di provarlo, ma non mi fu possibile, mancavano le quattro batterie, dalle quali attingeva energia.
Il giorno seguente non stavo nella pelle, andai da Antimo, il mio giornalaio di fiducia, ed acquistai 4 batterie.

L’attesa finalmente finì.
Dopo aver impiegato circa 10 minuti per capire il verso di inserimento delle batterie, sollevai lo sportellino verde acqua inserì la cassetta con la compilation di Eros Ramazzotti, poggiai le cuffie sulle orecchie, tasto play, (adoravo quel click) e mi si aprì un mondo.

Avvolta dalle note di “Musica è”, viaggiavo in un mondo parallelo. Il suono, la musica arrivava diritto al punto, al cuore, all’anima, mi sembrò che fosse diversa, palpabile, reale, come se così non l’avessi mai sentita.

Il walkman diventò ben presto una parte di me, un prolungamento, grazie al quale potevo estendere i limiti sensoriali del mio corpo. Usavo la musica per studiare, per passeggiare, per isolarmi dal mondo quando pensavo che il mondo fosse contro di me, lo usavo per non sentire la nonna russare, per piangere a tempo di musica per un brutto voto a scuola o per placare la mia rabbia per un flirt andato male, e per sognare.

Ben presto scoprì, che nulla è per sempre. Il mio smoderato uso del walkman, comportò l’acquisto di batterie ogni 3 quattro giorni, 5 se ascoltavo i cantanti con la voce rallentata e con toni demoniaci.

Dopo qualche tempo trascorrevo pomeriggi interi a srotolare la pellicola delle cassette.
Il nastro si arrotolava alle testine, in un modo che per scioglierlo, impiegavo interi pomeriggi, mi applicavo come un chirurgo. Dopo aver usato il mignolo per riavvolgere e recuperare la pellicola arrotolata, la biro bic mi venne in soccorso. Casualmente fatta in modo da combaciare con i gancetti della bobina. Tutto divenne più veloce e divertente.
Il principe azzurro non lo ricordavo più. Non era più una priorità.
Le cuffie mi isolavano, ritagliando pezzi di tempo tutti per me. In estate non risultavano comodissime, ti facevano sudare pure i timpani, ma non ero molto esigente, mi bastava la musica.
Da quel giorno si sono alternati nelle mie borse walkman di ogni genere, con accessori aggiunti per ascoltare la musica in due, per registrare, per ascoltare i cds, e poi auricolari, ipod, cuffie bluetooth…
Oggi semplicemente degli oggetti incredibili, che usavano gli antenati.
Ma quanto era bello premere Play e attendere dopo un giro di fruscio della cassetta, che le note ti invadessero l’anima e che il sole ti sorridesse?

COSA RESTERA’ DEGLI ANNI 80′

Raf
Don’t forget to smile

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Day off

I cellulari ci stanno spegnendo il cervello.

Ormai trascorriamo la maggior parte della nostra giornata con gli occhi sullo schermo del nostro telefono intelligente e noi diventiamo stupidi, perdendoci il bello degli occhi degli altri, i sorrisi, l’espressioni…quindi basta.

C’era bisogno di prendere dei provvedimenti seri per disintossicarci da quella smania di guardare facebook, o le svariate chat di whatsapp. Avevamo bisogno di spegnere il cellulare e accendere il cervello, con esso tutti i nostri sensi. Dovevamo partire allontanarci dalle tentazioni. Un mio amico ha una splendida idea:

“Si parte, ma i cellulari saranno consegnati a me, provvederò ad imbustarli e custodirli fino al nostro rientro, che ne dite?”.

Silenzio, di quelli che fanno comunque chiasso. Sguardi dubbiosi, sospiri e poi:

“Perfetto, io sono d’accordo, se vogliamo fare questa cosa va fatta bene così non avremo tentazioni, neanche per vedere l’orario, io ci sto”!

Sabato mattina appuntamento alla metro e poi tutti a fare colazione. Giunse il momento di consegnare il cellulare. Tanto timore e titubanza, ma dopo aver spento il telefono e averlo imbustato e sigillato, tutti in macchina senza ripensamenti.

Il nostro viaggio iniziò, direzione Pescasseroli.
La strada scorreva veloce. Le immagini scivolavano dagli occhi… il tepore all’interno dell’auto si posò sui miei occhi, coccolandomi in un sonno leggero..

“Raffa, Raffa sveglia siamo arrivati”.

 

Indolenzita per aver dormito con la testa appoggiata al finestrino, apro gli occhi a fatica. La voce di mia madre mi incitava ad uscire dalla macchina. Erano tutti fermi eravamo arrivati a Pescasseroli, fermi ad una piazzola di sosta per il campeggio libero. Papi aveva già sganciato la roulotte e tirati giù i piedini per bloccarla.L’aria era fredda, il mio fiato prendeva vita ad ogni parola emessa, era divertente. Iniziammo a scaricare la macchina. La nonna in roulotte iniziò a preparare il suo meraviglioso sugo, il profumo era inconfondibile. Mia sorella ed io, incapaci di stare ferme, emozionate per quella nuova esperienza, iniziammo a girovagare, ad esplorare la zona. I nostri occhi si fermarono su di uno scorcio bellissimo, una distesa di colline imbiancate, la neve non poteva essere più bianca, da lontano qualcosa si mosse dietro ad un albero. Michy ed io ci prendemmo la mano per scappare via, poi apparve un animale meraviglioso, imponente. Non si accorse di noi. E noi facemmo in modo che non se ne accorgesse. Rimanemmo immobili ad osservarlo.Con voce bassa dissi a mia sorella: “Michy guarda che tipo vanitoso, mica le ha solo lui le corna?”. Mi guardò e disse: “Cretina”.

 

Quel meraviglioso animale spaventato da chissà cosa, poi scappò via e noi ritornammo alla roulotte a raccontare quello che avevamo appena visto. Durante il pranzo mio padre ci raccontava il programma della giornata, sembrava tutto molto interessante e noi eravamo emozionate. Visita al parco Nazionale degli Abruzzi, giro in città.

Mia madre ci fece indossare dei maglioni corposi, in effetti il freddo era pungente, e dopo pranzo ci dirigemmo in macchina all’ingresso del parco.
La guida ci spiegò che quello non era uno zoo come pensavamo, ma un luogo dove molti animali venivano curati e poi rimessi in libertà. Che buffe le civette, inquietanti, il loro sguardo ci seguiva in qualsiasi movimento noi facessimo…poi l’area dei lupi.
Molti lupi erano magri, quasi non si reggevano in piedi, i loro sguardi erano tristi. Chiesi alla nostra guida come mai fossero così tristi, con un sorriso mi disse: ”Perché non sono a casa loro, ma devono rimanere qui per essere curati e poi torneranno ad essere felici”.
Un lupo si avvicinò alla rete, mio padre impavido gli accarezzò il muso. Era dolcissimo aveva solo voglia di coccole, ed io lo imitai sebbene mia madre non fosse d’accordo. Amavo quegli esseri, avrei voluto fare di più per loro, ma ero piccola e sotto sorveglianza, pensai: “Quando diventerò grande”.
Il percorso continuò con gli orsi.

Mia sorella ed io eravamo estasiate da tanta maestosità. La natura era pazzesca. La guida ci raccontava dei vecchi aneddoti del miele, degli orsi e di quanto erano birichini.

La guida poi ci salutò regalando a me e a mia sorella un adesivo con il logo del parco nazionale degli Abruzzi, rappresentato da un orso seduto.In macchina dissi per la prima volta alla mia famiglia: “Da grande voglio diventare una veterinaria”.
Nessuno emise un suono, poi mio padre: “Brava, devi studiare tanto”.La macchina intanto andava e dal finestrino fantastici paesaggi innevati, incantevoli. Arrivammo nel borgo di Pescasseroli.Tutto sembrava fatto su misura, sembrava uno di quei borghi raccontato nei libri di favole. Da lontano piccoli vortici di fumo facevano capolino tra un tetto e l’altro, la neve rendeva tutto così magico. Piccole finestre decorate con fiori colorati e finta edera davano vita a quei vialetti suggestivi che profumavano di antico. Il pomeriggio trascorse così in quei vicoletti e al bar con una cioccolata calda. Il sorriso del sole lasciò il posto alla sorridente luna, ed io mi feci coccolare da quella luce lieve, nel rientro al campeggio, mi addormentai stanca, ma felice sulla spalla della nonna…
“Raffa, Raffa siamo arrivati, Daje bella addormentata”.
Una voce interruppe il mio riposo.

To be continued

Raf
Don’t forget to smile
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Ottobre 2009

Venerdì 27 gennaio, ore 18.25 finalmente anche questo w.end sta per iniziare, ed un altro giorno  lavorativo si è concluso.

Non mi va di tornare a casa, ho bisogno di tempo per me, di fermarmi dal trambusto di slide per riunioni, richieste da soddisfare, sorrisi da elargire, ancora riunioni, appuntamenti da fissare, telefonate da fare, budget, numeri, pianificazioni annuali…

Stop!
Decido di non tornare a casa, non mi va, ho bisogno di me.

Respiro, sorseggio uno spritz e mi godo il mio tempo, in un bar vicino all’ ufficio. Pieno di gente. Sembra strano ma anche se è relativamente presto per un aperitivo, i tavoli sono tutti pieni. Scelgo una postazione lontana dall’ingresso, l’unico angolo più tranquillo.
Se alzo gli occhi dal mio quaderno ho tutto sotto controllo. Ho una prospettiva completa di ciò che succede.
Alla mia sinistra, tre persone chiacchierano di una start – up e l’uomo che mi siede accanto continua a gesticolare per dare forza al suo pensiero, non si contiene, il mio spritz potrebbe morire sul pavimento.
Alla mia destra l’intero bancone del bar è in movimento, ragazzi che servono bevande, cocktails ed i classici stuzzichini chiamati ”finger food”, che fa tanto internazionale.
In centro un gruppo di adolescenti con gli occhi puntati in un’unica direzione, smartphone.
Un gruppo di adulti seduti in fondo, proprio in direzione del mio sguardo. Anche loro sono appena usciti dall’ufficio. Te ne accorgi subito, dalla cravatta allentata e dal fatto che non indossano più la giacca, ma che invece è poggiata sulla sedia…
Il popolo del venerdì che cerca il proprio spazio, il proprio tempo.

Per fortuna la musica del mio ipod mi isola dalla confusione e dalle chiacchiere. Mi perdo nei miei pensieri, nei ricordi di quando tutto è cominciato. Non so perché… o forse si lo so.
– Ottobre 2009 impaurita suonai alla porta del mio futuro, via Orazio 10. Ad aprirmi una donna molto elegante. Un tailleur con pantalone e giacca dorata. Capelli corti biondi, occhiali, ed un sorriso pieno di energia.  Mi fece accomodare su di un salottino, in attesa di effettuare il colloquio di lavoro, che in ogni caso avrebbe inciso sulla mia vita.

Quel sorriso mi accolse tutte le volte successive, per 7 anni.
Così iniziammo un lungo percorso. La signora bionda mi accompagnò per mano verso il mio futuro.
Avrei dovuto prendere il suo posto, perché era prossima alla tanta attesa pensione. L’impiegata, lasciò ben presto posto alla persona e a quell’anima pura che ho imparato a conoscere. Sei diventata la mia Patty.

Ed ora scrivo di te.

Immagino il tuo viso in questo momento, emozionato e curioso. Tranquilla non dovrai vergognarti di me.
Sei la mia Patty.
Qualche giorno fa mi hai detto: “Raf, anche io voglio la dedica sulla nuova agenda”, sorridendoti ti ho risposto che ci avrei pensato.
Ed eccomi qua.

Non riuscivo a pensare ad un modo migliore per esprimere la gratitudine e la stima e l’affetto profondo che ho per te.

Mi hai accompagnata su una strada a me sconosciuta, insegnandomi tutto il tuo sapere.

Non mi hai mai mollata. La tua pazienza immane, nei confronti di una trentenne timida, inesperta.

Mi hai aperto le tue braccia per sostenermi nei momenti incasinati della mia vita.

Il tuo sguardo dolce, comprensivo, proprio come quello di una madre, mi ha sostenuto in tutte le piccole cose.

Sei sempre stata pronta ad ascoltarmi, hai sempre avuto il consiglio giusto al momento giusto ed hai anche saputo riprendermi quando, inevitabilmente ero pronta a fare qualche cavolata.

Sei sempre stata mia complice discreta, asciugando le mie lacrime.

Voglio dirti grazie, te lo dico così, come il cuore mi suggerisce.

Per avermi fatto sentire a casa nonostante tutto, per aver incentivato ogni mia idea stramba, per la tua amicizia. Per questo blog, che è nato anche grazie a te che mi hai detto:”Raf prova che hai da perdere, se ti piace”.

Mi hai dedicato il tuo tempo nei miei primi racconti, sei tra le mie più forti sostenitrici e lettrici.

Sei semplicemente tu, senza inganno, pulita, sincera, la tua saggezza, la tua esperienza mi hanno indicato il sentiero.

Sei la mia amica, mamma romana.

Grazie Pattina.

Ps: ora stampa tutto e incolla nella nuova agenda, lo so un po’ scomodo però è divertente, come sarà divertente vedere il tuo sorriso lunedì.

Grazie
Raf
Dont’ forget to smile
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A 21

Avevo solo 15 anni quando il destino mi portò sulla strada di tre strani individui, più grandi di me di qualche anno, grandi abbastanza per avere la patente e per gestire in maniera egregia un’agenzia di spettacolo. Quei tempi lavoravo come modella.

Diffidente come sempre, mi approcciai in punta di piedi a quegli individui, dei quali poi, non seppi più fare a meno.

Miss Tirreno il concorso che ci portò in giro dal nord a sud Italia, in camper, in furgoncini o in semplici auto cariche di costumi, intimo e abiti casual, forniti dagli sponsor, da indossare durante le varie tappe del concorso, che potevano essere in piazza, in stabilimenti balneari o in locali.

Ogni giorno di lavoro era un’avventura diversa da vivere al massimo. Tra sorrisi, aneddoti, panini e la colonna sonora di Ligabue.

A parte qualche screzio, naturale per chi vive e lavora 24 ore su 24 insieme, nulla mai ci ha più diviso.

Sono passati anni, forse 21 e niente è cambiato.
Il giorno 1 gennaio 2017, complici le vacanze natalizie, siamo riusciti a vederci. Forse una  “Carrambata”, qualcuno direbbe… ma finalmente dopo anni di contatti telefonici o tramite “faccia libro”, ho rivisto quei sorrisi, rivissuto la spensieratezza di quegli anni.

Fisico diverso, età diversa, una nuova storia, ma sempre le stesse teste matte che avevo lasciato tempo prima.

“È con immenso piacere che mi ritrovo a scrivere queste due righe, per esternare, condividere, qualcosa di meraviglioso accaduto proprio il primo giorno di questo nuovo anno. Dopo tantissimi anni, ho rivisto degli amici con i quali ho condiviso meravigliose esperienze lavorative. L’emozione, il piacere, la gioia sono state le sensazioni che mi hanno accompagnato prima durante e dopo averli visti. Abbiamo trascorso poche ore a parlare, ricordare e raccontare un pò di noi e come le nostre rispettive vite siano cambiate. La semplicità e la naturalezza con le quali abbiamo condiviso le nostre esperienze hanno dato la meravigliosa sensazione di non esserci mai persi di vista e di ritornare indietro nel tempo. Grazie ragazzi, semplicemente fantastico un abbraccio lungo 20 anni.”

Antony

Questo è Antonio, detto Antony, non so perché si facesse chiamare così ma per me è rimasto Antony , il più giovane dei tre ragazzi, lo stesso sorriso, una maturità differente, gli occhi illuminati dalla parola “ papà” ed un velo di tristezza nascosto dietro ad un meraviglioso sorriso.

“Il termine amicizia identifica un legame fra due persone ma non ne specifica la qualità, l’importanza, il tempo…il legame che c’è fra noi è fratellanza, persone che hanno condiviso il loro tempo quasi 24/24 ore ridendo, scherzando, confidandosi gioie e dolori, lacrime e sudore, intuendo un problema anche senza il bisogno di pronunciare una sillaba.

Mimmo, Antonio, Raffa sono miei fratelli, potrei mettere la mia vita nelle loro mani sapendo che mi proteggerebbero sempre, il nostro legame era forte 20 anni fa, lo é ora e lo sarà per sempre, perché siamo così, siamo noi, in un legame indissolubile ed eterno.

Siamo e saremo 4 coglioni che si vogliono un bene dell’anima.

Eravamo giovani, ci sentivamo padroni del mondo e abbiamo goduto di ciò che la vita ci proponeva in quel momento, così doveva essere, era nel nostro destino sostenerci l’un l’altro e nonostante piccole discussioni, ci siamo detti e perdonati ogni cosa.

Nel mio percorso di vita, loro sono il mio bene, l’ancora a cui so di potermi aggrappare. I nostri ricordi mi terranno sempre compagnia.

Sarebbe meraviglioso poter rivivere le giornate spensierate di allora, nel nostro futuro…per sentirci nuovamente invincibili.

I miei fratelli, nonostante il tempo, nonostante la distanza, nonostante tutto…sempre e per sempre!”

 Savio

Questo è Salvatore, in famiglia chiamato Savio, forse un diversivo ad un nome che non gli apparteneva, o potrebbe derivare dal latino che vuol dire “prudente, ragionevole”.

Una persona dolcemente emotiva, super protettiva. Un’anima fragile, sensibile, alla continua ricerca di se stesso e della pace…in qualsiasi forma. Sempre pronto a sostenere l’amicizia, quella vera, quella con l’A maiuscola., sempre e per sempre la persona al quale affiderei la mia vita.

“Anche quest’anno ce l’abbiamo fatta… una decisione veloce dell’ultima ora e siamo riusciti a tenere viva la nostra “Réunion abituale”, perché almeno una volta l’anno, io, Savio ed Antonio dobbiamo per forza incontrarci!
Questa volta però c’era un “pezzo” in più… al revival si è unita Raffaela!
Facebook e whatsapp hanno saputo tenere vivi i rapporti, hanno accorciato le distanze… ma in fondo dal vivo è sempre “n’ata cos” ed erano ben 21 anni che non la vedevo!
Sono passati a prendermi, ed il mio ritardo è stato il pretesto adatto per cominciare una serie di insulti tramite messaggi vocali… ed ho avuto la certezza che anche con lei non fosse cambiato niente. Il tempo per lei si è fermato… stesso fisico, stesso sorriso, stesso taglio di capelli e stesso gran bel culo!
E’ la stessa ragazzina che lavorava con noi quando aveva 15 anni!!!
Un abbraccio fortissimo, un bacio e diamo inizio alle danze. Non ci allontaniamo di molto, un bar al Vomero e dopo un po’ ancora un altro bar, ma i luoghi, i bar, le persone intorno, passano in secondo piano, le risate, le battute, i ricordi, gli sfottò, si susseguono senza sosta.

Ci sediamo o camminiamo tutti vicinissimi, per non perdere nemmeno una parola dell’altro.

 Il dialogo tra noi non diventa mai personale, se non per pochi istanti, solo per sapere qualche novità e poi si continua a parlare di noi, di cosa facevamo, di come eravamo… ricordando perfettamente tutto quello che abbiamo vissuto insieme circa 20 anni fa!

Nonostante qualcuno ne sia uscito bruciato, ustionato da quel periodo di lavoro, il saper discernere i momenti belli, ha fatto sì che non potesse mai essere dimenticato.

Non è cambiato niente… questa volta la nostra amicizia è stata più forte del tempo e di tutte le sue vicessitudini… dopo 20 anni c’è la stessa confidenza, lo stesso modo di scherzare, di parlare, di rivolgerci, di abbracciarci, di sfotterci…

Credo che questo sia il modo migliore per poter descrivere l’amicizia, che ci lega.

Siamo lontani, tra noi ci sono centinaia di chilometri, non ci si telefona spesso, ci si vede raramente, eppure… tu sai che quella persona c’è, che ci sarà, che ha la tua stessa voglia di vederti e di passare qualche ora insieme e quando finalmente la incontrerai, sarà come se l’avessi vista appena un giorno prima.

Nessuno di noi porterà novità, nessuno di noi parlerà di sè… ma insieme saremo ancora una volta sinceramente e genuinamente NOI.
Forse era solo ieri che abbiamo fatto l’ultima “serata” insieme, forse sarà appena domani che ci attende ancora una sfilata o un concerto… o forse no…  

Mimmo

Lui è semplicemente Mimmuz….

Loro sono i miei amici, quelli veri, quelli che nonostante tutto ci sono, quelli per i quali spesso diventi una priorità, quelli che non ti usano, quelli che non ne approfittano, quelli che non vogliono nulla in cambio, solo la tua felicità. Sono loro che proteggono i tuoi segreti, ti sostengono, senti la loro presenza anche nella loro assenza. Sono quelli che chiami anche a tarda notte, se hai voglia di piangere o di confrontarti, e ti rispondono sempre. Quelli a cui racconti che non hai dormito, le tue paure, le tue incertezze… Loro che mi fanno sentire sempre a casa. Che non giudicano, non emettono sentenze, semplicemente ti sorridono.

Qualcuno potrà pensare che queste parole siano banali,…può darsi…ma questa è l’amicizia come io la intendo, come Noi la sentiamo, banale?

Sono solo 21 anni che Vive!
Questi Sono Loro I miei Amici.
Raf
Dont’ forget to smile